‘L’homme au Doigt’ di Giacometti. Essenzialità oltre il visibile

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L’homme au Doigt di Alberto Giacometti, l’essenzialità colta oltre il visibile

“L’homme au Doigt” – “L’uomo al dito” – è un’opera di Alberto Giacometti (1901-1966), un grande scultore svizzero-italiano appartenente alla corrente artistica del Surrealismo. Le sue opere rappresentano una grande collezione matura nella storia dell’arte. Si caratterizzano in special modo per l’esagerata slanciatezza delle figure e un composto grumoso nelle statue, come se dovessero ancora essere definite mediante apporti di creta da lisciare. Sin dall’inizio della sua attività, l’artista si focalizza sia sulla figura femminile che maschile. In quest’opera le lunghe braccia e le gambe sono talmente esili e minute da dare una sensazione di fragilità, di imperfezione, il bacino e il busto sono oblunghi, separati da una vita sottile, quasi al punto di strapparsi.

‘L’homme au Doigt’ di Giacometti

La scultura è in bronzo ed è stata concepita nel 1947 dopo sei calchi di prova. Il lavoro svolto dall’artista ha un effetto suggestivo e abbagliante agli occhi di chi osserva la figura, si tratta di un esemplare particolarmente raro e prezioso. L’uomo rappresentato indica qualcosa con una mano, mentre con l’altra dà l’impressione di chiedere a qualcuno di avvicinarsi a lui. “L’homme au Doigt” sposta tutta la direzione del suo corpo verso ciò che sta indicando per intensificare la carica espressiva. Da terra è alto circa 177 centimetri e domina l’intero spazio intorno a lui con estrema disinvoltura. La scultura esprime un forte energia vitale, il volto invece simboleggia il mistero che si nasconde dietro lo sguardo umano.

«Il sublime oggi per me è nei volti più che nelle opere» – Alberto Giacometti

La linearità e la posizione del corpo non sono caratteristiche delle sole sculture isolate, ma anche dei gruppi. La fissità delle statuette stirate e la loro forma geometricamente chiusa, riflettono la solitudine e l’angoscia dell’uomo e la sua perenne paura o impossibilità di comunicare. Le figure dimostrano che l’essenza dell’individuo perdura anche quando il corpo sembra ormai pronto a svanire nel nulla. Osservare un’opera di Giacometti non significa doverla per forza comprendere, cerchiamo invece di immaginare, di lasciare spazio alla fantasia, per cogliere la purezza del significato artistico e intellettuale. L’artista realizzando una della sue sculture, richiama alla mente la propria visione della vita e soprattutto la visione che ha di se stesso, tormentato da sempre dall’insicurezza e convinto di non aver mai raggiunto un punto di arrivo.

L’imperfezione e la debolezza umana

«Ogni figura ha l’aria di andare per conto suo, tutta sola, in una direzione che le altre ignorano. Si incrociano, si sorpassano, senza vedersi, senza guardarsi. Non raggiungeranno forse mai la loro meta. L’unica cosa che mi appassiona è cercare comunque di avvicinarmi a questa visione che mi pare impossibile rendere.» – Alberto Giacometti

L’opera nel corso degli anni ha acquisito un estremo valore dal punto di vista economico. Si pensi che è stata messa all’asta e venduta per 141,3 milioni di dollari l’11 maggio 2015; unica nel suo genere. Mai prima una scultura di Giacometti era stata realizzata a partire da un dipinto originale dell’artista. Dei sei calchi dell’opera, quattro fanno parte delle collezioni del “Moma”, del “Museum of Modern Art di New York”, la “Tate Gallery” di Londra, e il “Des Moines Art Center”, mentre gli altri appartengono a privati. La vita dell’artista ha ispirato anche la realizzazione di “Final Portrait – l’arte di essere amici“, un film uscito nelle sale cinematografiche nel 2017, scritto e diretto da Stanley Tucci e basato sugli ultimi due anni di vita dello scultore.

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