“La bella estate” di Cesare Pavese. La più amata, la meno nota

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La bella estate di Cesare Pavese. Trilogia

“La bella estate” di Cesare Pavese. Un linguaggio che sa di estate, ma nasconde l’inverno

“La bella estate” di Cesare Pavese è un romanzo breve diviso in 17 capitoli. Il titolo richiama il momento dell’anno più propizio per i sentimenti e le nuove esperienze. La stagione in cui sbocciano i nuovi amori, anche se non tutti durano oltre quel breve periodo. L’estate è il momento di maggiore vitalità, quello che si addice di più alla giovinezza, è il periodo carico di aspettative che però il freddo inverno rischia di far svanire. La stagione più fredda dell’anno viene paragonata alla maturità ormai disincantata. La vicenda narrata è filtrata dal punto di vista di Ginia, di cui si seguono le ingenue illusioni come le dolorose disillusioni, rendendo il romanzo affine al genere della formazione. Cesare Pavese  amava profondamente “La Bella Estate” perché in qualche modo le speranze e le delusioni di Ginia, indagate in maniera garbata e delicata, sono state anche le sue.

«Quell’anno faceva tanto caldo che bisognava uscire ogni sera, e a Ginia pareva di non avere mai capito prima che cosa fosse l’estate […] Qualche volta pensava che quell’estate non sarebbe finita più, e insieme che bisognava far presto a godersela perché, cambiando la stagione, qualcosa doveva succedere»

Lo stile sembra semplice e lineare, per certi aspetti non raffinato, almeno non al livello a cui Pavese ha abituato con “La casa in collina” o “La luna e i falò”. La scelta però non è casuale, l’allusività del linguaggio è funzionale alla resa di una più profonda stratificazione a livello simbolico e contenutistico. Per dirla in breve, il linguaggio doveva essere semplice perchè già la materia è disposta su più livelli di comprensione, non immediatamente percettibili. Non a caso sono molti i critici che ritengono  una sola e prima lettura del romanzo insufficiente per comprendere a fondo i messaggi dell’autore. E quindi se all’inizio può incuriosire il rapporto tra Ginia e Guido, dopo un po’ si riscopre il legame molto più intrigante e simbolico che unisce Ginia e Amelia, un rapporto ambiguo, complesso, ricco di sfaccettature.

Il dualismo città/campagna specchio del dualismo individuale

La vicenda del racconto si svolge in prevalenza in città. Viene descritto il mondo dei giovani artisti e dei loro atelier: si tratta di luoghi discutibili in cui dominano i vizi.

Rispetto altre opere dello scrittore, solo qualche parte del romanzo si svolge fuori città, a ridosso di una collina, luogo custode di sicurezza e felicità. Del resto questo non è che uno dei temi cardine di tutta la produzione letteraria di Pavese: il contrasto tra la campagna, descritta come un luogo autentico e gioioso legato alle illusioni giovanili, e la città presentata invece come un luogo elegante, ma frivolo ed ipocrita, pieno di amarezze e disillusioni. Questo contrasto, però, consente di definire il tormento che ogni essere umano nasconde dentro di sé mettendo a nudo le infinite contraddizioni che intercorrono i rapporti fra gli esseri umani.

La trilogia “La Bella Estate” è una parabola verso la disillusione

“La Bella Estate” di Cesare Pavese è stata scritta nel 1940, nell’arco di un paio di mesi. Il primo titolo pensato dall’autore è “La tenda”, elemento ricorrente all’interno del romanzo. Tuttavia il testo viene pubblicato come “La Bella Estate” soltanto nel 1949 assieme altri due romanzi: “Il diavolo sulle colline” e “Tra donne sole”.

I tre romanzi formano una trilogia nota appunto come “La Bella Estate”, infatti sebbene siano testi autonomi, allo stesso tempo contengono elementi comuni. Si tratta di romanzi di una formazione che si dipana non solo nella crescita individuale ma anche attraverso le esperienze amorose. All’inizio i personaggi sono ricchi di sogni e di speranze, ma nella parte finale sono abbastanza disillusi.

È presente il consueto contrasto tra la città e la campagna, anche se di fatto risulta più accentuato ne “Il diavolo sulle colline”, secondo romanzo della trilogia in cui armonia naturale e corruzione cittadina si fondono creando un perfetto equilibrio. La stagione estiva costituisce un ulteriore legame tra i romanzi.

Nell’ottica della trilogia, “La Bella Estate” è il prologo: qui la protagonista è ancora una giovane ingenua e sognante. Con “Il diavolo sulle colline” si entra nella stagione universitaria, quando si è più consapevoli della realtà, eppure ancora pieni di aspettative per il futuro. “Tra amiche sole” è l’epilogo. Clelia, protagonista di quest’ultimo romanzo, viene interpretata come una Ginia matura che ormai ha compreso l’essenza della vita. Se la giovane sartina del primo libro ha paura della solitudine -nonostante abbia in parte colto l’ipocrisia delle persone che la circondano-, Clelia nell’ultimo libro vede la solitudine come l’unico modo per non farsi corrompere dalla società che la circonda.

«l’estate che aveva sperato, non sarebbe venuta mai più, perché adesso era sola e non avrebbe mai più parlato a nessuno ma lavorato tutto il giorno»

Non mancarono le critiche

La pubblicazione del 1949 avvenne con l’editore Einaudi all’interno della collana dal titolo “I supercoralli”. Il libro però ebbe molte critiche negative e persino Italo Calvino stroncò “La Bella estate”, nonostante l’amicizia che lo legava a Pavese. Il testo era considerato acerbo e poco chiaro. Tuttavia l’anno successivo l’intera trilogia venne premiata con il Premio Strega ma, con molta probabilità, il successo dell’opera fu “oscurato” dalla morte prematura proprio di Cesare Pavese. Ad oggi “La Bella Estate” è ancora uno dei romanzi meno conosciuti di Pavese, ma la Gilgamesh Edizioni ha realizzato una nuova edizione arricchita di splendide immagini, un’ottima occasione per ridare attenzione a questo luminoso miraggio di bell’estate.

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