Il sarcofago degli sposi. Amore, vita, morte nella scultura etrusca

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Il sarcofago degli sposi. Scultura funeraria etrusca

“Il sarcofago degli sposi” è un esempio di scultura funeraria della civiltà etrusca, conteneva le ceneri dei coniugi defunti. Databile intorno 520-510 a.C., è stato realizzato in terracotta policroma. Gli sposi sono adagiati sul tipico triclinio, letto usato durante i banchetti. Gli etruschi infatti, come anche i greci, erano soliti mangiare distesi. La scelta di questa rappresentazione da parte dell’antico scultore risiede nell’uso di decorare le tombe con immagini e oggetti riconducibili alla vita sociale. Un’usanza già greca prima che etrusca, che venne adottata per segnare una continuità con questa illustre cultura. Ma la volontà di legarsi al mondo greco si evince anche dalla ripresa di tecniche e caratteristiche. I due giovani ricordano molto la statuaria arcaica. Si pensa alla rigida simmetria delle ciocche dei capelli acconciati in una treccia, oppure ai riccioli della barba. I kouros e le korai ritornano nella forma dei volti, nel sorriso arcaico e negli occhi a mandorla così come nella grande staticità delle sculture e nella loro fruizione frontale.

“Il sarcofago degli sposi” visto da un uomo moderno

A primo impatto si rimane facilmente incantati dai volti sereni dei due giovani, dal calore del loro abbraccio e dalla leggerezza, allegria e serenità che il gesto trasmette. I gesti affettuosi che la coppia si scambia rivela un reciproco rispetto. Non esistono gerarchie di sorta fra l’uomo e la donna. A differenza della cultura greca e romana infatti, nella società etrusca la donna occupa una posizione egualitaria con l’uomo. 

I due indossano vestiti abbastanza eleganti. La raffinatezza, il buon gusto, l’amore per le cose lussuose erano caratteristiche riconducibili alla civiltà etrusca. La donna veste un sofisticato copricapo da cui escono lunghe trecce, mentre l’uomo con il busto nudo ha una pettinatura ricercata e barba curata. Entrambi hanno gli occhi allungati, a mandorla, le labbra illuminate e aperte in un sorriso senza tempo. Se la raffigurazione dei volti è ben rappresentata, la struttura dei corpi è nascosta da un panneggio liscio, quasi a colonnina. I due hanno i gomiti poggiati su morbidi cuscini e sembrano sfidare nel loro gesto l’eternità.

La storia del sarcofago etrusco

“Il sarcofago degli sposi” ci racconta una storia lunga circa 2.500 anni. Il sarcofago è stato rinvenuto nel 1881 a Cerveteri, nella cosiddetta Tomba della Baditaccia, in una zona di proprietà dei principi Ruspoli, dai quali Felice Bernabei, fondatore del museo di arte etrusca di Roma, lo acquistò rotto in più di 400 frammenti, malridotto dall’opera di tombaroli senza scrupoli. La trattativa tra il Bernabei e i principi Ruspoli durò più di dieci anni e al Bernabei va il merito della ricomposizione e restauro dei frammenti. Attualmente il sarcofago è conservato al museo etrusco di Villa Giulia a Roma, nella sala 12. Un’altra copia simile, ancora più curata della precedente, è esposta al Museo del Louvre a Parigi.

Le due copie, probabilmente realizzate dallo stesso artista, sono la testimonianza della raffinata abilità della lavorazione dell’argilla raggiunta dagli etruschi e differiscono per pochi particolari. Nella copia conservata presso il museo di Villa Giulia i due sposi sembrano immersi in un banchetto e nelle mani avevano delle coppe, molto probabilmente di vino, andate perdute. Nella copia del Louvre i due sposi si danno il profumo sui polsi a vicenda.

Breve focus sulla cultura etrusca

“Il sarcofago degli sposi”, così come gli altri esempi di scultura funeraria etrusca rinvenuti, raccontano molto della civiltà etrusca, dei loro riti e credenze. Gli Etruschi sono ritenuti dall’opinione comune un popolo misterioso che ha lasciato dietro di sé testimonianze d’una civiltà senza confronti. Sulle origini di questo popolo le teorie più comuni riconducono ad una venuta dall’Oriente. Secondo lo storico Erodoto si sarebbe trattato dei Lidi, che in seguito ad una carestia avrebbero abbandonato la loro patria in Asia Minore. A tale tesi si contrappone la quella di un’origine autoctona, secondo la quale discenderebbero da antichissime popolazioni italiche sorte e sviluppate nell’Etruria – quella regione italiana compresa tra il mare Tirreno e i fiumi Tevere e Arno -.

Il periodo di maggiore splendore della civiltà si colloca tra la metà del VI sec. e i primi decenni del V sec. a.C. Le città etrusche note ancora oggi sono Tarquinia, Veio, Cerveteri. Si trattava di città-stato ricche e potenti, estese e popolose, culturalmente evolute. Proprio questo è stato poi il motivo della loro decadenza. Attaccate da più fronti da popolazioni come i Galli e dalla stessa Roma, continuarono ad operare ognuno per proprio conto, senza programmi di largo respiro e in assenza di qualunque coordinamento. Della loro storia e civiltà rimangono pochi reperti, soprattutto oggetti rinvenuti nelle tombe.

Presso gli etruschi il culto dei morti era molto praticato perchè credevano che la vita proseguisse in qualche modo anche dopo la morte. In un primo momento i defunto restava nella tomba come fase di transizione tra le due vite. Proprio per questa ragione davanti alle tombe i vivi erano soliti banchettare, tenere combattimenti, giochi e gare atletiche. In questo modo liberavano una grande forza ed energia che aiutava il defunto nel passaggio. Per gli etruschi la morte non era la fine ultima da temere, ma un nuovo inizio caratterizzato dalla serenità. 

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