L’omofobia diventa un reato in Brasile e in Svizzera

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Omofobia reato in Brasile e Svizzera

«L’omofobia è una forma di apartheid. Com’è possibile lottare contro il razzismo e non contro l’omofobia?» – Desmond Tutu, attivista sudafricano oppositore all’apatheid, premio Nobel per la pace 1984

Lo scorso 23 maggio è stata presa una decisione storica per il Brasile. Il Tribunale Superiore Brasiliano ha equiparato la discriminazione legata all’orientamento sessuale  al razzismo, ritenendolo un reato punibile penalmente. In Basile infatti omosessuali e transgender sono ancora oggi una minoranza ghettizzata e perseguitata. Soltanto in un anno, sono state uccise, a causa dell’omofobia, 141 persone. Il governo di Bolsonaro, notoriamente autoritario e conservatore, non si decideva a prendere iniziative legislative per regolamentare il reato di omofobia, nonostante il dibattito fosse aperto ormai da febbraio. Lo ha fatto invece il Tribunale Superiore Federale, accogliendo i ricorsi dell’Associazione brasiliana, lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersex (ABGLT) e del Partito socialista popolare (PPS). Secondo queste associazioni la presenza di atteggiamenti omofobi che sfociano in veri e propri episodi di violenza nega alle persone omosessuali o transgender i diritti umani costituzionalmente garantiti.

Braccio di ferro tra Corte Suprema e Governo in Brasile

La strada per arrivare a questo magnifico risultato è stata lunga e tortuosa. Il presidente del Tribunale Superiore Federale, Antonio Dias Toffoli ha portato il caso al plenum. Ma mentre il consigliere Luìs Roberto Barroso sosteneva l’urgenza di votare, Dias Toffoli considerava la possibilità di attendere ancora un intervento legislativo, per non incrinare ulteriormente i rapporti, già tesi, con il governo. La questione era affidare il reato di omofobia ad un iter parlamentare oppure dargli l’autorità e il rango di un principio costituzionale. Sono prevalsi i voti per un verdetto. Così con una maggioranza di 6 voti su 11 le discriminazioni legate all’orientamento sessuale diventano un reato punibile fino a tre anni di detenzione.

Il Governo, da parte sua, non è rimasto con le mani in mano. Proprio durante quei giorni  ha presentato in Senato un progetto di legge già approvato in Commissione Costituzionale e di Giustizia con lo stesso contenuto della sentenza. Quindi si chiedeva l’estensione del reato di razzismo anche ai comportamenti discriminatori nei confronti delle perone omosessuali o transgender. Così, i giorni successivi alla sentenza, il Congresso ha potuto affermare con una nota di aver già affrontato la questione. La sentenza contro l’omofobia è scoppiata come una bomba. Esponenti della destra hanno minacciato l’impeachment contro i consiglieri che hanno votato a favore, mentre alcuni leader religiosi vedono violata la loro libertà di credo. Ma a tutto c’è una soluzione. Infatti nella sentenza si legge che fedeli e religiosi non potranno essere puniti per manifestare le loro posizioni apertamente omofobe, a meno che queste non incitino all’odio. 

Anche in Svizzera l’omofobia è reato

«L’omofobia non è un’opinione. è un crimine e questa vittoria manda un messaggio forte all’esterno.» Mathias Reynard, consigliere nazionale, esponente del partito socialista svizzero

A Dicembre 2018 il Consiglio Nazionale ha approvato con 118 voti a favore e 60 contrari una legge che punisce le discriminazioni legate all’orientamento sessuale. L’omofobia e le esternazioni contro la dignità umana delle persone omosessuali e transessuali sono inserite nel Codice Penale e punite con pene fino a 3 anni di reclusione. Già nel 2007 sono state regolamentate le unioni civili, ma si tratta una legge che non disciplina istituti come tasse, sussidi e disoccupazione. La prossima missione per Reynard sarà proprio l’istituzione del “matrimonio egualitario”.

In Italia non esiste ancora una legge contro l’omofobia

«L’omofobia e la transfobia violano la dignità umana, ledono il principio di eguaglianza e comprimono la libertà e gli affetti delle persone.» – Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica italiana

Soltanto una volta  – e solo nel 2016 – nella storia del nostro ordinamento, è stata discussa una legge contro la discriminazione sessuale e l’istigazione alla violenza omofoba. Il 19 Settembre venne approvata alla Camera e trasmessa in pochi giorni al Senato, senza mai più essere discussa. Recentemente Vincenzo Spadafora, sottosegretario di Stato con delega alle pari opportunità e ai giovani, ha lanciato in una lunga intervista a “La Stampa” a tutti i partiti un appello per introdurre il reato di omofobia. Purtroppo, per sua stessa ammissione, questo stride con la linea politica degli alleati di governo – la Lega – che anzi, secondo Spadafora «alimentano l’odio di chi ha un diverso orientamento sessuale.»

Il tema, tuttavia, non fa parte del famoso contratto di governo. È chiaro, quindi che non rappresenterà una priorità nell’agenda politica. Rari sono stati i casi di adozioni da parte di persone omosessuali o la trascrizione autorizzata dalla sindaca Chiara Appendino all’anagrafe degli atti di nascita di 4 bambini figli di 3 coppie omogenitoriali. In linea generale il Bel Paese annaspa su questa e su altre questioni di tutela dei diritti LGTB e non riesce a tenere il passo degli altri paesi europei. Secondo l’edizione 2018 di Raimbow Europe, un indice eleborato da llga, l’Italia si posiziona al 32° posto in Europa. Sul podio dei diritti delle persone omosessuali l’oro tocca a Malta. Subito dopo si posizionano Belgio e Norvegia.

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