“Joan Mirò. Il linguaggio dei segni”. Mostra sul segno e la realtà

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Joan Mirò. Il linguaggio dei segni

“Joan Mirò. Il linguaggio dei segni” è il titolo della mostra aperta al pubblico al PAN, organizzata dalla Fondazione Serralves di Porto con “C.O.R. – Creare Realizzare Organizzare” di Alessandro Nicosia. 

L’esposizione riunisce ben 80 opere dell’artista dal 1924 al 1981, una fase in cui il maestro catalano rivoluziona il modo di fare arte attraverso una produzione creativa unica e un linguaggio completamente rivoluzionario. Si tratta di un ciclo di vita che coinvolge tutta l’arte del XX secolo e che influenzerà un’intera generazione di artisti del dopoguerra europei e americani.

“Joan Mirò. Il linguaggio dei segni” accoglie gli ospiti con l’introduzione dell’artista e del suo percorso stilistico. Viene fornita un visione generale riguardante le origini, la maturità e gli ultimi anni della sua vita. La prima opera che possiamo osservare è “Femme Dans La Nuit – Donna nella notte”, che risale al 1944, in olio su tela e con una dimensione di 154 X 49 cm. È collocata in una sala buia, emerge da uno sfondo nero e spicca per la sua cornice dorata. Stimola la curiosità dello spettatore in quanto si tratta del primo vero contatto tra l’artista e il visitatore. Evidenzia il suo modo di fare arte, che si contraddistingue per la tecnica ricca di segni, molteplici simboli e una quantità notevole di figure geometriche.

“Joan Mirò. Il linguaggio dei segni”. Il significato dei simboli e il rapporto tra figura e sfondo 

Gli occhi, le stelle, gli uccelli e i numeri hanno tutti lo stesso valore all’interno dello spazio. Scrivendo ad un amico dirà: «Si può a malapena definire un dipinto, ma non me ne frega un accidenti.» Entrare nell’ottica di Mirò può non essere del tutto semplice, si tratta di un viaggio mentale lungo e duraturo.  All’inizio degli anni ’20 la figura diviene l’elemento essenziale all’interno delle sue indagini. Si tratta di un rapporto misurato e geometrico tra la figura e lo sfondo. Il segno diventa il sostituto di qualcosa che non è più fisicamente presente.

Utilizza “La Fornarina” rinascimentale di Raffaello come fonte di ispirazione e come mezzo per esprimere a pieno il suo concetto di arte. L’opera viene eseguita nel 1929 e sono evidenti una serie di deformazioni lampanti. La donna è rappresentata con un viso piccolo e una capigliatura enorme. Le forme del suo corpo sono esagerate, sconnesse e sproporzionate, mentre gli occhi sono stati trasformati in una vaga e indefinita forma fantastica, simile ad un pesce.

«Più del quadro in sé conta quello che emana, che trasmette. Se venisse distrutto non sarebbe importante. L’arte può anche morire, quel che conta sono i semi che ha diffuso sulla terra» 

Negli ultimi anni l’immaginazione e la fantasia di Mirò danno origine ad una marea di corpi astrali, volatili, creature fantastiche e gesticolanti che trovano libero sfogo sulla tela tra varie chiazze di colore riposte sulla superficie in maniera del tutto disordinata. La figura diventa parte dello sfondo, equilibrandosi. Particolarmente bizzarra è l’opera intitolatasi “Cane I” eseguita il primo ottobre 1975 con olio e pastello su un cartone (vassoio per dolci) di 20,5 x 27,5 cm.

L’importanza del collage e l’influenza di Jackson Pollock

Joan Mirò è stato uno dei grandi artisti del collage del XX secolo. In questo periodo della sua carriera artistica i protagonisti assoluti dei suoi dipinti diventano oggetti di uso comune, come la carta di un semplice quotidiano, chiodi e della rete metallica. L’utilizzo e l’estremo impiego li arricchisce di significato simbolico mediante l’insolita associazione di idee. La produzione dei dipinti selvaggi sono un’espressione di rabbia e dolore nei confronti di un mondo impazzito, avvolto dai tragici effetti della guerra civile spagnola. Anche l’arte orientale subisce un notevole fascino per l’artista. Dopo aver visitato il Giappone due volte, si cimenta nella riproduzione di inchiostro di china su carta giapponese. Qualsiasi segno è sempre stato al centro dell’interesse di Mirò per la sua funzione comunicativa e in particolare la calligrafia giapponese e la scrittura ideografica lo condussero verso una nuova direzione.

“Joan Mirò. Il linguaggio dei segni” comprende la riproduzione di un documentario. Le scene riproducono momenti quotidiani dell’artista durante l’esecuzione dei suoi lavori. Si nota un modo di fare arte del tutto differente e completamente accidentale. Impronte di piedi, di mani, schizzi di vernice sono ovunque, gli gocciolamenti riposti a caso e le bruciature eseguite sull’intera opera pongono l’artista in un’ insolita situazione. Colto in una posizione di riflessione solitaria, Mirò appare assorto nei risultati ottenuti dalle sue sperimentazioni. Posizionando le tele all’aperto le osserva con occhio attento e scrupoloso accarezzandole con cura.

Sono esposte anche opere contemporanee, come “Tela bruciata III” del 1973 ed una serie di capolavori riprodotti mediante l’impiego di materiali di scarto, in questo caso si tratta di sacchi. Si annoverano “Sobreteixim 10”, “Sobreteixim sacco 5″, Sobreteixim sacco 14″, Sobreteixim sacco 4”, e “Sobreteixim 4”, “La festa degli uccelli e delle costellazioni”, “Testa” e una serie di fotografie di Francesc Català Roca sull’esecuzione dei lavori pittorici.

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