La lunga scia di fuoco dopo la morte di Soleimani

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Qassem Soleimani

La notte tra  il 2 e il 3 gennaio una serie di missili lanciati da un drone statunitense ha colpito l’area nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, togliendo la vita ad otto persone. È a tutti gli effetti un grave attacco. Tra di loro c’era il generale iraniano Qassem Soleimani, una delle personalità più importanti e popolari del Medio Oriente. Il suo corpo, straziato tra le macerie, è stato reso riconoscibile solo grazie ad un particolare anello che indossava. Ma chi era Soleimani e perché ne era desiderata la morte?

L’ascesa di Qassem Soleimani

Qassem Soleimani è nato da una povera famiglia di contadini nella provincia di Kerma, in Iran 62 anni fa. Aveva soltanto 22 anni quando si arruolò tra le Guardie rivoluzionarie (IRGC) nel 1979 durante la rivoluzione per la prima volta, senza nessuna esperienza militare. Pochi mesi dopo, nel 1980, prese parte alla guerra Iraq-Iran, quella che gli iraniani avrebbero sempre chiamato “la guerra imposta”. Sembra che inizialmente sia stato inviato lì soltanto come aiuto per rifornire acqua ai soldati, ma finirà per rimanerci fino alla fine del conflitto, prendendo parte ad alcune importanti missioni e vedendo morire tanti iraniani sul campo di battaglia.

Alla fine del conflitto, Soleimani tornò nella nella sua regione natìa per combattere al fianco di alcune minoranze afgane contro i talebani. In questa situazione si distinse particolarmente sia per come gestì la lotta al narcotraffico, ma anche per la profonda conoscenza di quella zona. Così nel 1998 gli venne affidato il comando delle forze Quds. “Al Quds” in arabo significa Gerusalemme e le forze Quds sono un’unità di forza speciali delle Guardie rivoluzionarie, che si occupa delle attività al di fuori del Paese e che nel 2007 è stata considerata dagli USA una forza di supporto al terrorismo di matrice islamica.

La CIA dice di lui: «La persona più operativa e potente del Medio Oriente»

Con il tempo Qassem Soleimani ha scalato i vertici della struttura militare ed è diventato una delle figure più influenti del Medio Oriente. Un uomo pragmatico e a tratti spietato che muoveva i fili della politica mediorientale. Una figura misteriosa e potentissima. Scrive nel 2008 al comandante delle forze americane in Iraq.

«Generale Petraeus, dovrebbe sapere che io, Qassem Suleimani, controllo la politica dell’Iran per quanto riguarda l’Iraq, il Libano, Gaza e l’Afghanistan. Inoltre, l’ambasciatore a Baghdad è un membro delle forze Quds. Colui che lo va a sostituire è, anche lui, un membro delle forze Quds».

Ma Soleimani deve il suo potere anche alla politica interna. Era infatti molto vicino a Ali Khamenei – se non addirittura il braccio destro -, la figura politca e religiosa più importante dell’Iran. Ma la sua popolarità si spiega solo con un evento del 2014. Durante una diretta televisiva promise alla sua nazione di sconfiggere l’ISIS in soli 3 anni. Quelle parole e quelle immagini ebbero un’eco mastodontica, il suo viso rassicurante e umile, ma al contempo profondamente carismatico, veniva rappresentato ovunque. Il video divenne virale sul web.

Quella promessa fu mantenuta. A distanza di pochi anni, con Soleimani al comando, le truppe iraniane e irachene sconfissero l’Isis in Siria e iraq.

Il funerale e le minacce

Alla morte del generale sono seguiti tre giorni di funerale nelle città più importanti per la sua storia: Ahavaz, Machhad, teheran e Qom. Hanno partecipato ai funerali milioni di persone. Il suo volto era ovunque, insieme alle bandiere rosse dei martiri che sventolavano e a quelle americane che bruciavano. La calca il giorno del funerale è stata tale che circa 50 persone sono morte schiacciate. Le autorità hanno dovuto rimandare la sepoltura per ragioni di pubblica sicurezza. Il giorno stesso dell’attentato l’ambasciata Usa scriveva in una nota.

