La “Gioconda” di Leonardo da Vinci. L’eterno enigma

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La "Gioconda" di Leonardo da Vinci

La “Gioconda” di Leonardo da Vinci è un olio su tavola, realizzato tra il 1503 e il 1506, esposto al museo del Louvre di Parigi. Il quadro è uno dei più famosi di tutta l’arte mondiale. Il critico Marco Rosci ha individuato la fortuna dell’opera non soltanto nel sorriso enigmatico della donna ritratta, ma anche nel suo essere contemporaneamente un’opera non naturalistica e super naturalistica. Leonardo realizza il quadro in Italia e lo porta in Francia nel 1517. Quando muore, il dipinto rimane ad un suo allievo, il Salai che venderà l’opera al re di Francia Francesco I.

La “Gioconda” di Leonardo da Vinci. L’identità

Numerosi sono i dubbi sull’ identità de la “Gioconda”. Ufficialmente si tratta di Lisa Gherardini, moglie del nobile fiorentino Francesco del Giocondo. Da lei è derivato l’appellativo di Monna Lisa. Questa ipotesi viene illustrata negli scritti di Giorgio Vasari. La descrizione che vi si legge però fa nascere forti dubbi sull’identificazione. Il critico infatti esalta la bravura di Leonardo nel rendere realisticamente la peluria delle sopracciglia e le fossette delle guance, particolari assenti nel dipinto. D’altro canto la versione vista da Vasari risale a prima del 1508, a cui sono seguite continue modifiche. (Una sofisticata analisi a raggi x ha riscoperto almeno 3 versioni precedenti all’ultima).

Un’altra tesi è quella che vede ne la “Gioconda” il ritratto di Pacifica Brandani, dama alla corte di Urbino nonché amante di Giuliano de Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Pacifica partorisce nel 1515 un figlio di Giuliano, Ippolito. Carlo Predetti, uno degli studiosi più famosi su Leonardo, sostiene questa identificazione per la presenza del velo nero sulla testa della donna. Si tratta di un velo che in quell’epoca era indossato dalle neo mamme. Pacifica muore durante il parto, quindi il ritratto potrebbe essere postumo.

Un’ulteriore identificazione è quella con Bianca Giovanna Sforza, una delle figlie di Ludovico il Moro, signore di Milano. Il padre avrebbe commissionato l’opera per donarla alla figlia in occasione delle imminenti nozze con Galeazzo Sanseverino, signore di Bobbio. La ragazza, giovanissima, muore poco dopo il matrimonio. In questo caso Leonardo non avrebbe consegnato il quadro per non arrecare ulteriore dolore a Ludovico il Moro.

Freud sulla madre e il sogno di Leonardo

Senza dubbio una delle ipotesi più suggestive è quella che vede nella “Gioconda” Caterina Buti, la madre di Leonardo. L’artista è figlio illegittimo di un notaio e di una serva, Caterina, che muore quando lui ha solo 5 anni. Trasferitosi nella casa paterna, viene cresciuto dalla moglie del padre, che non era riuscita ad avere figli propri. Freud nel 1909 analizza un sogno ricorrente di Leonardo bambino.

«ne la mia prima ricordazione della mia infanzia è mi parea che, essendo io in culla, che un nibbio venissi a me e mi aprissi la bocca colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle labbra.» – Leonardo da Vinci

Mediante tale sogno Leonardo ripensa continuamente al rapporto totale ed esclusivo avuto con la madre nei primi anni di vita, una madre che lo lascia troppo presto segnando in maniera irreversibile la sua esistenza. Per questo motivo si pensa che il viso della “Gioconda” possa essere quello della madre, primitivo oggetto d’amore di ogni figlio.

Non solo Freud ha notato anche che il volto della “Gioconda” è simile a quello di Sant’Anna nel quadro “Sant’Anna, la Vergine e il Bambino”. Il viso della santa è meno enigmatico e più dolce ed amorevole. Inoltre la presenza contemporanea di due madri richiamerebbe le due figure materne di Leonardo: Caterina e donna Albiera, la moglie del padre. Freud nell’espressione della donna individua anche il binomio amore/morte. Il sorriso in apparenza beato, come quello di ogni buona madre, è in realtà indecifrabile ed inquietante come la morte. Questa spiegazione riassume anche il significato del sogno di Leonardo.

Il vivo ed enigmatico tocco dello sfumato

Monna Lisa indossa un abito abbastanza scollato, i capelli scuri sono coperti da un velo leggero, mentre sulla spalla vi è poggiato un drappo, le mani sono posate in primo piano. Sullo sfondo è visibile un parapetto, oltre il quale vi è il paesaggio fluviale che però non appare uniforme. Guardando il quadro si ha l’impressione che la donna stia fissando lo spettatore.

