Il Sogno del cavaliere di Raffaello. Virtus e Voluptas in equilibrio

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Il sogno del cavaliere di Raffaello Sanzio

Il “Sogno del cavaliere” di Raffaello Sanzio. Analisi e significato

Il “Sogno del cavaliere” di Raffaello Sanzio è un dipinto realizzato intorno al 1503 ed oggi esposto al National Gallery di Londra. L’opera appartiene alla fase giovanile dell’artista di Urbino, tuttavia si distingue già per essere armoniosa ed equilibrata, un quadro molto vicino alla perfezione rinascimentale nonché impregnata di simboli e significati filosofici.

«L’ideale di Raffaello consiste in un equilibrio morale, calmo e sereno che ignora completamente la passione.» – M. Marangoni

In primo piano il cavaliere riposa, addormentato sereno sul suo scudo. Dietro di lui vi è un esile albero che divide il quadro in due parti uguali. Ai lati del cavaliere ci sono due donne che stanno in piedi. La prima indossa un abito scuro con in testa un fazzoletto, nelle mani tiene una spada, che richiama la vita militare, e un libro, che si ricollega allo studio e alla conoscenza. Entrambi gli oggetti diventano simboli di una vita attiva e contemplativa. L’altra donna indossa un abito dai colori più sgargianti, decorato con fili di perle rosse, ha i capelli liberi, sciolti in tutta la loro leggiadra naturalezza, e nella mano stringe un fiore, metafora d’amore e piacere.

Nel paesaggio dominano tonalità calde. L’ambiente naturale è pacifico e tranquillo, si scorge un piccolo villaggio in lontananza e ancora oltre una fortezza. Un piccolo lago, sulla destra, è sormontato da un ponte. Su tutto risalta come tinta di colore il rosso dello scudo e del vestito che ha indosso la donna sulla destra.

Il Neoplatonismo nel “Sogno del cavaliere” di Raffaello Sanzio. Virtus e Voluptas

Il “Sogno del cavaliere” di Raffaello apre lo sguardo su due strade distinte. Il cavaliere -e con lui lo spettatore- è invitato a fare una scelta sul proprio destino incarnata dalle due donne/categorie morali che gli appaiono davanti: Virtus e Voluptas. L’una conduce alla via dell’intelletto, l’altra a quella dei piaceri carnali. La spada e il libro sono un chiaro segnale di questo messaggio; nel valore militare e nella contemplazione intellettiva risiede il seme dell’elevazione e della nobiltà spirituale. Il fiore invece attrae i sensi e richiama una vita dedita alla voluttà dei piaceri terreni.

Nell’iconografia tradizionale -greca e quindi romana- Virtus e Voluptas sono sempre contrapposte, Raffaello invece cerca un ricongiungimento tra le due morali comportamentali. Il tentativo di ridurre la bipartizione ed armonizzare gli opposti in un’unica strada si evince dalla simmetria del dipinto, enfatizzata dall’albero che divide in due la scena. In questa intezione è visibile l’influenza della cultura fiorentina del tempo, dominata dagli influssi filosofici di Marsilio Ficino.

Nel 1484 Ficino aveva tradotto i “Dialoghi” di Platone segnando di fatto la nascita nel Neoplatonismo. La nuova concezione filosofica parte da due concetti fondamentali. Il Dio viene inteso come Unità primigenia, pura e assoluta, Luce da cui si dirama il Molteplice. È quindi un concetto assoluto e trascendente dalla cui emanazione si origina il mondo. Agli antipodi c’è il Buio, inteso come il luogo in cui questa Luce non giunge.

Tale bipartizione si armonizza nell’essere umano, perfetto paradigma del concetto neoplatonico. L’uomo è un essere unitario fatto di anima e corpo, Luce e Buio. Non deve quindi staccarsi del tutto dal mondo terreno per raggiungere quello metafisico, ma può tendere all’Unità “divina” anche attraverso la contemplazione del piacere terreno, della bellezza del mondo. L’anima dell’uomo diventa una copula, ossia un’ intermediaria fra il cielo e la terra. Di conseguenza non si può pretendere di separare in maniera drastica Virtus e Voluptas, al contrario è più opportuno armonizzare queste due naturali inclinazioni dell’uomo.

Le influenze artistiche e letterarie. Da Perugino al “Somnium Scipionis”

La realizzazione dei volti risente della pittura del Perugino, storico maestro di Raffaello. L’influsso si nota nella compostezza delle figure e nella loro sostanziale inespressività. Proprio questa è una delle peculiarità di Perugino da cui Raffaello prendere le distanze con “Lo sposalizio della Vergine” eseguito nel 1504. Tuttavia è tale inespressività a rendere più evidente la dimensione onirica del quadro.

Rispetto alle opere della maturità, qui Raffaello ha realizzato un orizzonte troppo alto che avvicina lo sguardo invece di allontanarlo. Il disegno delle figure umane è ricco di linee ondulate che richiamano le curve della collina, ciò contribuisce a rendere l’equilibrio che domina l’intero dipinto. Infine, la fusione dei colori si ispira alla tecnica dello sfumato di Leonardo.

«Ciò che si vede nelle sue composizioni è una folla di bei motivi armonici concatenati fra loro con una simmetria evidente» – M. Dvorak

Le fonti letterarie del dipinto sono entrambe romane. Il poema “Punica” di Silio Italico è stato scritto durante l’epoca della dinastia Flavia, ma ritrovato dall’umanista Poggio Bracciolini solo nel 1417. Il “Somnium Scipionis” di Cicerone costituiva la parte finale del sesto libro del “De Republica”. L’opera ciceroniana era un trattato di filosofia politica che risentiva della crisi politica dello stesso autore alla vigilia della fine dell’epoca repubblicana. Al centro del “Somnium Scipionis” vi sono una serie di profezie e norme di comportamento trasmesse in sogno a Scipione Emiliano dal nonno Scipione l’Africano, eroe della seconda guerra punica. Nel trattato, in particolare, ci si sofferma molto su un concetto: l’immortalità dell’anima. Ciò ne ha determinato l’enorme fortuna nelle epoche successive, soprattutto tra i cristiani. Ad essere citato e ripreso da Raffaello è proprio l’episodio del sogno, in cui Scipione deve scegliere fra due vie simboleggiate da altrettante dee: Pallade, simbolo di conoscenza (Virtus), e Venere, simbolo di piacere (Voluptas). 

Il dittico di Raffaello con “Le tre Grazie”

Con molta probabilità il “Sogno del cavaliere” di Raffaello fa parte di un dittico il cui secondo quadro sarebbe intitolato “Le tre grazie”, un olio su tavola realizzato intorno al 1503 ed oggi conservato al Musée Condé di Chantilly. Mentre nel “Sogno del cavaliere”, il protagonista deve ancora scegliere quale strada seguire, ne “Le tre grazie” il giovane ha preso la sua decisione: imbocca la via della virtù e viene ricompensato con i pomi delle Esperidi, consegnati direttamente dalle tre grazie.

“Il sogno del cavaliere”, per il suo scopo, viene interpretato come un exortatio ad iuvenem. È probabile che Raffaello abbia realizzato l’opera su commissione per il giovane Scipione Borghese, ragazzo aristocratico romano. In effetti in quel periodo l’artista si era recato nella città pontificia in occasione dell’elezione a Papa di Giulio II. Inoltre, quando il dipinto viene acquistato alla fine del settecento dagli inglesi, il quadro fa ancora parte della collezione privata della famiglia Borghese.

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