La Conca d’Oro di Francesco Lojacono dall’eterna bellezza

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Veduta di Palermo di Francesco Lojacono
Veduta di Palermo

Francesco Lojacono è considerato uno dei più importanti pittori paesaggisti dell’ottocento siciliano. Nato a Palermo nel 1838 ed esponente del “realismo romantico”, ha saputo ritrarre con rara maestria il paesaggio della Conca d’Oro alla fine del XIX secolo, uno dei paesaggi più celebri per fertilità e bellezza.

Iniziato alla pittura dal padre, a diciotto anni si trasferì a Napoli per affinare il suo talento a cui si dedicò nel corso di tutta la sua vita con il breve intermezzo della guerra. Nel 1860, a ventidue anni, dopo lo sbarco dei mille a Marsala, prese parte alla spedizione dei mille e poi alla guerra di Milazzo. Ritornato alla sua passione, conobbe il successo e tra i suoi committenti vi furono diversi aristocratici come la regina Margherita di Savoia e il re Vittorio Emanuele II. Scrive Salvatore Spinelli di lui.

«Lojacono è un pittore che sopravanza tutti i pittori palermitani del suo tempo. Ci ha lasciato immagini indimenticabili per la luminosità, le trasparenze, la vaporosità del cielo, le sfumature e le striature dei toni del mare, il vivo senso della stagione e dell’ora»

Il pittore sconosciuto ai più e famoso soprattutto dentro i confini della sua Sicilia, avrebbe meritato maggiore fama, ma probabilmente lo frenò una pittura ancora fortemente ottocentesca in un tempo di avanguardie, anche se nella sua arte sono già riscontrabili sottili tracce di modernità. Lojacono dipinge la Sicilia ed in particolare Palermo e la Conca d’Oro cogliendone aspetti nuovi e moderni. Oltre alla attenzione descrittiva per i vari elementi della natura, afferra l’insieme paesaggistico da una prospettiva più lontana, offrendo una visione d’insieme suggestiva. Lojacono ama ritrarre i larghi orizzonti, le scene vaste, i cieli luminosi, le brulle montagne palermitane dipinte nei toni del grigio della roccia, il mare immenso, azzurrissimo.

Francesco Lojacono. “Veduta di Palermo” e “Villa alla Conca d’Oro”

Uno dei suoi dipinti più famosi “Veduta di Palermo” del 1875 mostra il paesaggio che allora avvolgeva la città di una magnificenza mitica. Nel dipinto, centrato sull’inconfondibile silhouette di monte Pellegrino, viene ritratto il mare verde degli agrumi insieme ad uno scorcio del Tirreno e ad altre piante della macchia mediterranea, un vecchio ulivo e un nespolo che cresce ai margini di una canaletta. Si scorge parte di un sistema di irrigazione che si deve agli arabi, una palma, e al centro, sulla strada polverosa delle persone e un gregge che torna all’ovile tra le ombre delle grandi agavi e dei fichidindia.

Il dipinto “Villa alla Conca d’Oro” mostra un altro scorcio suggestivo dei giardini e un’ampia veduta della città con il suo golfo, il mare azzurro e il cielo scintillante, che i due personaggi ritratti di spalle davanti ad una balaustraammirano estasiati, attratti dalla luminosità della scena. Il dipinto “Estate” del 1890 ci porta in uno stradone arso dal sole di un sobborgo di Palermo. Lo stradone di Romagnolo si allunga polveroso, monotono, con a destra il mare di un azzurro carico – com’è d’estate, solcato da qualche vela – e a sinistra una striscia di giardini che si vedono di scorcio in ombra. Al centro un carro carico di verdura tirato da un povero asino, che stenta a camminare in quell’arsura. Più sotto una carrozza da nolo, vuota, avanza sollevando una fittissima polvere. Il cielo ritratto con qualche nuvola e il sole estivo che non si vede ma che illumina tutto il paesaggio

Il pittore ladro di luce

Il sole cocente che, come dirà Renè Basin «disseca le fonti e sgretola le pietre», è dipinto così bene che vale all’artista l’appellativo di ladro di “ladro di luce”. Il tema della calura è ripreso in altri dipinti come “Un giorno di sole in Sicilia” la riproduzione paesaggistica di una campagna sopra Palermo. Sulla sinistra una masseria con alberi recintata da un muro, a destra una distesa di fichi d’India, mentre nel mezzo una strada polverosa e sulla strada due carrozze e tre uomini.

