Il Sublime come categoria estetica della letteratura romantica

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Il sublime il letteratura. Romanticismo
“Viandante sul mare di nebbia” di C. D. Friedrich

Il Sublime, inteso come “ciò che è al limite”, è una categoria che risale all’età classica con ampie riprese nell’ambito del Romanticismo. Il concetto di Sublime è stato ampiamente trattato in letteratura.

In cosa consiste il “sublime”?

Burke, oltre ad essere stato il primo teorico della controrivoluzione, fu in gioventù uno degli inventori della nozione romantica del sublime associandolo all’orrore.

«Tutto ciò che può destare idee di dolore o di pericolo, ossia tutto ciò che è in certo modo analogo al terrore, è una fonte del sublime; è ciò che produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire. Il terrore è l’emozione sublime per eccellenza.»

Tuttavia, c’è chi – come Kant – ha dato una definizione sostanzialmente diversa di questo concetto, accostandolo ad una facoltà d’animo insita nell’essere umano.

«Sublime è ciò che, per il fatto di poterlo anche solo pensare, attesta una facoltà dell’animo superiore ad ogni misura dei sensi».

Secondo Kant il sublime apre all’infinito e può trovarsi anche in un oggetto privo di forma. È proprio in questa ultima associazione che si discosta dal concetto di bello, che è invece legato ad una forma finita. Nella concezione Kantiana di sublime trovano spazio due accezioni differenti: il sublime matematico, inteso come ciò che è assolutamente grande, e il sublime dinamico, inteso come tutto ciò che suggerisce un infinito in potenza e – per la sua smodata grandezza – può fomentare paura. Ne possiamo considerare esempio le rocce che sporgono audaci in alto, le nuvole che si ammassano in cielo prima di un temporale. É proprio in questa accezione di significato che l’idea di sublime in Kant sembra abbracciare in parte la teoria elaborata da Burke.

Siamo attaccati temporaneamente al periodo della Rivoluzione francese, e anche De Maistre esprime la propria idea di sublime: apre le sue “Considerations sur la France accostando la Rivoluzione al meraviglioso e al mirabile, dunque al sublime.

«La rivoluzione francese, e tutto ciò che da allora va accadendo in Europa, nel suo genere è altrettanto stupefacente dell’istantanea fruttificazione di un albero in gennaio […]».

La rivoluzione è “incomprensibile” e “stupefacente”: admiratio è il termine latino che traduce “sublime”. Anche per Tocqueville c’è qualcosa di sublime nella rivoluzione.

«L’Antico Regime ha fornito alla Rivoluzione molte delle sue forme; essa non ha fatto altro che aggiungervi l’altrocità del proprio genio».

Ammirazione e terrore sembrano essere le qualità che caratterizzano il concetto estetico di sublime.

La metapolitica del boia che assorbe il sublime

Ci sono due figure della sovranità che, secondo De Maistre, incarnano concretamente il concetto di sublime: il boia e la prostituta. Joseph De Maistre, svolgendo il suo impressionante ritratto del boia, del terrore che ispira, dell’isolamento e dei suoi simili, fa giustamente notare che questo culmine vivente dell’abiezione è, nello stesso tempo, la condizione e la base di ogni grandezza, di ogni potere e di ogni principio di subordinazione. De Maistre intuisce che il sovrano rappresenta l’esecutore, ossia quell’altro che – nella coppia orrore-stupore – fonda l’associazione umana. Insiste e considera l’esecuzione capitale un rituale fondatore della società. Sarà successivamente Baudelaire a ereditare questa concezione sacra e sublime del castigo.

«La pena di Morte è il risultato di una idea mistica, oggi del tutto incompresa. Essa non ha lo scopo di salvare la società, almeno materialmente, ma di salvare (spiritualmente) la società e il colpevole. Affichè il sacrificio sia perfetto, è necessario che ci sia assenso e gioia da parte della vittima».

Dunque non si tratta di prevenire il crimine o di dare un esempio, ma di riaffermare attraverso il sacrificio la colpa originaria di tutta la società umana.

I detrattori di questa poetica

L’antipatia di Maurras per il romanticismo conferma che l’antimoderno e il sublime erano due ingredienti inseparabili, parte integrante del romanticismo stesso. Maurras, infatti, mette alla gogna il romanticismo.

«Il letterati romantici attaccavano le leggi o lo Stato, la disciplina pubblica e privata, la patria, la famiglia e le proprietà».

Ai suoi occhi c’è poca differenza tra romanticismo e individualismo, o tra romanticismo e anarchia. Risulta chiaro che, attribuendo al romanticismo la causa di tutti i mali francesi, Maurras continuò imperterrito a demolire ogni idea di sublime romantico come nel caso de “Les amants de Venise” (1902), dove gli amori tra Alfred de Musset e George Sand sono messi in caricatura. Il romanticismo, vittoria femminile, avrebbe prevalso sul “maschio amore delle idee” con questa conseguenza:

«Oggi non si parla d’altro che di sentimenti. Le donne, schiacciate e umiliate dai nostri costumi, si sono vendicate trasmettendoci la loro natura».

Un maschilismo profondo deturpa l’ideale di Maurras. Il romanticismo avrebbe dunque inaugurato il secolo del “buonismo” che per Maurras è l’essenza stessa del regime repubblicano e democratico, lo stesso contro cui si scaglia.

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