‘Kobane Calling on stage’. Zerocalcare al centro del mondo

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Kobane Calling on stage di Zerocalcare

“Kobane Calling on stage” è la rappresentazione teatrale in scena al Teatro Bellini del reportage a fumetti del noto autore romano Zerocalcare. Adattamento e regia sono stati ben gestiti da Nicola Zavagli. L’opera grafica di origine è l’atipico racconto del viaggio da volontario che l’autore intraprende verso i confini della Turchia e della Siria per aiutare i guerriglieri kurdi nella loro battaglia per l’indipendenza.

‘Kobane Calling on stage’. Due viaggi al centro del mondo

“Kobane Calling on stage” narra due differenti viaggi dei protagonisti. Il primo verso la città di Mehser, in territorio Turco, a poche centinaia di metri dal confine Siriano. Dall’altro lato la città assediata di Kobane, dove l’ultima roccaforte dei difensori del Rojava resiste all’assedio dell’ISIS. A Mehser gli sfollati e guerriglieri cercano riparo e una pausa dalle continue battaglie. In principio sembra un tranquillo viaggio tra amici, un esperienza da fare perché se ne parla in giro, con tono goliardico e sfrontato. Fanno forza e smitizzano le battute in romanesco e i dialoghi divertenti e leggeri, poi man mano qualcosa inizia a cambiare. I protagonisti, insieme agli spettatori, vengono immersi sempre più in luoghi e situazioni angosciose e seriose. Si viene catapultati in un altro mondo a vivere esperienze di vita da rifugiati.

Il secondo, ambientato 8 mesi dopo, racconta il tragitto verso Kobane, oramai liberata dall’ISIS, ma per arrivarci Calcare (interpretato magistralmente da Lorenzo Parrotto) e i suoi compagni dovranno attraversare zone per nulla sicure, verranno messi di fronte a soggetti per niente amichevoli che complicheranno notevolmente il loro percorso. Ma conosceranno anche personalità forti, come le rappresentanti delle YPJ, che lasceranno a bocca spalancata i tre protagonisti. La situazione geo-politica delle zone attraversate viene dettagliatamente spiegata senza cadere nella pesantezza accademica o nel precisionismo giornalistico. A chi non ha mai letto il fumetto è altrettanto chiaro il reportage di questa spedizione.

Durante questo percorso la comicità quasi svanisce, il racconto diventa una descrizione nuda e cruda, si percepisce sempre di più il sentirsi fuori luogo e la presa di coscienza di una realtà prima d’allora tanto distante. Non si perde mai l’attenzione. La narrazione prosegue. Più si va avanti, più si sente l’esigenza di voler conoscere ancora. Qualche altra testimonianza, qualche altra storia narrata di una cultura calpestata dai “potenti” per oltre 40 anni.

L’adattamento e la regia di Nicola Zavagli

Da brevi accenni alle tattiche di guerra alle motivazioni dietro tale azioni, dalla realtà quotidiana vissuta sul posto allo scontro con quella della Roma nativa di Zerocalcare, tutto è resto limpido grazie anche all’espediente del monologo che rompe la quarta parete e vince l’attenzione del pubblico. Vengono introdotti personaggi che raccontano il loro trascorso e le loro motivazioni, resi ancora più imponenti dalla proiezione sul fondo della loro controparte fumettistica. Le ansie e i timori dei protagonisti prendono vita, soprattutto quelli di Calcare che letteralmente irrompono in scena nelle vesti dei soliti animaletti simbolici. Un’opera in un unico atto, dove le musiche e le luci scandiscono l’andamento e il tempo degli avvenimenti.

Nicola Zavagli ha fatto un lavoro magistrale nel trasporre il modo di raccontare l’esperienza vissuta dall’autore dell’opera madre. Il fumetto si presenta pieno di dialoghi introspettivi, di confronti verbali con figure buffe e immaginarie, che danno voce ai pensieri più genuini dell’inconscio. Non poche anche le citazioni pop anni ’90 e i battibecchi giocosi con i compagni di viaggio. La somma di tali elementi va a scontrarsi con la realtà cruda e atroce della guerra.

Tutto è allestito in maniera semplice e dinamica. La scenografia non è altro che la proiezione delle tavole originali sul fondo e qualche oggetto di scena. Questi pochi elementi, i cambi costume repentini, l’uso attento e studiato delle luci, ma soprattutto la maestria del cast, riescono a far immergere completamente lo spettatore nella narrazione. “Kobane Calling on stage”, con l’uso dei diversi linguaggi, non è mai banale. Si trasforma e si modella attorno agli avvenimenti narrati, e lo fa con il tremendo rispetto che questi meritano. Temi importanti che vengono affrontati con intelligenza e senso critico. Un’esperienza che sicuramente segna, anche con toni amari, chi poi lascerà la sala.

Autore: Marco Petrillo

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