Sulla tavola non sono visibili le pennellate in quanto Leonardo utilizza la tecnica dello sfumato. In questo modo elimina i contorni delle figure per ottenere diverse gradazioni di luce e colore, ciò consente di fondere insieme il volto della donna con il paesaggio che fa da sfondo al ritratto. L’utilizzo dello sfumato rende maggiormente ambiguo il volto della donna, dunque ne enfatizza la psicologia.

La “Gioconda” di Leonardo da Vinci sembra che stia sorridendo ma in realtà potrebbe anche non essere così. La mancanza dei contorni rende il sorriso vivo e in continuo movimento. L’espressione diventa realista e pertanto differente dai ritratti statici che si erano visti in precedenza. A tal proposito si esprime lo storico dell’arte Charles de Tolnay nel 1951.

«Prima di lui, nei ritratti manca il mistero; gli artisti non hanno raffigurato che forme esteriori senza l’anima o, quando hanno caratterizzato l’anima stessa, essa cercava di giungere allo spettatore mediante gesti, oggetti simbolici, scritte. Solo nella Gioconda emana un enigma: l’anima è presente ma inaccessibile.»

La naturalezza data dai contrasti. La “Gioconda” di Leonardo da Vinci

I colori utilizzati sono contrastanti. Nella parte inferiore prevalgono i colori caldi e scuri che dominano soprattutto nella veste della donna. Nella parte superiore invece i colori sono più freddi, ad essere utilizzate sono soprattutto le varie tonalità di verde e azzurro.

In primo piano abbiamo il contrasto tra le mani chiare della Monna Lisa e la sua veste scura. L’intera figura della donna invece è opposta al paesaggio sullo sfondo in cui prevalgono i colori chiari. La fonte di luce principale proviene dall’alto, proprio per questo è diffusa su tutto il dipinto, anche se illumina principalmente il viso e il petto della protagonista. Al contrario sullo sfondo la luce è più fioca, tanto da non rendere sempre nitidi i passaggi, dalle parti più luminose a quelle poste maggiormente in ombra.

Nel paesaggio si nota che le montagne non si distinguono dal cielo, al contrario sono perfettamente fuse con esso. La luminosità in lontananza si attenua in modo da far sembrare il paesaggio quasi sbiadito. Questo elemento è quello maggiormente debitore della prospettiva aerea.

Paesaggio reale o immaginario? Gli elementi riconoscibili

La parte sinistra del paesaggio appare più bassa rispetto la parte di destra, per cui si è ipotizzato che sia stata inserita in un secondo momento. In una copia del ‘600 è stata individuata la base della loggia architettonica posta dietro la Monna Lisa, elemento poi eliminato da Leonardo. Chiaramente questo particolare renderebbe uniforme il paesaggio, anche perché è strano che Leonardo, maniaco dei particolari, in piena epoca rinascimentale abbia dipinto un paesaggio immaginario.

Per molti studiosi il paesaggio del quadro sarebbe quello della Val di Chiana, nei pressi di Arezzo. Il ponte visibile alle spalle della Monna Lisa è stato identificato come il ponte di Buriano, un ponte romanico a più arcate tutt’oggi presente in Toscana. A sostegno di questa tesi vi è anche un disegno in cui Leonardo descrive il bacino idrico della Val di Chiana dove è visibile anche il ponte di Buriano. Questo paesaggio inoltre appare simile a quelli presenti in altre opere leonardesche come “La vergine delle rocce” o “La Madonna dei fusi”. Il fiume per molti è un affluente dell’Arno che scorre nei pressi di Vinci, paese natale di Leonardo e della madre.

Secondo altri studiosi il paesaggio non sarebbe toscano. Si tratterebbe della Val di Trebbia in cui è presente il feudo di Bobbio, nei pressi di Piacenza, che era stato ereditato da Bianca Maria Sforza. In questo luogo è presente anche un ponte detto il Gobbo. Per altri ancora il paesaggio potrebbe essere il Montefeltro nel ducato di Urbino, zona di cui era originaria Pacifica Brandani.

La maggioranza degli storici dell’arte e dei critici però è convinta che sostanzialmente il paesaggio sia immaginario, ma dipinto sulla base di ricordi reali dell’artista. Tante tesi interessanti per un’opera eterna che non smetterà mai di affascinare, un quadro che è oggetto di ammirazione ma anche di parodie, la più celebre quella baffuta di Marcel Duchamp. La “Gioconda” di Leonardo da Vinci è stata anche vittima di un furto, avvenuto nel 1911, che ha contribuito però a diffondere la sua fama infinita.

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