L’etica di Lanthimos. The Lobster e Il Sacrificio del Cervo Sacro

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"The Lobster" e "Il sacrificio del cervo sacro" di Yorgos Lanthimos

Yorgos Lanthimos, nato ad Atene nel 1973, si è fatto strada nel mondo del cinema con diversi lungometraggi. Il suo debutto alla sceneggiatura e alla regia – come solista – avviene nel 2005 con “Kinetta”, seguito da “Kynodontas” – noto anche come “Dogtooth” – e “Alps”. Il successo internazionale, però, arriva nel 2015 con la prima pellicola in inglese “The Lobster” e, nel 2017, con “Il sacrificio del cervo sacro”, entrambi scritti, diretti e prodotti dal cineasta.

Attualmente, l’ultimo lavoro dell’artista greco è “La favorita”, di cui è regista e produttore. I film hanno ricevuto diversi premi al Festival di Cannes, alla Mostra del Cinema di Venezia e ai BAFTA. La peculiarità dei lavori di Lanthimos sta nel modo di denunciare la società e i comportamenti umani, attraverso delle metafore. A tale scopo vengono creati dei mondi paradossali, distopici e inquietanti, dove gli atteggiamenti, le idee e i concetti sono approfonditi ed estremizzati.  

«Il mio esempio è una metafora, è simbolico.» – Martin 

L’assenza dell’individualità. “The Lobster” e “Il sacrificio del cervo sacro” di Yorgos Lanthimos

“The Lobster” e “Il sacrificio del cervo sacro” presentano delle caratteristiche tecniche analoghe. Le inquadrature, con un aspect ratio di 1:1,85, mostrano diversi campi di ripresa. Gli ambienti sono abbastanza estesi e con un’illuminazione naturale. In questo modo, la contrapposizione tra luci e colori regala intensi contrasti alla fotografia di Thimios Bakatakis. In “The Lobster” c’è un’alternanza tra colori caldi e freddi, in particolare tra il giallo e il blu. Inoltre, entrambi i film sono caratterizzati da spazi geometrici e simmetrici. 

«Che cinturino hai preso?» – Steven 
«Cuoio marrone.» – Martin 
«Fa vedere… Molto bello.» – Steven 
«Lo pensi davvero o lo dici tanto per dire?» – Martin 

La particolarità è nei piani di ripresa. Più evidente in “The Lobster”, ma presente anche ne “Il sacrificio del cervo sacro”, è la rappresentazione dei personaggi partendo dalle spalle in giù. Spesso i loro volti vengono tagliati dalle inquadrature. A quale scopo? Potrebbe indicare la mancanza di carattere e identità nei personaggi.  Persino nei loro dialoghi non c’è enfasi, anche quando gli argomenti discussi dovrebbero essere accompagnati da un minimo di passione.

A tal proposito, è interessante notare che i personaggi del primo lungometraggio in inglese, eccetto David (Colin Farrell), non hanno un nome, ma vengono identificati in base ad alcuni loro requisiti: donna senza cuore, leader, donna miope. Ne “Il sacrificio del cervo sacro” i personaggi sembrano piuttosto freddi, privi di reali emozioni. Si hanno infatti lunghe carrellate. È come se la camera tendesse ad avvicinarsi lentamente sui caratteri per cercare profondità nella loro piattezza

“The Lobster” di Yorgos Lanthimos. Società in opposizione 

«Forse qui diventerà un animale e se non si innamorerà di qualcuno durante il suo soggiorno, non dovrà mai né deprimersi, né andare in ansia. Pensi solo che come animale avrà una seconda possibilità per trovare una compagna. Però mi raccomando, dovrà sempre scegliere soltanto qualcuno della sua stessa razza. […] Ha pensato a quale animale vorrebbe essere se restasse solo?» – direttrice

«Sì, un’aragosta. Perché loro vivono oltre i cento anni. Hanno sangue blu, come gli aristocratici. E sono fertili per tutta la vita. Io poi amo il mare, davvero tanto.» – David 

“The Lobster” di Yorgos Lanthimos mostra un mondo distopico, surreale, dominato da regole all’apparenza infondate e stravaganti. In realtà sono solo un’esagerazione di quelle regole non scritte, ma inconsciamente presenti, che dominano la nostra società. La paura di restare soli, di essere rifiutati, e la necessità di trovare qualcuno con il quale si abbiano delle affinità, sono delle condizioni imposte dal sistema in cui si vive. Yorgos Lanthimos giustifica la ricerca di un partner con il timore di trasformarsi in un animale. Forse è perché se non ci si realizza come coppia, si finisce per essere estraniati dal mondo circostante, come animali, e giudicati negativamente. 

Nell’hotel preparano delle rappresentazioni in modo da sottolineare i vantaggi della vita di coppia – l’uomo che mangia da solo, non può essere aiutato in caso di soffocamento, così la donna che passeggia da sola non può essere protetta -. Paradossalmente, anche chi si ribella dimostra una radicalizzazione dell’opposto. Tra i solitari, infatti, è proibito innamorarsi e avere dei rapporti.  

