La fotografia di Man Ray per sublimare il bello e il sensuale

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"Il violino di Ingres" di Man Ray, 1924
“Il violino di Ingres” di Man Ray, 1924

Grandissimo sperimentatore e pioniere della fotografia contemporanea, Man Ray è ricordato come una delle personalità più dirompenti e interessanti delle compagini dadaista e surrealista nella prima metà del ‘900.
Fu un artista eclettico e anticonvenzionale – un vero artista d’Avanguardia – capace di assecondare le proprie pulsioni creative e declinarle nelle più svariate forme d’arte. Fu pittore, scultore, grafico, cineasta, ma più di ogni altra cosa fu un grande fotografo. Proprio grazie alla fotografia infatti riuscì ad esprimersi con maggiore libertà, raggiungendo le vette più elevate della sperimentazione artistica.

Tra le arti Man Ray alla scoperta della Fotografia

Man Ray si avvicinò alla fotografia gradualmente, arrivandone a comprendere le reali le potenzialità solo dopo aver avviato la propria carriera di pittore e scultore. Inizialmente l’artista ricorreva alla macchina fotografica solo per mostrare quelle che all’epoca considerava le sue vere opere d’arte, i dipinti e le sculture. Fu dopo il suo trasferimento a Parigi, e l’incontro con il gruppo degli artisti surrealisti, che qualcosa cambiò nel suo modo di concepire il medium. Da quel momento in poi cominciò a utilizzare la fotografia come una forma d’arte indipendente.

«Fotografo quello che non voglio dipingere, ossia ciò che ha già un’anima» – Man Ray

Iniziò a familiarizzare con il genere del ritratto fotografico esercitandosi con i suoi colleghi e amici. Brancusi, Proust, Cocteau, Picasso e ancora Joyce, Breton, Dalì, tutta l’élite culturale e artistica parigina si fece ritrarre dal giovane artista giunto dalla “Grande mela”. Questi ritratti inizialmente formali e accademici – essenzialmente focalizzati sull’espressività del soggetto – si fecero presto sempre più complessi e visionari, procedendo di pari passo con il percorso di ricerca artistica del maestro.

La solarizzazione di Man Ray grazie a un topo!

L’incessante sperimentazione artistica è senza dubbio la cifra caratteristica dell’intera opera di Man Ray e la fonte del carattere così rivoluzionario delle sue foto. La sua bramosa curiosità, e un pizzico di fortuna, lo portarono presto a scoprire la fotografia ready-made. Un ribelle foglio di carta sensibile inutilizzato, finito casualmente nella soluzione acquosa di sviluppo, mostrò all’artista che era possibile creare delle stampe fotografiche senza neanche dover ricorrere alla macchina fotografica.

È così che nacque la Rayografia (“Rayographes” o “Raygrammi”). Immagini fatte di luce e ombre che, in piena armonia con la poetica surrealista, riescono a traghettare le coscienze in una dimensione altra, dove nulla è realmente come sembra. Attraverso l’accostamento di oggetti, sia opachi che trasparenti, alla carta sensibile e lo studio della direzione del raggio luminoso, l’artista riuscì a creare infiniti effetti e gradazioni tonali capaci di obnubilare la percezione visiva di ogni osservatore

Il desiderio di perseguire soluzioni luministiche sempre nuove lo spinse a perfezionare la tecnica della solarizzazione, scoperta insieme alla collega e amante Lee Miller. Anche in questo caso si trattò di una scoperta fortuita, o meglio, di una seduta in camera oscura interrotta bruscamente dallo scorrazzare di un topolino. Nel tentativo di acciuffare il topo a piede libero, Lee fu costretta ad accendere la luce prima che le pellicole fossero pronte, scoprendo così un effetto inaspettato. La sovraesposizione dei negativi, provocando una parziale inversione tonale, permetteva di creare immagini intrise di una luce abbacinante e metafisica, in cui i soggetti risaltavano dallo sfondo come circondati da un’aura di sacralità. Man Ray utilizzò spesso questa tecnica per omaggiare le sue molte muse – meravigliosi i ritratti di Dora Maar, Méret Oppenheim, Lee Miller e Juliet Browner – e più in generale per celebrare la bellezza della donna.

Donne e fotografie di Man Ray: “Le lacrime di vetro” e “Il violino di Ingres”

Man Ray fece della donna uno dei suoi soggetti preferiti. Si lasciò ispirare dalle miriadi possibilità creative suggerite dal corpo femminile e dall’essenza della femminilità. Realizzò elegantissimi ritratti, divertissement surreali, composizioni di alto lirismo, senza disdegnare anche commissioni di carattere commerciale come shooting di moda e pubblicità. Le sue immagini oniriche, come manifestazioni visive di desideri profondi, erano particolarmente efficaci nello stuzzicare la bramosia dei compratori, per questo motivo il suo obiettivo divenne presto apprezzato e conteso dai più rinomati stilisti e dalle più importanti riviste patinate. Con il suo lavoro riuscì a “nobilitare” la fotografia di moda e quella pubblicitaria realizzando delle vere e proprie opere d’arte. Iconico è lo scatto “Le lacrime” di Man Ray per pubblicizzare un mascara firmato Arlette Bernard.

Tra le opere più celebri dell’artista americano dallo spirito dada e surrealista va certamente ricordata “Il violino di Ingres”. La foto, dal titolo ambiguo ed enigmatico, riprende le sinuose forme di Kiki de Montparnasse, la modella e ballerina più in vista della Parigi Bohémienne degli anni ’20 – nonché amante dell’artista – e le associa a quelle di uno strumento musicale. In questo scatto l’artista predilesse una composizione semplice e dal respiro classico per valorizzare le naturali curve femminili e allo stesso tempo omaggiare le meravigliose odalische del grande maestro del classicismo Jean-Auguste-Dominique Ingres.

L’operazione di Ray non si limitò tuttavia ad una semplice citazione colta, catapultò l’eleganza e la raffinatezza dell’orientalismo ottocentesco nella caotica e paradossale realtà delle avanguardie artistiche. Bastarono l’aggiunta delle effe sulla nuda schiena della modella e il richiamo al violino nel titolo per generare quel tipico effetto alienante, dovuto allo scollamento tra segno e significato, tanto caro ai surrealisti.

“La Preghiera”

Man Ray nelle proprie opere puntò molto sull’ambiguità e sul paradosso, oscillando spesso tra il lirico e il dissacrante. Ne “La Preghiera”, ad esempio, la sfera di sacralità evocata dal titolo dell’opera viene completamente sovvertita dall’erotismo del soggetto ripreso. L’intera composizione è una sineddoche del corpo femminile. Tutto si concentra sulle natiche della modella Lee Miller messe in risalto dalla posizione prona della donna. Man Ray, grande sperimentatore di tagli compositivi oltre che di tecniche fotografiche, utilizzò frequentemente un punto di vista molto ravvicinato per poter sfruttare al meglio il potere magnetico ed evocativo del corpo umano.

«Alcune delle mie foto più riuscite erano solo ingrandimenti di dettagli di un viso o di un corpo» – Man Ray

Troncando l’immagine, selezionandone una porzione, l’artista riuscì a privare il corpo della sua finitezza e a elevare le sue forme a una bellezza senza tempo. Alcuni scatti di busti femminili manifestano la stessa aura di immortalità e di eterna bellezza di cui si sostanziano le antiche sculture di Venere di età classica.  Man Ray, con le proprie foto, è riuscito a consegnare l’essenza e l’anima del corpo femminile alla storia.

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