La Nike di Samotracia. Impeto in volo e trionfo della Vittoria alata

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La Nike di Samotracia dea della Vittoria alata

Uno dei soggetti prediletti dagli scultori ellenistici è la rappresentazione dell’uomo in tutte le possibili condizioni fisiche e psicologiche. Un esempio significativo è la scultura “Nike di Samotracia” dell’Ellenismo. Questi temi caratterizzano infatti la scultura ellennistica e sono resi con estremo realismo prediligendo la ricerca del movimento. All’equilibrio e alla serena armonia dell’arte classica si mescola, in un connubio perfetto, il drammatico esprimersi dei sentimenti, spesso attraverso pose ricercate e con marcati effetti espressionistici e teatrali

Risalente al II secolo a. C. e scolpita in marmo pario, la “Nike di Samotracia” in origine era collocata nel bacino del santuario di Samotracia a Rodi ed attualmente è conservata presso il Museo Louvre di Parigi. È rappresentata nell’atto di spiccare il volo dalla prua di una nave da guerra. Probabilmente si tratta di un monumento alla vittoria.

La scultura “Nike di Samotracia”. Analisi, descrizione e significato

La Nike – dal greco Νίκη, si pronuncia niche – è appoggiata sulla gamba destra, la sinistra è arretrata per dare slancio e col corpo si protende in avanti. Apre le grandi ali remiganti e penetra nello spazio con una massima carica di movimento, veloce e continuo, enfatizzando il motivo del volo. Si ha la sensazione di vederla, da un momento all’altro, librarsi in aria. Non la ostacolano nemmeno le ricche vesti che, leggere nelle fitte increspature, le fanno vela gonfiandosi d’aria, dando l’impressione che la figura si stia sollevando verso l’alto.

Il panneggio, con impeto, con vigore, si aggroviglia nelle ampie pieghe della parte posteriore della veste, mentre, via via che risale, la spinta dell’aria preme la stoffa sulla superficie del corpo. Appare come un velo che attraverso lo strato sottilissimo lascia intravedere le forme sottostanti, con una morbidezza chiaroscurale di origine prassitelica. Come in Fidia, la leggera trasparenza del tessuto accentua l’effetto bagnato con la luce attraversata da sottili increspature.

Confluisce in quest’opera tutta la tradizione scultorea classica. Ma l’ignoto autore riesce a fondere gli elementi classici in una visione unitaria: le grandi linee che partono, in basso, dai due lati della figura s’incrociano, salgono e vengono riprese e concluse indietro dalla curva delle ali. E, soprattutto, la Nike vive immergendosi nell’atmosfera e conferma l’interesse dell’arte ellenistica per lo studio della figura umana e del suo rapporto con lo spazio circostante.

La dea alata Nike di Samotracia. Storia e restauro

La Nike di Samotracia è un personaggio della mitologia greca figlia del titano Pallante e della ninfa Oceanina Stige. Simboleggia la vittoria ed è raffigurata con le ali, per questo motivo viene chiamata anche “Vittoria alata”. 

Risalente intorno al 190 a. C., la scultura è stata ritrovata in stato frammentario nel 1863 nell’isola di Samotracia (Egeo settentrionale) da Charles Champoiseau, viceconsole francese a Edirne. La dea alata Nike di Samotracia è stata presumibilmente scolpita da un autore ignoto a Rodi per celebrare la vittoria nella battaglia dell’Eurimedonte. Uno scontro navale tra la flotta rodia alleata della Repubblica romana, opposta alla flotta del re siriano Antioco III comandata da Annibale.

La Nike di Samotracia è raffigurata con grandi ali aperte in simbolo di vittoria, ma alcune testimonianze riportano la mutilazione delle stesse. Un testo attribuibile a Pausania, viaggiatore e geografo del II secolo d.C., spiega che la successiva mutilazione delle ali avvenne ad opera degli stessi ateniesi per fare in modo che la dea, e quindi la vittoria, non lasciasse mai più la città.

Per diversi secoli la Nike di Samotracia è stata collocata nel tempio votivo noto come Santuario dei Grandi Dei di Samotracia, voluto dall’isola per commemorare il buon esito del conflitto. D’improvviso scomparve misteriosamente per poi essere portata alla luce nell’Ottocento dal viceconsole francese. Pur essendoci pervenuta amputata – la Nike è priva di testa e di braccia, mentre l’ala e il seno destri sono stati aggiunti nell’800-, ha comunque mantenuto intatta tutta la sua audacia e la sua forza vittoriosa. Il marmo bianco di Rodi in cui fu scolpita appare oggi candido, grazie a un importante intervento di restauro realizzato tra il 2014 e il 2015.

La statua in origine avrebbe dovuto avere un elmo sotto il pietro sinistro, in simbolo appunta di vittoria sul nemico, e uno scudo tra la mano sinistra e la gamba flessa recante il nome del vincitore in battaglia.

La grande fortuna della Vittoria alata in arte

A partire dalla sua scoperta nell’800, la Nike di Samotracia ha conosciuto con il passare dei secoli una vasta fortuna. Numerosi sono gli artisti, i poeti, gli scrittori, che si sono lasciati ispirare dalla sua maestosa bellezza. Ad esempio la “Double Victoire de Samothrace” di Salvador Dalì del 1968: una doppia rappresentazione della Nike di Samotracia che, come rivolta davanti ad uno specchio, si riflette nell’immagine di se stessa. Si possono ammirare diverse riproduzioni della dea anche in diverse città.

Come evidenziato più volte dalla critica, la Nike di Samotracia ispirò anche la scultura “Forme uniche della continuità nello spazio” di Umberto Boccioni, una forma antropomorfa senza braccia che si trasforma nel simbolo dell’uomo moderno lanciato alla conquista del futuro. Proprio al futuro lanciò la sua sfida Filippo Tommaso Marinetti, citandola nel proprio Manifesto del futurismo pubblicato su “Le Figaro” nel 1909. Adottando il modello della dea alata di Samotracia, Marinetti contrappose alla sua bellezza ellenistica il fascino dell’automobile che meglio si prestava all’immagine e all’”estetica della velocità” dei tempi moderni.

«un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia» – citazione sulla Nike di Samotracia di F. T. Marinetti

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