«La tavolozza è quella materica e grumosa che intrattiene la luce eliminando i contrasti netti e i contorni definiti, così come abbiamo imparato a riconoscere nel Lojacono tardo» -Costantino, 1997

Quasi tutte le opere hanno come ispirazione Palermo e la Conca d’Oro con il mare che lambisce la città: “Vista di Palermo dall’Acquasanta”, “Veduta di Palermo da Santa Maria di Gesù”, “Pescatori davanti a Monte Pellegrino”, “Veduta del Golfo di Palermo” per citare solo le più famose. Tutte opere che rimandano alla memoria e al rimpianto della campagna palermitana nel periodo del suo massimo fulgore estetico ed economico. Scrive G. Barbera nel suo libro Conca d’Oro.

«Palermo è stato un grande giardino attraente…irrorata di luce…di agrumi…un incanto di uomini e cose dove incessantemente i colori cambiano, l’aspetto di ogni cosa si trasforma.»

La Conca d’Oro

Palermo fino alla prima metà del ‘900 si adagiava sulla pianura della Conca d’Oro, una distesa verde e dorata di agrumi, attraversata dal fiume Oreto, che si sviluppava lussureggiante, scendendo dolcemente dai monti che circondano la città fino al mare. I giardini si sono formati nel corso del tempo, come scrive, G. Barbera, docente di colture arboree dell’Università di Palermo.

«Le opere dei vedutisti dell’ottocento sono utili nel raccontare il suo farsi nel tempo. Le piante e le coltivazioni che lo compongo non sono autoctone, ma, al contrario sono state trapiantate in Sicilia con le varie dominazioni esterne, da vari continenti: i nespoli dal Giappone, gli agrumi dalla Cina e dall’India, i mandarini dall’Inghilterra e si sono amalgamate così bene da costituire “Una foresta profumata” e un dipinto, per la sua compiutezza compositiva, ne racconta bene l’evoluzione, ovvero “La Veduta di Palermo” di Francesco Lojacono»

Il quadro mostra il paesaggio che avvolgeva la città, la “foresta profumata” piena di agrumi, ma anche di olivi, nespole, agavi, fichidindia, soavi gelsomini. Dall’VIII secolo per circa 150 anni Palermo, felicissima, diventa un luogo immaginifico citata da grandi personaggi come Guy de Maupassant, Edmondo de Amicis, Oscar Wilde, S. Freud. Nel suo “Viaggio in Sicilia” scrive Goethe.

«Alle tre del pomeriggio, con sforzo e fatica entrammo finalmente nel porto di Palermo, dove ci presentò il più ridente dei panorami…la città splendeva di sole…a destra monte Pellegrino con la sua elegante linea piena di luce…le cime illuminate degli alberi ondeggiavano come grande sciame di lucciole vegetali davanti alle case. Una chiara vaporosità inzurriva tutte le ombre»

Dalla metà degli anni cinquanta del novecento l’agricoltura comincia a finire, le grandi famiglie palermitane che avevano contribuito alla fama della città come i Florio, falliscono, e con il secondo dopoguerra un’espansione incontrollata e violenta farà scempio della Conca d’Oro. Rimangono a ricordare quelle bellezze solo sbiadite foto e la pittura, a lei è stata affidata di tramandare la memoria della Conca d’Oro, ai pittori che l’hanno ritratta ed in particolare Lojacono. Le sue opere si possono ammirare alla GAM e con una certa malinconia ci ammoniscono che la vera arte trova ispirazione nella magnificenza della natura.

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