La letteratura post coloniale nigeriana mette a nudo l’Occidente

0
La letteratura post coloniale nigeriana. "Americanah" di Chimamanda Ngozi Adichie

Non tutta la letteratura si somiglia. È un’affermazione banale? Può darsi, ma dietro c’è una grande verità. A volte leggendo capita di immedesimarsi nei protagonisti. Addirittura succede di riuscire a comprendere le motivazioni che rendono così meschino l’antagonista o il killer di un giallo. Se da un lato ci si adatta alle storie dei personaggi, altre volte cuciamo su di loro i nostri abiti. C’è però una porzione di letteratura ribelle, una scossa che sconvolge ogni schema e approccio alla lettura, la letteratura post coloniale nigeriana (in questo caso).

Ma cosa si intende per letteratura post coloniale nigeriana?

È una creazione piuttosto recente, propria di quelle nazioni occupate per secoli da imperi o Stati europei. La definizione post inquadra certamente una cesura con il colonialismo. Tuttavia gli effetti dello sfruttamento coloniale non vengono meno. Anzi, spesso sono il fondale preferito per le storie dei postcolonial studies. Si potrebbe asserire con prudenza che vi siano circa un paio di tipologie di autori post-coloniali. Quelli provenienti da aree del mondo – Canada, Nuova Zelanda, Australia – in cui, dopo l’arrivo distruttore dell’Europa, l’inglese diventa la lingua principale; e quelli che hanno mantenuto le lingue locali. Questo secondo gruppo riguarda più da vicino la letteratura nigeriana, uno degli Stati africani più prolifici dal punto di vista letterario. 

Come si legge un autore nigeriano? Un’altra domanda che può sembrare scontata. Se per mestiere uno scrittore o una scrittrice comunicano col lettore, quale aspettativa si crea intorno al romanzo o alla poesia di un/a nigeriano/a? Non vergogniamoci e ammettiamolo: per lo più si prevede che si parli di realtà difficili, di slums o bassifondi. Perciò non avverrebbe alcun tipo di immedesimazione. Ci si aspetterebbe di imparare e riflettere, ma mai di riscontrarvi una protagonista in linea con il nostro stile di vita, da cui prendere ispirazione o con cui familiarizzare per tutto il tempo della lettura. È per questo che Judith Butler l’ha definita una letteratura performativa. Sembra tesa alla pura esibizione di costumi e usi del Paese d’origine dell’autore, ma senza aspettarsi una penetrazione conseguente da parte del lettore. 

I casi di Chris Abani e Lola Shoneyin. Quanto conta l’appartenenza culturale?

Nel leggere la poesia “Canzone per la notte” dell’autore nigeriano Chris Abani, la prima percezione è quella di avere di fronte un testo per commemorare i caduti nella guerra civile nigeriana. Ed è così. Tuttavia la provenienza di Abani si potrebbe considerare irrilevante. La tragicità dei combattenti e la costante di una madre in pena per un figlio sono elementi adattabili ad un’ode per una guerra generica. È il tema bellico a fungere da sfondo, e la guerra è universale.

Ad un livello intermedio si pone l’autrice nigeriana Lola Shoneyin. Nel suo romanzo “The secret lives of Baba Segi’s Wives” il contesto è quello tipico dei matrimoni poligami, che non riguardano la cultura europea. Tuttavia lo spaccato sulla subalternità della donna e delle mogli del ricco Baba Segi costituisce il cuore del romanzo. Non si può non ammettere che anche in tal caso la provenienza geografica e culturale non sia un discrimine. È un tema così caldo che si avverte molto da vicino anche nel nostro scenario culturale.  

Il peso dell’identità in “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie nella letteratura post coloniale

Una situazione ben diversa si crea nel romanzo “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie, altra donna nigeriana. La Adichie tocca tematiche care a tutte le sfumature di letteratura post-coloniale. L’emigrazione e la nostalgia, l’ipotesi di ritorno del migrante e il conflitto di razza. Ci si potrebbe chiedere se la Adichie abbia voluto trasferire nero su bianco i suoi pensieri e i suoi insegnamenti sul concetto di razza e di etnia, ma sarebbe un’osservazione superficiale. Infatti leggendo si nota che, sì, la Adichie fornisce tutti gli strumenti per capire e ragionare, ma non solo.

Qui si inserisce la vera caratteristica coinvolgente e attrattiva del romanzo: l’origine della protagonista Ifemelu è importantissima. Ifemelu è una donna nigeriana emigrata in America, per la quale la Adichie disegna contorni ben definiti e – poiché il romanzo abbraccia un ampio periodo – ne traccia anche i cambiamenti. Prima di tutto quelli comportamentali. Ifemelu si esercita a pronunciare come un’americana, anche se le sembra di sconfessare le sue origini. Inoltre lavora anche sull’aspetto fisico. In particolare uno speciale spaccato sui capelli afro offre un esempio notevole sull’importanza di mantenere la propria identità senza accondiscendere ai canoni americani, ma stando ben attenti a non chiudersi all’altro.

La razza in America. Problema o opportunità?

La protagonista affronta pregiudizi di ogni sorta e si trova spesso di fronte ad americani confusi sulle usanze d’appartenenza in Africa e in Nigeria.  


«L’unica ragione per cui dici che la razza non è un problema è perché vorresti che non lo fosse. Tutti lo vorremmo, ma è falso. Vengo da un paese in cui la razza non è un problema; non mi sono mai pensata nera e lo sono diventata solo al mio arrivo in America. […] Accumuliamo tutto dentro la testa e quando veniamo a simpatiche feste progressiste come questa, diciamo che la razza non è un problema perché è quello che ci si aspetta da noi, per far stare meglio i nostri simpatici amici progressisti. È la verità. Lo dico per esperienza.» – “Americanah” di Adichie

La voce  in “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie sembra essere molto spesso presente tra le pagine ed è volta a mostrare – d’altronde è una letteratura performativa -, ma anche a contestualizzare gli usi e i costumi dei nigeriani igbo.  

Forse è quest’ultima la chiave per capire la letteratura post coloniale nigeriana, una corrente che mette in piazza i problemi più radicati e scottanti della società occidentale. Bisognerebbe infatti tracciare una linea di connessione tra un Paese d’emigrazione e uno di immigrazione al fine di creare un contatto tra le culture, comprendendo le differenze ma senza valutarle. Costruendo ponti che sovrastino secoli di chiusura mentale e esclusione sociale.

Condividi
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.