Intervista a Gianluca Sità sul processo creativo e il ruolo del mito

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Intervista a Gianluca Sità. "Sic volere Parcas"

Gianluca Sità, giovane talento di origini calabresi, ospita nella sua arte le influenze della cultura greca e del mito classico. La Magnagrecia si affaccia nelle sue opere, prende nuova vita e origina uno spazio senza tempo. Ci si può addentrare per trovare risposte ai tempi moderni o, forse, per scoprire le domande giuste. Un rimando alla cultura classica in dimensioni eterne e mai dimenticate. Le tematiche, care anche a De Chirico, accomunano il pittore metafisico con il giovane talentuoso così vicino alla visione surrealista. Si riscopre un fascino classico forse smarrito che occorre recuperare per poter raccontare l’eternità dell’essere umano e indagare meglio il presente. Nel corso di questa intervista a Gianluca Sità abbiamo avuto modo di addentrarci nella sua opera e di scoprirne il processo creativo. Una chiacchierata da “puntini sospensivi” per non chiudersi in troppe definizioni e lasciare lo spazio di indagare con la mente, interrogarsi e riscoprire la bellezza nell’arte.

Intervista a Gianluca Sità

Ci può parlare di una delle sue creazioni a cui è più affezionato e perchè?

Il legarsi emotivamente nel tempo a un’opera è un concetto da cui sono distante. Un lavoro può essere più rappresentativo rispetto ad altri per il periodo che si vive di volta in volta, come la recente tela alla quale ho lavorato in questa fase di essenzialismo: “Sic volvere Parcas”.

Le Parche – o Moire per i greci – erano le tre divinità che stabilivano il destino degli uomini: Cloto filava il filo della vita, Lachesi ne decideva la lunghezza e, infine, Atropo lo recideva al momento stabilito. Le loro scelte erano tanto irrevocabili che nemmeno gli dèi potevano mutarle. Dunque un soggetto mitologico attraverso il quale ho voluto raccontare una narrazione che, sin dall’infanzia, mi ha sempre affascinato. In “Sic volvere Parcas” le tre figure (mitologiche) vengono citate tramite la rappresentazione di tre falene, comunemente chiamate “sfinge testa di morto” per la macchia che presentano sul dorso che ricorda un teschio. In realtà però il loro nome scientifico deriva proprio dalle Moire, poiché delle tre specie conosciute, ben due sono riconducibili alle sorelle filatrici, loro nome scientifico è “Acherontia Atropos” e “Acherontia Lachesis” e deriva proprio dal termine Parche. Il centro della tela è volutamente vuoto; i tre lepidotteri sono dipinti ai margini dell’opera su una parete ferrosa ossidata (rimando alle fredde cesoie di Atropo) e indicano dei punti che, insieme al fuso di Lachesi formano una circonferenza che ho voluto associare all’eterno legame ciclico vita-morte di cui le tre divinità erano le indiscusse signore.

Cosa vorrebbe che arrivasse al cuore e alla mente di chi ammira una sua creazione?

Non dipingo mai pensando cosa arrivi a chi osserva un mio lavoro. Un’opera una volta uscita dallo studio di un pittore, non gli appartiene più. Chi si porrà in contatto con quell’immagine, avrà una sua percezione dovuta alla propria sensibilità e al proprio vissuto. Altresì sarebbe interessante se i miei lavori ponessero delle domande, se non raccontassero un messaggio scelto a priori ma indicassero una strada…

Da quale emozione prende vita la sua arte e cosa la ispira?

Credo che l’emozione possa aprire al processo creativo. Un’emozione mai positiva come il dolore, la sofferenza. Se positiva, infatti, l’emozione si vive senza la necessità di dover trovare il modo di “affrontarla”.

Non esiste qualcosa di determinato che la genera; l’ispirazione può nascere da qualcosa che si osserva, da un accaduto, da un pensiero, da un racconto o una lettura, da un’emozione… Se dovessi invece dirvi qual è l’elemento che ha un potere evocativo molto forte, quello è la parola.

Il suo percorso artistico e la scelta di fare dell’arte la sua vita quando sono stati maturati?

Da adolescente cambiai l’indirizzo dei miei studi dall’ambito letterario a quello più prettamente artistico; abbandonai il Liceo Classico per proseguire la formazione al Liceo Artistico. Terminato il liceo mi sono diplomato presso l’Accademia di Belle Arti.

Nel suo processo artistico quanto c’è d’impulsivo e quanto di ragionato?

C’è una coesistenza tra i due elementi.

C’è qualcosa all’interno della sua arte che non la soddisfa ancora del tutto?

Sì. È uno dei motori che porta avanti la ricerca pittorica.

Secondo lei quale messaggio l’arte può o dovrebbe portare con sè oggi?

Rischierò di esser banale, direi la bellezza. Dopo vari decenni in cui la bellezza è stata “messa da parte” dalle varie Avanguardie, credo che l’arte debba riappropriarsene. Sarebbe importante soffermarsi sul concetto di bellezza, ma rischierei di esser troppo prolisso.

 

Intervista a Gianluca Sità

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