Intervista a Lucia Sardo. Anima ribelle, folle e generosa

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Intervista a Lucia Sardo

Lucia Sardo è un’attrice, regista, sceneggiatrice e insegnante di teatro, nonché esponente di spicco del teatro di ricerca italiano. Negli anni ’80 è tra i fondatori dell’Istituto di Cultura Teatrale a Santarcangelo di Romagna dove dirigerà il Festival di Teatro Europeo. Nella sua carriera Lucia Sardo entra in contatto tra gli altri con Jerzy Grotowsky, Dario Fò e Franca Rame. Si è fatta conoscere sul grande schermo per il ruolo della madre di Peppino Impastato né “I cento Passi” e per il ruolo di co-protagonista nel film di Carlo Verdone “Ma che colpa abbiamo noi.”

Lucia Sardo stata diretta da registi del calibro di Aurelio Grimaldi, Marco Tullio Giordana e Giuseppe Tornatore e ha collaborato con diversi attori tra cui Luca Zingaretti, Penelope Cruz e Nino Manfredi. In questi mesi gira l’Italia con lo spettacolo “La Rondine” per la regia di Francesco Randazzo, che racconta l’attentato del 2016 al bar gay di Orlando in Florida. L’abbiamo intervistata durante la tappa a Napoli della sua tournée italiana.

Intervista a Lucia Sardo

Salve. Lei nasce in Sicilia dove ha vissuto fino al raggiungimento della maggiore età. Come è stata la sua vita prima di trasferirsi e lasciare l’isola?

Francofonte è un paese siciliano. Un paese che non ha il mare al contrario di quanto tutti potrebbero immaginare, sentendo parlare di Sicilia. Invece è in collina. Un paese che vive di agrumeti. Mio padre stesso aveva degli aranceti.

Sono rimasta sino a 18 anni. Poi sono andata via perché a quei tempi era molto difficile per una ragazza stare in Sicilia. Soprattutto per una ragazza molto vivace e sognatrice come me. Abbiamo conquistato tanto e vorrei che le ragazze di oggi sapessero da dove siamo partite noi: noi pioniere. Alla mia età, quando ero ragazza, per le donne era molto molto dura. Nel senso che le ragazze non avevano diritto a tantissime cose.  Intanto era fondamentale che noi dovevamo garantire la dignità e l’onore dei nostri padri e dei nostri fratelli. Io una volta litigai con mio fratello perché lui aveva paura che gli facessi perdere l’onore. Gli dissi: «Perché devo essere io a garantire la tua immagine pubblica?! Ci devi pensare tu alla tua immagine pubblica!» Io ero molto vivace, ero una ragazza piena di energia, di inventiva, ero molto creativa, molto intelligente e gli risposi di conseguenza.

Per la donna di quei tempi era possibile emanciparsi dal marito tramite un divorzio?

Ricordiamoci che il delitto d’onore è stato tolto negli anni ’80. Quindi noi potevamo essere uccise tranquillamente e chi ci ammazzava al massimo poteva prendersi due anni di galera. Questo era il nostro divorzio, la nostra forma di divorzio.

Poi Lucia Sardo si è trasferita a Treviglio…

Si, sono andata a Treviglio perché ho fatto la segretaria in una scuola. Trovare un lavoro era l’unico modo per andare via da casa. Altrimenti mio padre non me l’avrebbe permesso. Quindi feci domanda ed ebbi un incarico a tempo indeterminato a Treviglio. Per cui quando mostrai questo foglio a mio padre gli dissi: adesso me ne posso andare, guarda qui. Perché non c’era altro modo. Per le donne lavorare era una vergogna. Io mi ricordo che quando mi diplomai in estate cercai dei lavoretti. Ero tutta felice e mio padre mi disse: «Ma questo cretino che ti ha trovato un lavoro come si permette?! Ora ci vado e lo rimprovero. E gli dico: Io a mia figlia la posso mantenere. Non abbiamo bisogno di te.» Gli risposi: «Non è che cerco lavoro perché tu non mi puoi mantenere. Cerco lavoro perché voglio essere indipendente.» Ma allora non era prevista l’indipendenza di una donna. La donna doveva dipendere sempre da qualcuno. E io sono stata sempre indipendente!

