Intervista a Luciano Romano. Il fotografo che si eleva dal reale

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Intervista al fotografo Luciano Romano. Scala
Scala #1911, 2017 di Luciano Romano (Naples, Italy, Palazzo Mannaiuolo. Giulio Ulisse Arata)

Evocatore di sogni e suggestioni, cantastorie di infiniti racconti, Luciano Romano è il fotografo della messa in scena della realtà. Dalle rappresentazioni teatrali alle scale che conducono al cielo, dalle visioni ottiche in bilico tra reale e virtuale fino alle sinuose e ipnotiche onde che si rincorrono. Ci racconta cosa guida il suo sguardo fotografico e quali sono i principi che sottendono alla sua fotografia.

Intervista al fotografo Luciano Romano. Il rapporto col teatro

Quanto ha influenzato il tuo lavoro in ambito teatrale nell’elaborazione del tuo stile compositivo?

L’esperienza teatrale è alla base della mia ricerca, m’interessa indagare il rapporto esistente tra la fotografia d’autore e il linguaggio teatrale, ovvero mostrare come la fotografia contemporanea tenda sempre più a mettere in scena il soggetto rappresentato anziché limitarsi a documentarne una possibile condizione oggettiva.

La coesistenza o l’alternativa di verità e finzione nell’immagine fotografica mette in crisi un medium storicamente considerato descrittivo e documentale. L’osservatore di un’immagine – consapevole che la componente virtuale o illusoria è oramai insita nel processo creativo – assomiglia sempre più allo spettatore che per tutta la durata di un film stabilisce un patto non dichiarato con il regista per lasciarsi coinvolgere da ciò che vede.

Luciano Romano traduce la realtà e rendendo l’architettura metafora

C’è un parallelismo tra lo spazio scenico teatrale e quello racchiuso nell’inquadratura di una fotografia?

Il teatro e la fotografia hanno molto in comune, se non altro perché nello spazio circoscritto del fotogramma o del palcoscenico tendiamo a tradurre la realtà in maniera simbolica, metaforica e narrativa.

In molte delle tue opere, anche appartenenti a cicli diversi, è presente un elemento che funge da cornice, che sia un edificio, una finestra, un cannocchiale prospettico di arcate che si susseguono. È solo una questione compositiva o ha anche una valenza simbolica?

L’architettura può essere letta come la perfetta metafora dell’azione umana: trasformare la natura e costruire il mondo a propria immagine, sfidare la legge di gravità partendo dalla pesantezza e dall’opacità della materia per mirare alla luminosità del cielo.

Lo stesso avviene in molte delle mie immagini, immerse in un’atmosfera metafisica che le fa apparire come sospese nel tempo e nello spazio, sempre agganciate alla realtà visibile ma allo stesso tempo tendenti a qualcosa di ideale, trascendente ed assoluto. L’arco o la finestra che fungono da boccascena, il senso di spazio infinito suggerito da un cannocchiale prospettico, gli archi e le colonne che si susseguono, la luce abbagliante che traspare sullo sfondo, sono componenti di questa narrazione.

Tutto questo avviene rimanendo fedele all’oggettività del processo fotografico, mai contaminato da veri e propri processi di postproduzione, in attesa che si compia nel modo più sottile e insinuante quel processo di trasfigurazione latente in ogni rappresentazione, in grado far aderire la percezione del vero al proprio mondo interiore.

La soglia e il significato degli elementi geometrici

In numerosi tuoi cicli artistici è dominante il concetto di soglia. Quale valore metaforico attribuisci al passaggio da uno spazio -o uno stato- a un altro?

Percorrere uno spazio è un’esperienza che provoca in me un senso scoperta, ma anche di ansia, di attesa, di sospensione: nella rappresentazione di un luogo cerco sempre un’ideale zona di confine, di transizione.

Le scale, ad esempio, sono la soglia del divenire, dell’ascesa, del progresso; costruzioni nate per il collegamento funzionale tra i diversi piani diventano il tramite simbolico tra i diversi livelli della coscienza, luoghi dello spirito che rimandano alla Scala del Paradiso sognata da Giacobbe, il passaggio tra la materia e l’anima reso evidente dal conflittuale alternarsi di luce e ombra.

Nei fotogrammi gli spazi fisici alludono sempre a stati d’animo.

Le tue opere si caratterizzano spesso per la presenza di segni grafici e forme geometriche ben definite. Cosa ti spinge a ricorrere a questo tipo di linguaggio dell’immagine?

Il ricorso alla geometria rivela il desiderio di stabilire un elemento di certezza nell’entropia del mondo sensibile.
Le architetture si avvalgono sempre della composizione di forme geometriche più o meno complesse, ma anche in natura è possibile rintracciare perfette geometrie. Ho adottato questo metodo a partire dal ciclo “Onde” (1999-2002) nel quale il mio lavoro indagava attraverso schemi e sequenze compositive il flusso dinamico che anima la natura.

