Intervista a Gianluca Stival. Il suo ultimo libro “Scriverò di te”

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Gianluca Stival

Gianluca Stival si è imposto sul mercato editoriale grazie a pubblicazioni online e cartacee di suoi componimenti, valutate positivamente da esperti, critici e personaggi famosi. Ha presentato poesie in lingua italiana, francese, inglese, spagnola e portoghese brasiliana, apprezzate e commentate da blog di poesia internazionali. Nel 2017 viene inserito all’interno de “Enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei”, edita da Aletti Editore. Pubblica il primo libro per la grande distribuzione dal titolo “Meriti del mondo ogni sua bellezza”, recensito da testate giornalistiche italiane e da blog internazionali. Nel 2018 rilascia una nuova raccolta di poesie dal titolo “AWARE – Tutte le poesie” (tradotta in francese e portoghese brasiliano) e porta a teatro il suo monologo sulla libertà dal titolo “Meriti di essere libero”. Nel 2019 continua con progetti letterari in Italia, Francia e Brasile e pubblica il terzo libro dal titolo “Scriverò di te”, edito da Editrice Veneta.

Intervista a Gianluca Stival

Determinato, tenace, con le idee chiare ma anche profondamente sensibile, Gianluca Stival si mostra umile e maturo nonostante l’età (classe 1996). Così potrebbe essere descritto questo giovane, ma già prolifico, autore.

Gianluca Stival, prosa e poesia possono convivere pacificamente in uno stesso scrittore o una prevale sempre sull’altra?

Sarò sincero: la poesia ha uno spazio molto grande nel mio cuore. Recentemente ho pubblicato due brevi poesie legate a questo periodo difficile e per un attimo è stato come se avessi ripreso in mano le chiavi di casa e l’avessi riaperta. Era tutto come l’avevo lasciato. Scrivere in prosa richiede organizzazione, metodo e gestione del tempo diversi rispetto alla poesia. Scoprire il genere dei racconti, nella modalità in cui li desiderava mio nonno, mi ha fatto staccare la mente dalle “sovrastrutture” della poesia e mi ha fatto scoprire un nuovo modo di scrivere.

Ci parli della tua ultima opera in prosa “Scriverò di te”?

L’idea di “Scriverò di te” è nata durante un pranzo che mio nonno organizzò circa due anni fa con alcuni amici. Verso la fine della giornata uno di loro gli propose di raccogliere tutti gli episodi più importanti della sua vita. Da lì iniziammo a parlarne, mio nonno mi chiese se avessi voglia di avventurarmi nei suoi lunghi novant’anni e accettai. Lo registrai per un totale di circa quindici ore, raccolsi le pagine con i suoi appunti e feci anche una ricerca tra le sue foto per selezionare quelle più belle.

Le chiavi di lettura di “Scriverò di te” sono fondamentalmente due: da un lato c’è mio nonno che racconta la sua vita con dettagli simpatici, precisi e molto personali, mentre dall’altro c’è uno sguardo più universale con riflessioni in cui ciascun lettore può rivedersi senza necessariamente conoscerlo personalmente. È stato un viaggio molto bello, ho riscoperto un nonno affascinato dal mondo, molto giudizioso e sempre pronto ad ascoltare.

Sai che la figura dei nonni viene spesso celebrata nelle canzoni e nella letteratura, tra i “grandi” potrei citarti Gabriele D’Annunzio, i fratelli Grimm, Giovanni Pascoli, Fernando Pessoa… Quale ruolo ricoprono, secondo te, i nonni nel ménage familiare e nella riscoperta di valori e tradizioni?

Io credo fondamentalmente che la figura del nonno sia come quella di un secondo genitore, anche se ho il timore che molto spesso il nostro sistema sociale non li valorizzi abbastanza. I nonni rappresentano il supporto affettivo dei genitori qualora non ci fossero e sono sempre un valido esempio di affetto, discrezione e premura grazie al loro tempo e ai loro valori. Ecco perché sono preziosissimi e mantengono in essere quel senso di identità e quindi di utilità indispensabile per la società. C’è bisogno della loro saggezza in questi anni. Una frase che mi ha sempre affascinato è «I nonni ti vedono crescere sapendo che ti lasceranno prima degli altri. Forse è per questo che ti amano più di tutti.»

Parlando sempre di “grandi” della letteratura, il Coronavirus si è portato via Luis Sepúlveda. Come ti piace ricordarlo e come vorresti che vivesse nelle prossime generazioni?

Mi piace ricordarlo con l’opera “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, un romanzo che aveva pubblicato alla fine degli anni ’90. Era stato espulso dal Cile e si era unito ad una missione per studiare l’impatto della civiltà sulle popolazioni native nella foresta amazzonica. È inutile dire quanto sia importante la grande lezione di rispetto per l’ambiente che traspare attraverso le vicende dell’anziano Antonio José Bolivar. Una citazione dal libro che mi è sempre piaciuta è “Sapeva leggere. Fu la scoperta più importante di tutta la sua vita. Sapeva leggere. Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia”.

L’amore per le lingue e per le altre culture credo che appartengano al tuo patrimonio genetico. Hai già avuto modo di essere tradotto all’estero, ma quale sogno di scrittore vorresti ancora realizzare oltreconfine?

Mi piacerebbe senza dubbio riuscire a fare alcune presentazioni all’estero, soprattutto in Brasile e in Francia. La bellezza di scrivere in altre lingue è che riesci ad entrare nel cuore e nell’anima anche di chi non parla la tua lingua madre, scoprendo punti di vista – e di vita – in comune.

Infine, secondo te come è cambiato il mercato editoriale dalla tua prima pubblicazione a oggi e quale scenario potrebbe aprirsi per il futuro dopo la pandemia che ci ha colpiti?

Questo momento delicato è difficile su tutti i fronti, anche e soprattutto per l’editoria. Le case editrici stanno cambiando il loro piano editoriale e i posti di lavoro al loro interno tendono a diminuire privilegiando l’ambiente smart. Rialzarsi non sarà affatto facile, questo lo sappiamo tutti, ma potrebbe essere meno impegnativo semplificando e limitando la burocrazia.

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