A Treviglio ha incontrato il teatro?

A Treviglio sono stata molto fortunata perché ho incontrato il Teatro di Ventura. In quel momento era uno dei gruppi più importanti della ricerca italiana. Io ho iniziato con un laboratorio. E dopo il laboratorio, durato un mese, mi chiesero di lavorare con loro. Perché evidentemente avevano notato il mio talento. Dunque io nel brevissimo tempo di un mese ho lasciato il posto statale, il mio fidanzato col quale convivevo. Avevamo un buon regime di vita, io guadagnavo bene, lui era medico e ci permettevamo anche una cameriera. Un mese dopo ero poverissima a fare teatro di ricerca, a fare 10 ore di training al giorno. Ma ero così felice…

È stata molto coraggiosa sotto questo aspetto…

Ma sai tanti mi dicono «Sei stata coraggiosa». Io dico ma tu se scopri qual è la cosa che ti fa felice, che ti rende felice, non sei più schiavo di nessuno e di niente, è coraggio?! Sei stupido se non ci vai! Io prima stavo male, avevo attacchi di panico, non potevo più uscire di casa. All’improvviso sto bene, sono felice. Che coraggio ci vuole? È come dire hai avuto coraggio ad innamorarti di Richard Gere?! Ma ci vuole coraggio?! Se ci vuole coraggio? Sono stata molto coraggiosa!

Poi per diversi anni Lucia Sardo ha organizzato il Festival di Sant’Arcangelo di Romagna, teatro in piazza.

Festival del teatro d’avanguardia, nelle piazze, nei palazzi, nei giardini, nei campi sportivi. Venivano compagnie da tutto il mondo. Era un punto di riferimento per tutta l’Europa. Anche per gli spettatori e gli attori e registi stranieri.

Tra i vari nomi di stranieri mi è balzato subito agli occhi quello di Grotowsky. Ha avuto modo di incontrato?

Assolutamente sì, eravamo pure “amichetti”. Pensa che noi Jerzy lo abbiamo ospitato al Teatro di Ventura perché lui aveva avuto dei problemi col governo polacco e ci avevano chiesto se lo potevamo ospitare. Ospitarlo significava ospitare lui e i suoi allievi e noi lo abbiamo fatto. Per diversi mesi è stato a Sant’Arcangelo. E per ripagarci di questa “gentilezza” ci teneva dei laboratori, degli incontri di lavoro. È stato un maestro per noi.

Nell’immaginario teatrale comune ci sono i tre capisaldi Stanislavsky, Brecht e Grotowsky. Quindi sentire un nome del genere mette un po’ paura. Come ha vissuto questo incontro?

No, con Jerzy è stato un bellissimo incontro. Poi viverci accanto… non era solo il maestro di teatro, ma era quello che ti prendeva per le spalle e ti diceva andiamo a bere qualcosa al bar. Quando lui a un certo punto è partito, la signora del bar centrale mi chiese chi fosse quell’uomo con gli occhialetti neri. Io le dissi: «Signora, guardi che in questo momento lui è considerato il più importante uomo teatrale del mondo». E lei mi rispose: «Ma come? E sono tutti ripartiti ora?!» Io devo dire che ho conosciuto anche l’aspetto umano di Grotowsky ed era una persona molto divertente, o almeno, a me faceva ridere tanto.

Al cinema ha collaborato con Nino Manfredi, Luca Zingaretti, Penelope Cruz, Luigi Lo Cascio e tanti altri grandissimi nomi. Ha avuto una carriera cinematografica molto prolifica…

Io non credo al caso, ma il cinema è comunque capitato nel mio percorso. Sono stata contattata per diversi film. Anche se io non ho mai vissuto con tutta questa enfasi i momenti anche molto positivi che mi hanno vista protagonista. Ad esempio negli anni in cui uscivo con “I cento passi” ero anche co-protagonista del film con Verdone “Ma che colpa abbiamo noi”. Quindi ero presente col massimo della tragedia e il massimo della comicità, della commedia. Appena ho fatto questo film mi sono trasferita nel mio paese. Sarei dovuta essere a Roma, a raccogliere i frutti. C’era la mia agente che mi chiamava e mi diceva: «Ma come c’è Roma ai tuoi piedi e tu te ne stai in un paesino sperduto a fare laboratori teatrali?» Ma quella era la mia vita, quello mi piaceva.