I segni e la geometria vengono da me sfruttati come un detonatore per stimolare la percezione; prendiamo ad esempio la spirale presente in molte delle mie scale: il suo potere attrattivo risiede nell’essere una forma ricorrente in natura, a tutti i livelli, dalle volute di una piccola conchiglia al deflusso dell’acqua in un gorgo, fino alla disposizione della materia cosmica nella galassia. È una forma assoluta, che trova fondamento nelle leggi della fisica. Questa figura geometrica è sempre coinvolgente e intimamente legata ai nostri meccanismi percettivi al punto da diventare una visione ipnotica.

Lo sguardo sul mondo

Il tuo lavoro in ambito editoriale ti ha permesso di focalizzare l’attenzione su argomenti specifici, fino alla composizione di articolati cicli fotografici. Ritieni che un’opera possa rafforzare il proprio valore contenutistico in relazione alle altre appartenenti allo stesso ciclo?

Le singole immagini sono per me come note sparse o suoni che opportunamente combinati tra di loro possono produrre musica e quindi acquisire un diverso valore.

Nel raccontare spazi urbani, spesso diversificati, cosa guida il tuo sguardo?

L’immagine che ci rimane impressa è sempre lo specchio di qualcosa già posseduto nella nostra mente, è come un’eco che risuona, qualcosa che richiama alla mente l’archivio della nostra memoria, è questo che la rende riconoscibile; oggi diremmo che è come una parola chiave che innesca il nostro personale motore di ricerca.

È come se la nostra mente percepisse un frammento della realtà e lo classificasse attraverso un espediente di riconoscimento: nell’immagine vediamo distintamente gli elementi costruttivi degli edifici, le crepe dell’intonaco, i marmi, le balaustre, ma la mente ci fa vedere ancor prima una forma iconica, un occhio, una conchiglia, un vortice o una galassia. Sono immagini che lasciano intenzionalmente un varco aperto per lasciarsi interpretare e completare dallo sguardo di chi le osserva.

In altri casi l’attenzione è guidata da una sorta di intuizione: un esempio è “The Big Apple”, uno scatto eseguito nel 2010 all’interno dell’Apple Store a New York; era il periodo del lancio del primo iPad e noi sappiamo solo ora, soprattutto dopo il lockdown, come questa dipendenza da schermo portatile avrebbe trasformato le relazioni umane.

Le linee algide delle superfici del vetro e dell’acciaio contrastano con l’entropia delle figure che si avvertono oltre la superficie traslucida: osservando la posizione dei piedi è possibile intuire l’infinita gamma di personalità e atteggiamenti che contraddistingue questo campione di umanità come se fosse disposto sul vetrino di un grande microscopio, come se fosse stato possibile prevedere già allora quella che sarebbe stata una vera e propria mutazione genetica del nostro comportamento.

L’elemento umano nelle foto di Luciano Romano

Spesso le figure umane che abitano le tue fotografie sono anonime, in ombra, evanescenti. Qual è il ruolo dell’essere umano all’interno delle tue opere?

I miei spazi sono spesso disabitati oppure popolati da figure indistinte, ombre sfuggenti, come le persone che avverti con la coda dell’occhio per la strada. Questo sguardo indiretto, che io chiamo obliquo, rivela un senso di latente disadattamento.

Scelgo un’ambientazione come se fosse un palcoscenico, e aspetto che prima o poi avvenga qualcosa di significativo. Spesso mi reco nei luoghi dove le persone vanno a vedere qualcosa, esposizioni, mostre, eventi; io guardo, non visto, quelli che guardano.

A partire dal 2008, e in particolare nelle mie installazioni pubbliche, sono protagonisti i volti e i corpi di attori, cantanti, danzatori; dovendo coinvolgere soggetti consapevoli, preferisco avere davanti a me persone abituate a gestire l’espressione del viso e i movimenti del corpo, anche se è difficile che li costringa a una posa vera e propria, preferendo sempre cogliere lo scatto durante un’azione.

Luciano Romano, sei già a lavoro su un nuovo progetto artistico?

Dopo aver esplorato la Natura e l’Architettura il prossimo progetto si riferirà all’Arte stessa, non citando semplicemente scelte stilistiche e formali del passato, ma ricercando gli indizi visivi che innescano il processo della creazione.

Importante sarà il ruolo della memoria che lascerà trasparire alcune fondamentali esperienze visive, operando come sempre un processo di trasfigurazione in equilibrio tra la rappresentazione del mondo visibile e il proprio immaginàrio.

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