“La gioia di vivere” di Henri Matisse. L’arte della felicità

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"La gioia di vivere" di Henri Matisse

“La gioia di vivere” di Henri Matisse del 1906. L’opera dipinta con olio su tela è conservata alla Barnes Foundation di Filadelfia. Nasce da un periodo di forte pessimismo e dal profondo turbamento che assaliva gli artisti del tempo. “La gioia di vivere” è quindi una reazione a questa atmosfera, un anelito e un nuovo modo – non più negativo – di osservare la realtà. Matisse è da considerarsi un innovatore nel rappresentare la sua personale ricerca della felicità in un’epoca caratterizzata dall’inquietudine.

“La gioia di vivere” di Henri Matisse. Paesaggi fantastici

Il quadro ritrae un esterno che si ispira all’ambiente mediterraneo, realizzato non dal vivo – en plein air – come si usava all’epoca, ma al chiuso in una stanza. Ci troviamo di fronte ad un paesaggio quasi paradisiaco con alberi, personaggi nudi che danzano o riposano, dove aleggia un generale senso di benessere e relax.

La scena prende vita dal gruppo di persone al centro che fanno un girotondo, un’anticipazione del soggetto rappresentato poi nel 1910 nella famosissima “La Danza”. L’opera si sviluppa in una sorta di movimenti concentrici che partono proprio dai danzatori centrali e coinvolgono le altre figure, in uno stato generale di abbandono sulla spiaggia. Troviamo anche un riferimento mitologico al dio Pan nel personaggio che suona il flauto, proprio per rievocare un’epoca primitiva e idilliaca.

Rimandi autorevoli

Il quadro ha diversi rimandi ad altre famose opere: l’uomo e la donna abbracciati nell’angolo a destra ricordano lo stile di Tiziano e la posa delle due donne distese al centro è ripresa da “Colazione sull’erba” di Manet. Senz’altro il richiamo più immediato è quello con “Le bagnanti” di Cézanne. Ma mentre quest’ultime sono figure rigide, collocate in un paesaggio ancora reale, Matisse le disegna deformandone intenzionalmente le linee del corpo e facendone emergere la sensualità. I corpi ritratti riempiono tutti gli spazi in una rappresentazione che non si cura della prospettiva e sembra non voglia far riposare lo sguardo.

“La gioia di vivere” di Henri Matisse risente anche dell’influsso di Gauguin e dell’arte orientale. Proprio il modello orientale porta il pittore a privare del volto i suoi soggetti. Subisce il fascino delle icone bizantine e russe, rappresentate con tratti stereotipati e dove il colore era più importante dell’identità del soggetto. Ciò lo spinge ad abbandonare l’idea della rappresentazione canonica della persona. Le figure sono dipinte a macchie, senza dettagli né volto, e senza minimamente rispettare i colori naturali.

Natura e colori spregiudicati

Anche il paesaggio presenta colori innaturali. La vegetazione e il cielo non rappresentano più ciò che sono, ma diventano quasi astratti, come l’albero rosa che ha lo stesso colore utilizzato per la pelle delle persone. Sembra che alcune figure umane stiano subendo una specie di metamorfosi con gli elementi naturali. Ma l’effetto è voluto per sottolineare l’unione tra uomo e natura. L’utilizzo di questi toni innaturali e provocatori, tipico dei fauvisti, è senz’altro la caratteristica più d’impatto dell’opera. I critici ipotizzano che con l’utilizzo di colori “strani” Matisse intendesse invitare lo spettatore ad osservare le cose, senza lasciarsi influenzare da dinamiche predefinite e dalla quotidianità.

Il dipinto rappresenta una svolta nel percorso di Matisse come esponente dei Fauves, perché accanto all’uso violento del colore, inserisce il contorno delle forme. Una linea decorativa che racchiude le macchie dei corpi.
Ma l’introduzione di questi elementi riserva al dipinto una delle critiche più severe. Quando l’opera fu esposta al Salon des Indépendants nel 1906, Paul Signac – amico di Henri Matisse – lo definì «un dipinto con colori ripugnanti e troppo spessi con contorno largo un pollice». Alcune perplessità nacquero anche nel collezionista Leo Stein che, dopo averla acquistata, la cedette molto velocemente ad un collezionista.

Nonostante la critica, l’uso spassionato dei colori è stato una costante in tutta la produzione pittorica di Matisse. Per dedicarsi alla pittura ha abbandonato la carriera giuridica dopo il conseguimento della laurea all’Università di Parigi. Le prime opere sono state realizzate con uno stile puntinista, ma è con la creazione del movimento dei Fauves che dipinge le tele con colori abbaglianti e realizza opere di inconsueta intensità.

“La gioia di vivere” di Henri Matisse alla ricerca della felicità

È buffo pensare come un’artista dalla personalità calma, compunta ed elegante, abbia potuto concepire un’opera ricca di brio come “La gioia di vivere”. Ma la ricerca della felicità è stato l’obiettivo fondamentale della sua vita, sovvertendo non poco le credenze del tempo. Non a caso Henri Matisse biasimava gli esponenti del romanticismo per la loro tipica malinconia. Voleva liberarsi da quell’angoscia che costringe l’uomo allo sconforto, al rassegnarsi ed accontentarsi, rinunciando così a vivere serenamente la vita. Riversò il suo ottimismo anche nell’arte, e “La gioia di vivere” è anche il concetto alla base del suo pensiero sulla vita e sull’arte. Nella sua pittura c’è proprio la nascita di quella che è definita “una pittura di gioia” o arte della felicità.

«Il mio obiettivo è rappresentare un’arte equilibrata e pure, un’arte che non inquieti né turbi. Desidero che l’uomo stanco, oberato e sfinito ritrovi davanti ai miei quadri la pace e la tranquillità» – Henri Matisse

La “gioia di vivere” per Matisse si esprime rappresentando non la vita reale, ma il mondo desiderato. Non a caso disegna luoghi quasi fantastici, dove uomo e natura convivono in un rapporto di assoluta armonia. L’uomo non deve più subire l’esistenza, ma deve viverla nella sua totale bellezza, fondendosi con la natura in una specie di ritorno al primitivo. E i colori utilizzati, l’energia sprigionata e le figure in movimento, esprimono quella bellezza e quella gioia di vivere che contagia tutti i sensi come succede ai bambini.

«bisogna guardare tutta la vita con gli occhi di un bambino» – Henry Matisse

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