Ci può raccontare qualche aneddoto interessante de “I cento passi” ?

Aneddoti ce ne sono tantissimi. Una cosa che mi ha toccato è questa. Di solito quando col cinema andiamo in un posto, noi siamo adottati e coccolati dalla gente del paese. Le persone ci vogliono bene, ci offrono da bere. Oppure ci invitano a casa o portano piccoli omaggi. Ad esempio mi è capitato anche che mi regalassero uova fresche. Invece tutto questo non è avvenuto a Cinisi, perché le persone avevano una grande diffidenza. Una volta un signore disse: «Mi raccomando trattiamolo bene a Badalamenti!» E questo può dare un po’ la cifra di come una parte del paese stava reagendo. Mentre siamo stati accolti in maniera meravigliosa dagli amici di Peppino. Veramente ci coccolavano, ci proteggevano.

In questi giorni sarà ancora a teatro con “La Rondine” per la regia di Francesco Randazzo. Quanto di lei ritrova nel personaggio di Marta e quanto ha dovuto invece svilupparlo di sana pianta?

Un attore trova sempre qualcosa di sé, magari non in tutta la pièce, ma ci sono dei momenti che sono tuoi. Anche come pedagoga io dico che noi possediamo tutto dentro di noi. Esiste il santo, il diavolo, esiste l’assassino. Bisogna andare a filtrare quella parte di se stessi per poter lavorare bene. Perché noi conteniamo tutto. Un po’ come l’immagine della goccia che contiene tutto l’oceano. Dentro di me c’è tutto, ci può essere anche del razzismo, magari non nei confronti di altre etnie ma degli ignoranti ad esempio. O una parte di intolleranza c’è. Come quando vado in un ufficio pubblico e sono intollerante perché ritengo di non aver ricevuto la giusta accoglienza. Quindi mi vado a vedere quella parte di intolleranza e poi me la sviluppo, nella forma in cui ne ho bisogno per il ruolo che sto andando ad interpretare.

Grazie per la sua disponibilità. Ha l’umiltà delle persone che crescono artisticamente perché nella vita si son messe in gioco emotivamente tanto.

Per me il lavoro dell’attore è un veicolo. Sono più interessata alla parte spirituale della vita. Il veicolo che ho scelto è la recitazione. Ho più possibilità. Posso mettermi nei panni dell’assassino, del santo, dell’intollerante. Quindi ho più possibilità di scoprire perché siamo venuti qui. Alla fine questo è quello che mi interessa più di ogni cosa. Sicuramente fare l’attrice è il mio modo di attraversare la mia esistenza.

Cosa direbbe agli spettatori per invogliarli a vedere il suo ultimo spettacolo, “La Rondine”?

Dicendogli che questo spettacolo, anche se apparentemente ha una tematica, in realtà parla dell’impossibilità di comunicarsi l’amore. Quindi può essere una bellissima lezione perché delle volte poi gli errori fatti li possiamo riparare. Ma se accade qualcosa di irreparabile, se non ci siamo detti che ci amiamo. Non ci siamo dimostrati l’amore e poi succede quel qualcosa di irrimediabile, ci rimane il dolore dentro. E invece questo spettacolo vuole essere un inno alla riconciliazione. Vedere un problema da più punti di vista, vedere anche le motivazioni dell’altro. Anche quando ci sembrano folli, razziste. Però se ci mettiamo in ascolto attraverso l’anima, quello è importante. Mettersi in ascolto attraverso l’anima non attraverso i problemi, che rappresentano un terreno di confronto arido.

Grazie a Lucia Sardo, attrice, regista e insegnate. Una donna che attraverso il teatro ha scavato dentro di sé, diventando consapevole dei suoi punti di debolezza e dei suoi punti di forza, e riuscendo a trattare con semplicità momenti difficili e belli, complicati e importanti della sua vita facendocene dono senza filtri.

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