Intervista a Chris Steele-Perkins. “Japan” porta l’Oriente in Italia

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Chris Steele-Perkins, intervista e mostra Japan

Chris Steele-Perkins, fotografo inglese membro di Magnum Photos, ha alle spalle cinquant’anni di carriera, iniziata documentando la vita nei contesti urbani più marginali della società britannica e continuata spostando lo sguardo verso l’Africa, l’Afghanistan e, negli ultimi vent’anni, il Giappone – tema dell’ultima mostra “Japan” -. Nel corso di una cinquantina di visite, Steele-Perkins ha provato a decifrare i vari aspetti di una cultura estremamente diversa da quella occidentale, a tratti abbagliante ed affascinante e a tratti incomprensibile.

Parliamo della mostra fotografica “Japan” a cura di Laura Noble. Un connubio di antichità e avanguardia, di senso della tradizione e voglia di seguire le nuove tendenze occidentali, che possono disorientare chi si approccia per la prima volta a questa cultura. Gli abbiamo rivolto in proposito alcune domande, indagando più a fondo sull’identità del paese e interrogandolo sui temi portanti dei suoi cinquant’anni di fotografia.

Intervista a Chris Steele-Perkins. In mostra Japan

È stato in Giappone moltissime volte, ha anche scritto a proposito più di un libro. Come è cambiato questo splendido paese, e come si è sviluppata la sua prospettiva su di esso in “Japan”?

Immagino che il mio vero interesse verso si Giappone si sia sviluppato quando ho incontrato la donna che sarebbe diventata mia moglie, Miyako Yamada, dal momento che è giapponese. Quest’anno sono 20 anni di matrimonio. Anche così, però, il Giappone è sempre stato un enigma per me. A volte mi sembra di capirlo bene, e magari di avere una prospettiva grazie a mia moglie, e a volte mi sembra di essere in universo parallelo che pare avere un senso ma mi sfugge. Questo lo rende infinitamente intrigante ma anche frequentemente surreale.

Ha visto il Giappone in uno dei suoi peggiori e più dolorosi momenti, lo tsunami Tōhoku. Come reagisce il paese a questi momenti difficili?

Mi è sembrato reagire con efficienza e dignità al disastro. Non riesco a pensare a qualsiasi altra nazione che avrebbe potuto affrontare meglio tre enormi traumi: un potentissimo terremoto, un gigantesco tsunami e una catastrofe nucleare. 278mila edifici erano mezzi distrutti e 726mila lo erano parzialmente. Il danno economico diretto è stato stimato sui 199 miliardi di dollari e quello totale potrebbe raggiungere i 235 miliardi, secondo una stima della Banca Mondiale, rendendolo il disastro naturale più costoso della storia. Ci sono ancora aree vietate al pubblico per il pericolo di avvelenamento da radiazioni.

Parlando della sua storia personale: si è laureato a pieni voti in psicologia. In un certo senso, credo che questo l’abbia sicuramente aiutato nel suo campo di lavoro, apparentemente molto distante. È così?

La psicologia era utile per me perché era abbastanza facile da studiare – a differenza della meccanica quantistica – e mi ha dato il tempo di studiare e fare pratica con la fotografia nel mio tempo libero. Più importanti della psicologia per un fotografo sono forti interesse e curiosità per il mondo, e una ragionevole dose di buon senso.

Cinquant’anni di carriera sono moltissimi, specialmente se spesi raccogliendo storie di vita da ogni angolo del globo. In tutti questi anni, quale pensa sia stata la galleria più significativa che ha prodotto?

Non riesco proprio a rispondere a questa domanda perché è un po’ come chiedere a un genitore qual è il suo figlio preferito. I miei “bambini” fotografici sono i miei libri. Contengono le cose che sono più importanti per me, come fotografo. Includono libri ancora non pubblicati e libri ancora non finiti. Alcuni di questi sono sui miei vent’anni di visite in Giappone (in parte contenuti nella mostra). C’è anche un libro sull’Africa, uno sulla città in cui son nato, Burma, uno di panorami… la lista continua.

Osservando il suo percorso fotografico si nota la netta prevalenza di ritratti di persone ai margini, che siano i Teds della Bretagna o i civili della Somalia in un periodo di carestia. Nonostante vivano in contesti molto diversi, pensa che siano in qualche modo resi simili da questa condizione comune di outsiders?

Forse, senza entrare troppo nella psicoanalisi, è perché mi sento in qualche modo io stesso un outsider, come bambino immigrato di razza mista, venuto da Burma in Inghilterra in un periodo in cui molte persone erano convinte del fatto che essere un vero inglese voleva dire essere un inglese bianco. Io ero sul marrone giallognolo. Non ne ho sofferto, anzi, mi ha fatto guadagnare molto, eppure penso di aver sempre avuto un senso di empatia per gli outsider. Non sono tutti uguali, non lo sono per nulla visto che sono in realtà tutti molto diversi tra di loro, ma in mezzo a questa differenza c’è un comune filo conduttore.

Il suo ultimo libro, “The New Londoners“, racconta una città variegata e multientnica, che sta cambiando volto grazie ai continui flussi migratori dai posti più disparati. Come si combinano questi background? E possibile secondo lei parlare ancora di paesi e differenze culturali, oppure siamo sempre più cittadini del mondo, che vivono in una sorta di monocultura?

La monocultura implica una somiglianza e una conformità noiosa. Stati nazionali e differenze culturali non sono un problema. Il problema è quando cominciamo a uccidere, ferire, sfruttare, schiavizzare e mancarci di rispetto a vicenda sotto le bandiere di Stati Nazionali, Culture, Religione, Sessualità, Genere e così via. Il mio libro, The New Londoners, è una celebrazione della diversità e un appello alla tolleranza. Non mi sembra una cattiva idea, direi. – Chris Steele-Perkins

Cornice per l’esposizione di questi scatti sono stati i Magazzini Fotografici di Napoli, uno spazio no-profit mosso dal sogno di divulgare la fotografia intesa come dialogo con lo spettatore, nella ricerca di un confronto ed un vicendevole arricchimento culturale. Un progetto di rigenerazione urbana che vuole fare della cultura la sua bandiera e che, con profondo spirito di collaborazione, ha aperto le porte al lavoro di Chris Steele-Perkins.

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