La morale delle favole di Esopo

L’alterazione del mondo, la paura del fallimento, il bisogno di soddisfare le imposizioni della società e la conseguente ipocrisia, il modo improprio di amare e il giudicare il prossimo, sono le tematiche al centro di “The Lobster”. I single cercano a tutti i costi di trovare qualcuno con cui abbiano qualcosa in comune. L’uomo zoppicante (Ben Whishaw), ad esempio, a costo di avvicinarsi alla donna con l’epistassi (Jessica Barden), decide di causarsi lo stesso problema. Preferisce sbattere la testa contro degli oggetti e sanguinare, piuttosto che diventare un animale. David finge di essere un uomo senza cuore, pur di trovare qualcuno. 

«Perché mi hai fatto diventare cieca? Potevi farlo a lui!» – donna miope, “The Lobster” di Yorgos Lanthimos 

Sembra che l’amore arrivi con la donna miope (Rachel Weisz) che proprio per la sua miopia potrebbe unirsi a lui e insieme tornare in società. Però trovandosi tra i solitari la loro relazione è proibita. Quindi la leader (Léa Seydoux) rende cieca la donna miope. L’idea di David di rendersi cieco è dettata dall’amore che prova per lei o dalla volontà di sentirsi accettato da un sistema che impone una vita di coppia? Come una favola di Esopo – i cui personaggi sono proprio degli animali -, il fine di “The Lobster” è educativo. Difatti, Yorgos Lanthimos cerca di dare un insegnamento attraverso la distorsione della realtà e la presenza di specifiche caratteristiche. Il finale è aperto proprio per questa ragione: aiutare lo spettatore a riflettere e porsi domande sulla comunità in cui vive. 

“Il sacrificio del cervo sacro”. La tragedia di Euripide 

“Il sacrificio del cervo sacro” di Yorgos Lanthimos si apre su uno sfondo nero che, accompagnato da note musicali ricche di tensione, transita di netto al dettaglio di un’operazione toracica. Sembra solo una scena introduttiva al lavoro di Steven Murphy (Colin Farrell), ma non è così. Quell’evento sarà la costituzione della colpa da espiare. Ma il colpo di spugna – ossia la cancellazione del torto – mette Steven dinanzi ad una prova irragionevole. 

«Il momento critico che sapevamo sarebbe arrivato, è arrivato. […] Come hai ucciso un membro della mia famiglia, ora ne ucciderai uno della tua per ristabilire l’equilibrio. Chiaro? Non posso dirti chi, ovvio. Devi deciderlo tu. Ma se non lo fai, si ammaleranno tutti e moriranno. […] Uno: paralisi degli arti, due: rifiuto del cibo fin quasi alla morte per fame, tre: sanguinamento dagli occhi, quattro: morte. […] Tu non ti ammalerai, devi solo restare calmo. […] Hai solo pochi giorni per decidere chi uccidere. […] Ecco fatto. Non ho più niente da dire a meno che tu non abbia domande.» – Martin 

Come Agamennone, nella tragedia di “Ifigenia” di Euripide – esplicitamente citata nella pellicola -, deve sacrificare sua figlia, così Steven deve uccidere un membro della sua famiglia per ripristinare l’ordine. Questo fa di Kim (Raffey Cassidy) Ifigenia, poiché ad un certo punto si offre come vittima sacrificale, mentre Bob (Sunny Suljic) è il cervo che la sostituisce. Martin (Barry Keoghan) rappresenta il veggente, l’oracolo. È lui che comunica a Steven cosa accadrà e come fermare gli eventi. È lui che riesce a far alzare Kim dal letto e avvicinarsi alla finestra, solo perché le dice di farlo. Viene quasi visto come una divinità, tanto che per avere il suo favore, Anna Murphy (Nicole Kidman) si inginocchia davanti a lui e gli bacia i piedi. 

La realtà destabilizzante di Yorgos Lanthimos 

Carico di carattere simbolico, anche con “Il sacrificio del cervo sacro”, Yorgos Lanthimos intende denunciare la società. L’indifferenza e la freddezza, la preferenza di un figlio ad un altro, i vizi, la vendetta e il sacrificio rendono la trasposizione della tragedia greca, un thriller paradossale, illogico. In questo caso il finale non è aperto. Si chiude in un senso circolare poiché il primo e l’ultimo incontro con Martin avviene nello stesso luogo. Nonostante ciò, si è sempre di fronte ad una sceneggiatura che fa pensare.  

Attraverso la dark comedyil drammatico, il sentimentale e il grottesco di “The Lobster” e l’horror, l’irrazionale e il thriller de “Il sacrificio del cervo sacro”, Lanthimos conduce il pubblico in mondi sovversivi e destabilizzanti dove – proprio come suggerisce la “Legge di Murphy”, il cui nome è ripreso nella famiglia borghese – un evento, per quanto improbabile, tende a verificarsi. La sua volontà è quella di dimostrare l’assurdità di regole e comportamenti convenzionali che vengono accettati passivamente oppure contro cui si sviluppa un atteggiamento di estremo anticonformismo, che a sua volta cade nell’insensato e nel contraddittorio. 

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