Intervista. Il tenore Francisco Brito al Festival Donizetti

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Intervista. Il tenore Francisco Brito al Festival Donizetti

In occasione del “Festival Donizetti Opera” abbiamo avuto modo di conoscere meglio il tenore argentino Francisco Brito. L’obbiettivo principale del festival è quello di riportare alla luce alcuni tra i capolavori mai eseguiti in tempi moderni del genio italiano della composizione ottocentesca, diffondendo un po’ della sua vastissima cultura musicale tra il pubblico.

Festival Donizetti. Intervista a Francisco Brito

Lei è originario dell’Argentina. Com’è iniziata la sua passione per il canto nella sua terra natìa? E come mai proprio la musica lirica?

La mia passione per la musica inizia da piccolo. A nove anni cantavo musica folcloristica argentina. All’età di 14 anni mio padre aveva notato che amavo la musica e per questo motivo decise di farmi studiare canto professionalmente. Ed è così che cercando maestri di canto nella mia città trovai un bravissimo insegnante che era un tenore lirico. Lui trovò il modo di farmi innamorare della musica lirica ed è così che è iniziata la mia passione per la lirica.

È stato difficile coltivare questo interesse ?

Coltivare questa passione è stato molto difficile. Il cantante lirico è costretto ad affrontare tutti in giorni una sfida con se stesso. Noi siamo gli atleti della voce, perciò abbiamo bisogno di tenere la voce allenata in ogni momento. Ma sono numerose le volte che il cantante perde la sfida con se stesso nella tecnica vocale e molte volte è difficile affrontare la sconfitta. Le opere liriche hanno nei loro brani i passi musicali più difficili da eseguire, soprattutto perché siamo costretti ad utilizzare la nostra voce senza l’aiuto di alcun microfono o tipo di amplificazione. Se Donizetti scrive un brano musicale, non è detto che tutti riescono a cantarlo, perciò con la pratica e con la determinazione riusciremmo forse a conquistare la padronanza del brano che stiamo studiando. Perciò questa passione è difficile, perché si rischia sempre di perdere questo equilibrio.

Oggigiorno sono molte le persone che si propongono come meta l’Italia per via della sua storica ricchezza musicale. Cosa le spinge a lasciare il proprio paese natale?

Si sa da anni che la culla della Lirica è l’Italia, ma non solo, anche dell’architettura, della moda e di tantissime espressioni artistiche. L’opera lirica nasce in Italia quasi 500 anni fa, perciò il posto migliore per studiare quest’arte è qui. Si sa che nel mondo intero ai nostri giorni si può studiare l’opera ad alti livelli. Vienna, Munich, New York, Madrid, ma queste scuole hanno raggiunto la loro popolarità grazie a i maestri italiani emigrati in quei Paesi. Ed è stato questo che ha spinto i miei genitori a farmi studiare nel posto migliore. Ho studiato Nell’Accademia d’Arte Lirica di Osimo, dove mi sono formato musicalmente, e ho fatto il mio percorso di esperienza operistica in Germania nel teatro di Frankfurt per 4 anni. Dopo ho iniziato a lavorare.

Francisco Brito, ci può parlare delle sue esperienze all’estero? Quale è stata la più utile nella sua crescita artistica e cosa le ha insegnato?

Ho cantato moltissimo all’estero. Di sicuro ho imparato molto a Frankfurt, a Mosca e Toronto. Sono i primi teatri grandi dove ho affrontato i primi ruoli da protagonista, perciò avevo una responsabilità maggiore e ciò ha comportato una maggiore attenzione nel momento di imparare i nuovi trucchi del mestiere.

Adesso parliamo del Festival Donizetti. In quale opera la vedremo esibirsi? Si rispecchia nel ruolo del suo personaggio?

In questo Festival sarò Carlo Scavronsky ne l’opera “Pietro il Grande” . Una delle prime opere del compositore. Gaetano Donizetti aveva 22 anni quando compose questo titolo e nonostante la giovane età e l’inesperienza, si sente già la sua genialità teatrale e naturalmente musicale.

I ruoli di quest’opera sono molto coloriti. Il mio ruolo in particolare è un ruolo molto frizzante. Il giovane Carlo è una piccola mina vagante che scoppia per qualsiasi motivo: per gelosia, per provocazione, per ingiustizie. È un personaggio giovane, fresco, ingenuo. Carlo è una persona smarrita, ha un’identità incerta perché non sa esattamente chi è. La sua fragilità si avverte molto perché non ha famiglia. È stato accolto da una donna – Madamma Fritz – che ha visto in lui questa fragilità e l’ha accolto sotto la sua ala, come se fosse il suo fratello piccolo. Gli ha offerto un lavoro, una casa, ma se ne è innamorata, forse per sbaglio o per fragilità, ma resta il fatto che lei è la sua unica famiglia.

È molto interessante per il cantante lirico l’approccio con il personaggio. Si può affrontare attraverso l’empatia e scoprire l’interpretazione passo dopo passo mentre il personaggio viene studiato. Molte volte il personaggio coincide con la personale esperienza di vita o indole, ma non sempre. Perciò nonostante io non mi rispecchi nel ruolo di Carlo, ho gli strumenti necessari per rendere il personaggio in tutte le sue sfaccettature.

Cosa rappresenta per lei un’opportunità come questa?

Il Donizetti Festival è una realtà italiana in crescita. Pochi festival nel mondo hanno proposto l’opera omnia di un compositore come il Rossini, Mozart, Wagner, Verdi, per citarne alcuni. Devo dire che il Festival Donizetti lo sta facendo nel modo migliore. Ho assistito all’opera L’Ange de Nisida, opera di Donizetti che non era mai stata eseguita nemmeno ai tempi di Donizetti. Quindi vuol dire che ho assistito ad un opera teatrale che nemmeno Donizetti riuscì a vedere. Perciò fare parte di questo festival mi fa sentire come se, insieme a miei colleghi e a tutti quelli che lavorano qui, scrivessimo un po’  la storia della lirica.

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