“La malora” di Beppe Fenoglio dal piglio barbarico e contadino

Share
"La malora" di Beppe Fenoglio

“La malora” di Beppe Fenoglio, romanzo breve o «se si preferisce racconto lungo», come suggerisce la studiosa Maria Antonietta Grignani, esce nel 1954 nella collana “I gettoni” di Einaudi. Proprio il curatore Elio Vittorini, entusiasta del lavoro di questo emergente autore, sottolinea il «piglio barbarico» dell’opera reso con attenta crudezza del linguaggio e della descrizione dei fatti e luoghi trattati, che sembrano assurgere a veri e propri simboli del mondo contadino dell’epoca, povero e sventurato.

“La malora” di Beppe Fenoglio. Un linguaggio creato ad arte

Il libro suscita fin dai suoi esordi interesse da parte della critica per il linguaggio con cui è scritto. Si tratta di una sorta di idioma contadino, quasi “dialettale”, e innegabile è la bravura dell’autore nel mantenere per tutto il corso dell’opera un registro “basso”. Ciò contribuisce a rendere credibile tutta la vicenda grazie all’appassionata narrazione in prima persona da parte del giovane protagonista, il contadino Agostino, venuto dalle Alte Langhe fino a Benevello per fare il servitore.

Questo fortunato artificio linguistico è dovuto al fatto che Fenoglio, nonostante sia un attento conoscitore della lingua italiana e di quella inglese, non cede mai alla tentazione di adoperare alcun termine aulico né tanto meno anglosassone (come contrariamente, spesso, accade in molte altre delle sue opere, tra cui, in primo luogo, “Il partigiano Johnny”), La narrazione si arricchisce così di fluidità e veridicità da riuscire a farci immaginare un Agostino, ormai maturo, narrare le sue vicissitudini al Pavaglione accanto al proprio focolare o al tavolo di un’osteria con qualche curioso che gli offre un bicchiere di vino per ascoltarlo.

Un tragico inizio in media res

Da notare l’inizio del racconto che, come ricorda la Grignani, si apre «con un’immagine di morte», ovvero con la rapida enunciazione della tragica dipartita del padre del protagonista Agostino, seguita dal suo rientro come servitore alla cascina. La scelta dell’autore si rivela riuscita in quanto, pur rinunciando a seguire l’ordine cronologico dei fatti, con la scena di incipit offre al lettore un chiaro presagio dei temi di morte e di abbandono di cui troverà imperniato il libro.

A tal proposito, colpiscono la dolorosa decisione della famiglia di Agostino di privarsi sia di lui, mandandolo a lavorare lontano per non doverlo mantenere, che del fratello Emilio, costringendolo a studiare in seminario per saldare un vecchio debito con la maestra del paese. Altrettanto dolorosa, quanto inaspettata, è l’ultima separazione di cui tratta il racconto. Il protagonista si allontana da Fede, l’altra servente della famiglia Rabino, con cui vive una sorta di casto idillio, con tanto di reciproca promessa di un futuro insieme. Tutto si dissolve quando una sera la ragazza viene riportata in fretta e furia a casa dai suoi genitori per farla sposa di un matrimonio di interesse.

“La malora” di Beppe Fenoglio. La figura della donna-madre

Un aspetto importante de “La malora”, e di tutta la letteratura fenogliana, è la figura della donna. Se la giovane Fede non è altro che uno dei tanti amori infelici dell’Io narrante (vedi la Fulvia de “Una questione privata”), è opportuno soffermarsi sulle donne mature del libro. Nella realtà contadina raccontata dall’autore albese, infatti, ricorre spesso il personaggio femminile energico, ma umile; devoto, ma non bigotto; leader silenzioso di famiglie tanto numerose da sembrare dei veri e propri piccoli clan.

È la figura della “padrona”, i cui retaggi affondano le proprie radici nel cristianesimo più fervente e contadino. Si tratta di una “mater familias” a tutto tondo il cui compito, oltre alla procreazione e al lavoro, è di intercedere con il cielo nel tentativo di espiare con la preghiera le colpe dell’ignoranza dei propri cari (bestemmie, oscenità e spesso atti di violenza).

Le donne guidano l’azione

Nella vicenda di Agostino si rivede nella sposa del padrone della cascina, che mette al servizio di tutta la propria famiglia il suo sapere, la sua esperienza e il suo buon cuore. Spesso invoca il Signore come a voler mondare lei stessa il comportamento del marito e arriva perfino a sfidarne le ire nel tragico episodio del furto del coniglio. Qui, approfittando della sua assenza, ruba un animale e lo cucina per sé e per i figli per far fronte a una vita di stenti, finendo però per essere scoperta e venire brutalmente cinghiata insieme a loro.

Gli stessi tratti si rivedono nella madre del protagonista. Nonostante abbia un ruolo marginale nella vicenda e le sia dedicato soltanto il breve e divertente racconto della proposta di matrimonio, è proprio con lei che si chiude l’opera. La donna, con il cuore sanguinante per la malattia del figlio Emilio e per le gravi condizioni economiche in cui versano la famiglia e la casa, innalza la sua preghiera al Signore di nascosto in un filare, invocandolo di proteggere il povero Agostino.

«che è buono, e s’è sacrificato per la famiglia e sarà (aggiungo per l’ennesima volta) solo al mondo».

Tali parole sembravo suonare come l’ennesimo tremendo monito di vana speranza contro l’immanente realtà delle Langhe: selvaggia, brutale, «da terra di confine», come la definirà Calvino studiando “La malora” di Fenoglio ed altri racconti a tema contadino.

Related Posts
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.