«I cittadini americani partano per via aerea dove possibile, altrimenti raggiungano altri paesi via terra.»

Da allora le minnacce che i due Paesi si sono scambiati hanno fatto tremare il mondo intero. Il presidente iraniano Hassan Rohani ha subito tuonato.

«Gli iraniani e altre nazioni libere del mondo si vendicheranno senza dubbio contro gli Usa criminali per l’uccisione del generale Qassen Soleimani. Trump, prepara le bare.»

Il presidente USA, per tutta risposta twitta.

«Che questo serva da AVVISO che se l’Iran colpisce qualsiasi americano o beni americani, abbiamo preso di mira 52 siti iraniani di altissimo livello e importanti per l’Iran e la cultura iraniana.»

Il che sarebbe una grave violazione dello ius cogens. E avanti così, per tutta la durata del lutto, tra attacchi e ripensamenti.

Le ragioni dell’assassinio di Soleimani

Durante la giornata di venerdì, cioè il giorno dopo l’attacco, Trump ha tenuto una conferenza stampa nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida.

«Soleimani stava progettando attacchi imminenti e sinistri contro diplomatici e personale militare americano, ma lo abbiamo colto in flagrante e lo abbiamo uucciso (…). Abbiamo attaccato la scorsa notte per fermare una guerra, non per iniziarla.»

Una spiegazione che pare convincere in pochi, dal momento che dalla Casa Bianca non è ancora stata fornita nessuna prova di questi fantomatici presunti attacchi. Qualcuno vocifera persino che Trump abbia voluto semplicemente distogliere l’attenzione dell’imminente procedura di impeachment. Ma questa spiegazione appare fin troppo “complottista”. L’impeachment andrebbe avanti in ogni caso e nessuno è tanto folle da rischiare di causare un conflitto mondiale per “distogliere l’attenzione”. Ma allora quali sono le vere ragioni dell’assassinio a Soleimani?

L’influenza in Iraq e la ‘Zona Verde’

La teoria del New York Times è che l’Iran stesse prendendo troppo potere in Iraq, rendendo la permanenza delle milizie statunitensi in quella regione insicura e precaria. Infatti sul territorio iracheno sono presenti milizie sia americane che iraniane, entrambi suoi alleati, ma nemici tra di loro. A Baghdad esiste una zona, chiamata “Zona Verde” che si trova proprio sulla riva del fiume Tigri. È una zona iper-controllata e molto sicura, nonché la zona dove risiede l’ambasciata americana. Per entrarvici sono necessari diversi permessi di ordine governativo.

Ebbene, nella scorsa settimana migliaia di manifestanti, insieme alle milizie filo-iraniane sono entrate in questa zona (evidentemente avevano dei permessi governativi) e hanno dato fuoco ad uno dei suoi edifici. Gli alleati iracheni non sono inervenuti. Questo perché l’Iraq è sempre più sottomesso all’influenza dell’Iran. Le milizie iraniane hanno aumentato il loro potere sostenendo le proteste in piazza contro il governo e il loro status in Iraq è assolutamente ufficiale. Negli ultimi giorni Soleimani aveva trovato il modo di nominare un suo importante alleato – il generale iracheno Tahseen al Aboudi – a capo della Zona Verde, assumendo così ancora più controllo nel punto nevralgico del Paese.

Sembrano essere iniziate le prime conseguenze dell’atto terroristico degli Stati Uniti – come è stato definito dall’Iran -. Hanno il sapore della vendetta e hanno già causato 80 morti. L’Iran ha dato inizio alla missione “Soleimani martire” lanciando 15 missili contro la base di al-Asad e contro quella di Erbildue basi irachene dove erano presenti soldati americani. La televisione iraniana sostiene che nessun soldato iracheno è rimasto colpito. Dalla stessa fonte un rappresentante delle guardie Rivoluzionarie fa sapere.

«Circa 104 obiettivi degli Stati Uniti e dei suoi alleati locali sono sono osservazione da parte dell’Iran, e se commetteranno un errore, siamo pronti ad attaccarli»

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