“La stanza di sopra” di Rosella Postorino. La tragicità della vita

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La stanza di sopra di Rosella Postorino

La stanza di sopra” è il romanzo che segna l’esordio di Rosella Postorino nel 2007, a cura della casa editrice Neri Pozza. È un lungo e drammatico monologo interiore quello che mette nero su bianco Rosella Postorino. Un rigurgito che non riesce a trattenere e che esplode a fiotti, portando con sé dolore, solitudine, amarezza, impotenza. Una storia che si legge tutta d’un fiato, senza tregua. Impossibile fermarsi.

«Spesso la abbandono questa casa in cui sono sola, confinata nel silenzio. In questa casa vuota e grande: a volte ho paura di sentire l’eco. Mi pulsano nelle tempie i passi nel corridoio, i miei passi veloci, mi battono in testa, come gong impietosi che risuonano nel silenzio.»

Ester è un’adolescente che vive con sua madre e con quello che resta di suo padre. L’uomo giace immobile in un letto da circa dieci anni; non si muove, non parla: una presenza silenziosa e muta nella stanza di sopra che riempie con la sua quasi invisibilità la casa, la vita di Ester, i suoi pensieri, il suo cuore di ragazzina inquieta e turbata da quello che le accade intorno.

“La stanza di sopra” racconta il dolore inconsolabile di un’adolescente intrappolata nel dolore del padre

Qualche sguardo nel passato e troviamo Ester bambina, quando tutto comincia, quando l’eroe della sua vita diventa un corpo sfatto in un letto, in una stanza da solo, tra l’odore forte dei medicinali e quello nauseabondo della morte aleggiante nell’aria. Ester si rifugia nel suo dolore silenzioso, nel rifiuto del cibo, nei momenti trascorsi con i ragazzi che le fanno compagnia senza riuscire a infrangere il muro che ha intorno, nel rapporto con un’amica a cui racconta ogni cosa, ma non tutto.

Accanto a lei, la figura della madre. Una donna stanca, ingrigita dagli eventi, distrutta dal dolore nel corpo e nello spirito, che conduce la sua esistenza su binari che non la conducono da nessuna parte ma che la riportano sempre allo stesso posto. Giorno dopo giorno, la donna si alza, va a lavorare, torna a casa, accudisce il marito fino a crollare, esausta, in un sonno che non porta alcun ristoro se non fisico. Giorno dopo giorno, la madre di Ester si chiude nel suo dramma e non si accorge del dramma della figlia. Le parla, quasi sottovoce, le rivolge domande di cui, ormai, non pretende neanche più risposta. Due donne sole, due vite segnate irrimediabilmente dalla sofferenza, una tragica sofferenza che non fa sconti e non promette rinascita alcuna.

«Dorme. Se si svegliasse sarebbe uguale. Non cambierebbe nulla. Non mi guarderebbe, non mi parlerebbe, non mi accarezzerebbe la testa. Ma quando dorme io posso entrare. La soglia della stanza, limite estremo. […] Le persiane sono chiuse, la penombra è striata, le strisce si disegnano sul mio corpo. Sono intrappolata nella stanza di mio padre. Sono intrappolata nel dolore di mio padre.»

Ester ha bisogno di quelle carezze che l’hanno abbandonata. Ha bisogno di qualcosa che oltrepassi quel dolore, quella staticità; ha paura ma desidera la luce. Si illude di trovarla negli occhi di un altro padre e quella che dopo la investirà, sarà una luce effimera che, facendola precipitare ancor più nel buio, le procurerà un lacerante senso di colpa.

«È colpa mia. Il dolore che taglia come una lama è colpa mia. Il dolore che gradualmente diventa sopportabile, un alone vischioso, caldo, sembra esserci sempre stato, un’estensione di me, è colpa mia. L’uomo assesta colpi rapidi e precisi, sempre più veloci, la mano sulla mia bocca, non sa che ho già smesso di urlare. Che piango un dolore più remoto di questo.»

Rosella Postorino esordisce con un romanzo che colpisce come un pugno nello stomaco

La stanza di sopra di Rosella Postorino procede con una narrazione incalzante, estenuante. L’autrice la adotta per traslare il dolore di Ester sui nostri animi. Una narrazione spietata, incisiva come un bisturi, che non permette distrazioni. Sembra di osservare, seduti su una sedia in un angolo, questa ragazza che si muove, in silenzio, nel suo dramma. La immaginiamo, pelle e ossa, che cerca rifugio nel posto sbagliato, agonizzante comprensione e attenzione. Viene voglia di tenderle una mano, di prometterle che tutto andrà bene anche se non sarà così. La si guarda nella sua fragile corazza, impotenti e smarriti, incapaci di donarle l’unica salvezza.

«D’un tratto è vinta da una tenerezza dolorosa, da un amore impunemente affilato: squarciata davanti allo sguardo smarrito di suo padre, sente il peso di questo dolore caderle addosso come acqua bollente, scuoiarla, lo sente stringerle il torace fino a farle scoppiare il cuore, fino a impedirle di respirare, crede che questa sia la morte, crede di morire.

Poi invece il dolore lentamente si ritira, la abbandona. Lentamente lo sente evacuare, fuoriuscire dal suo corpo e lasciarla stremata, sudata, senza forze.

È allora che si getta sul letto, lunga sopra di lui.

E lo abbraccia. Appoggiato sopra la coperta, il suo corpo magro percepisce la forza – interrotta – del corpo di suo padre.»

Breve sinossi. La stanza di sopra di Rosella Postorino

«Nel petto, qualcosa è incastrato come una tagliola.» Per fuggire, quel qualcosa – che poi è il cuore – può soltanto esplodere. C’è una crudeltà anche nel liberarsi, anche nel crescere. Lo scopre presto Ester, intrappolata nell’adolescenza, in una provincia indolente, in una casa in cima a una scalinata che ha una stanza al piano di sopra, dove suo padre vive immobile da quando lei aveva cinque anni. Ora di anni lei ne ha quindici e per quel silenzio affilato, spaventoso, per la soglia di quella stanza che non riesce a varcare, se non quando il padre è sprofondato nel sonno, per la madre rassegnata, per l’amica cui può raccontare tutte le storie, ma non l’unica che importi, Ester cerca, senza quasi saperlo, un gesto che spezzi l’incantesimo, che faccia esplodere il presente immobile e i frammenti di un passato che non tornerà. Anche se ha paura. Anche se la luce di fuori può ferirla.

“La stanza di sopra” di Rosella Postorino definisce il campo della sua letteratura, le ossessioni che saranno condensate nel fortunato “Le assaggiatrici” – la cattività, il corpo come linguaggio e principio d’interpretazione della realtà –, con uno stile quasi compresso, che si muove sul crinale che separa la fragilità dalla rabbia, dal bisogno di cambiare il mondo, cambiando prima di tutto noi stessi.

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