Pirandello tra le maschere sociali. Meis e Moscarda

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Luigi Pirandello la ricerca di sè

In un mondo che ci costringe a piegarci di fronte alle incrostazioni sociali che lo dilaniano, essere l’eccezione risulta piuttosto faticoso. Non per Luigi Pirandello, che fa dello smascheramento sociale la tematica portante della sua produzione letteraria, da “Il fu Mattia Pascal” a “Uno, nessuno, centomila”. 

Adriano Meis e Vitangelo Moscarda. “Il fu Mattia Pascal” e “Uno, nessuno, centomila”

Adriano Meis e Vitangelo Moscarda, i rispettivi protagonisti dei due romanzi sono molto più simili di quel che crediamo. Entrambi incarnano il modello dell’insoddisfazione, dell’ insidioso cammino del riconoscimento: quello della propria identità. Vitangelo Moscarda si cerca dalla prima all’ultima pagina del romanzo, inaugurando appieno il Leitmotiv su cui si incentra la polemica pirandelliana: la ricerca di se stessi.  Una ricerca estenuante, dalle cui fitte ramificazioni lasciamo imbrigliarci tutti quanti noi, soprattutto in alcune fasi della nostra esistenza. Ma quanto è difficile trovare o – nel caso di alcune persone – ri-trovare, dopo averla perduta nel tempo e nello spazio, la reale immagine di se stessi

Non possiamo di certo affermare che Vitangelo Moscarda abbia avuto successo in questa ricerca, quantomeno nella prima fase. Il non essere riconosciuto dagli altri lo conduce verso la totale irriconoscibilità di se stesso. Il vuoto nel bel mezzo di tanti pieni, un’assenza tra le presenze circostanti: è così che comincia a sentirsi Vitangelo. Ed è proprio questo a costringerlo ad uscire fuori di sè – dopo una fase di annichilimento ontologico, ossia annullamento dell’io -, facendosi specchio del mondo e attingendo un senso da quest’ultimo.

Proprio così, Pirandello ci insegna che spesso l’unico modo per riconnettersi alla parte interiore di sè pregna di vita, sia uscire fuori di sè, stabilire un contatto profondo con il mondo e la bellezza della sua natura.  “Gli altri”, un concetto particolare, a tratti piuttosto difficile. Sarebbe meglio staccarsene una volta per tutte, per coltivare serenamente la nostra immagine, prescindendo da quella che “gli altri” hanno di noi, proprio come insegna Vitangelo Moscarda. 

Tutto sommato, Adriano Meis (“Il fu Mattia Pascal”, appunto) non appare così lontano dall’impostazione moscardiana. Profondamente deluso dalla scoperta delle finzioni sociali che lo attorniano, decide di cambiare identità, divenendo così uno straniero della vitache vivrà il resto dei suoi giorni esiliato nella sua biblioteca. 

L’umorismo di Luigi Pirandello e le ragioni del mascheramento

Luigi Pirandello è sempre stato definito l’umorista per eccellenza. La carica umoristica – a tratti anche invettiva – delle sue opere letterarie finisce per smorzarsi nelle ultime novelle, scritte tra il 1925/26.

Il suo è un umorismo che nasce dalla comprensione del contrario. Il contrario di ciò che si era sempre creduto fosse l’unica realtà esistente. Ciò che differenzia l’umorismo pirandelliano dal comico o dal satirico è la sua attitudine alla comprensione delle ragioni del mascheramento sociale. All’avvertimento del contrario si affianca il sentimento del contrario. Basti pensare all’immagine di Don Abbondio, personaggio caratteristico de “I Promessi Sposi” di Manzoni, dal quale Pirandello attinge l’aspetto comprensivo-commiserativo del suo umorismo. 

Umorismo, che bella parola. Forse, e dico forse, sarebbe il caso che imparassimo ad adottarlo anche noi, nella giusta misura delle sue porzioni, partendo dalla comprensione profonda delle ragioni del mascheramento sociale che ci circonda, fino ad arrivare a quello più intimo e inavvertito: il nostro.

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