La paura come strumento di potere nella politica e nel sociale

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La paura, strumento di potere nella politica e nel sociale

Paura di prendere l’aereo, di morire; paura di essere lasciati, traditi, umiliati; la paura di sbagliare, di perdere la casa o il lavoro; paura della povertà, della solitudine, di Dio. Ma anche giocarci con questo sentimento, guardare un film horror, andare sulle montagne russe, fare bungee jumping, leggere un giallo. E ancora, la paura usata come strumento di potere per ricattare, manipolare, sedurre. Abbiamo affrontato il tema della paura «in tutte le sue sfaccettature» e attraverso le diverse forme d’arte, partendo da un serie di incontri sul tema che hanno fornito spunti di riflessione su un sentimento così atavico e oscuro.

La paura come strumento politico

L’incontro “La paura, strumentalizzazioni ed antidoti”, a cura di Massimo Piccolo e Birland è stato realmente intenso ed interessante.

«Le stelle sono nel cielo anche di giorno, ma riusciamo a vederle di notte perché il cielo è buio.» –  Giuseppe Limone

Il primo ad intervenire è stato Giuseppe Limone, professore di Filosofia del Diritto e della Politica, che ha voluto sottolineare l’importanza dell’horror nell’ambito dell’arte. I generi letterari che si sviluppano intorno al sentimento della paura sono spesso considerati “letteratura di settore”, letteratura bassa, d’intrattenimento. In realtà secondo il filosofo, la paura non è un elemento spurio; ma uno dei fondamenti dell’essere umano. Un sentimento che viene usato come strumento di gestione da parte del potere per sottrarre spazi di libertà, diritti, democrazia.

La paura nell’arte

Il Prof. Limone è partito da Caravaggio, passando poi a citare Vico, Fontana e Dostoevskij per spiegare la sua tesi. Quanto c’è di bello, di vero e di giusto nel nostro mondo non può nascere che da una lacerazione che trova una sua espressione armonica. Nulla di veramente bello può nascere da una vita passata solo a ricercare piacere; perché il benessere assoluto anestetizza, distrugge i confini tra il bene e il male e non produce che mediocrità. Il riferimento è al periodo della Belle Époque. Dostoevskij, racconta, ha vissuto l’esperienza di essere condannato a morte e di essere graziato solo all’ultimo momento. Ha avuto la morte davanti agli occhi ed estato dopo questa traumatica esperienza, raccontata nell'”Idiota”, che in una lettera al fratello prende coscienza di una profonda verità.

«Ti ricordai, fratello, e ricordai tutti voi; durante l’ultimo minuto, tu, tu solo, eri nella mia mente, solo allora compresi quanto ti amo.»

La paura di morire e dello straniero

Un’altra analisi è fornita dal sociologo Sergio Brancato, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi. Ha cominciato con il paradosso di Jean Baudrillard – secondo cui «la fantascienza è l’unica letteratura che tratta della verità» – per parlarci della paura come sentimento base per creare legami affettivi. Poi, facendo riferimento a due pilastri del cinema mondiale come “Blade Runner” e “2001, Odissea nello spazio”, il professore spiega che c’è stato un momento nella storia in cui lo sguardo dell’uomo si è spostato dal guardare verso il basso al guardare verso l’alto, è stato il momento in cui ci siamo cominciati a percepire come individui. Questo momento ha avuto luogo in primis grazie alla paura di morire.

Intanto il prof. Brancato sposta la sua argomentazione sul piano politico, parlandoci di una delle paure più antiche: la paura dello straniero. Ed è questa paura che viene continuamente utilizzata dal sistema politico per orientare la rabbia verso un elemento esterno alla società. Con dotti riferimenti a Hobbes, alla storia degli ebrei e ai recenti cambiamenti che hanno prodotto i personal media, il professore spiega che l’unico modo di combattere la paura è il pensiero critico.

Uno strumento per condizionare la massa

L’intervento di Anna Ceprano, presidente della Lega Coop Campania, si è basato sul racconto della propria esperienza nell’ambito economico e cooperativo e sui più recenti dati ISTAT per parlare dell’utilizzo della paura come strumento di distrazione di massa. La paura più comune dei giorni nostri è la paura di perdere il benessere sociale, il tema del lavoro che non c’è o che si perde è diventato centrale nel dibattito del nostro Paese. I dati economici non sono rassicuranti e la politica italiana non è riuscita ad invertire la rotta della tendenza economica che la crisi del 2006 ha provocato.

I giovani faticano a trovare lavoro e quando lo trovano, è un lavoro che li umilia, che non gli rende merito, spesso a nero, spesso un lavoro sfruttato. D’altro canto, non si trovano in una situazione migliore i cinquantenni, che perdono il lavoro ad un’età in cui è molto difficile trovarne un altro, pur avendo una famiglia da mantenere. In questo contesto la paura viene usata per spostare l’attenzione verso l’altro, lo straniero, questo ha reso i legami più labili e la società più individualizzata. La presidente indica quella che secondo lei è l’unico modo di uscire da questo circolo vizioso: rivalutare l’idea dell’agire collettivo, del fare insieme, perché la paura si supera con l’integrazione. La paura si supera con il fare comunità.

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