“La storia del genere umano” di Leopardi, strada verso la Verità

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La storia del genere umano di Giacomo Leopardi

L’incipit de “La storia del genere umano” di Giacomo Leopardi, racconto di apertura delle “Operette morali”, ha tutte le caratteristiche di una novella dal gusto epico-favolistico che ricorda le storie esiodee sul genere umano. Uomini e bambini, nutriti dalle laboriose api “virgiliane” e dalle capre, che avevano nutrito il re dell’Olimpo, e che vivono in una piccola terra piana, senza mare e sotto un piccolo cielo senza stelle. Un mondo che l’autore definisce di minore varietà e magnificenza, “il migliore dei mondi possibili”, direbbe Leibniz.

«Narrasi che tutti gli uomini che da principio popolarono la terra, fossero creati per ogni dove a un medesimo tempo, e tutti i bambini, e fossero nutricati dalle api, dalle capre e dalle colombe nel mondo che i poeti favoleggiarono dell’educazione di Giove.»

“La storia del genere umano”  di Giacomo Leopardi inizia agli albori dei tempi

La fanciullezza e adolescenza scorrevano pieni di speranze, gli uomini vivono compiacendosi insaziabilmente… e reputando il cielo e la terra bellissimi… infiniti fino a quando, giunti all’età ferma, incominciarono a prestare poca fede a speranze e diletti. Giacomo Leopardi ci fa prendere coscienza dell’incontentabilità e insaziabilità del genere umano; gli uomini avvertono che speranze e diletti «non pareva loro di potere». Non provano più quella vivacità iniziale oppure a causa dell’assuefazione incominciano a vagare per terre e contrade senza incontrare alcun ostacolo, neppure il mare. L’uomo si rende conto che la terra ha limiti certi, che sono conformi gli uni agli altri, e cresce il malcontento ancor prima di passare dalla gioventù all’età ferma, quando già “fastidiosi” avevano incominciato a mostrare insofferenza.

Allora gli dei, giudicando la loro imperfezione, vedendo che lo stato di insofferenza e disperazione stava spingendo alcuni al suicidio e meravigliandosi che gli uomini non tenessero in considerazione i doni dati loro, sono spinti dalla pietà e Giove cerca di riportare loro la gioia. Leopardi continua affermando che gli uomini si querelavano che non ci fosse più grandezza, beltà infinita, perfezione e varietà e che pregavano di ritornare a quella fanciullezza iniziale priva di fastidio e di mala contentezza. Tale richiesta, però, non può essere soddisfatta perché contraria sia alle leggi universali della natura sia ai decreti divini.

La poetica leopardiana alla base dell’operetta

Si insiste sull’incomunicabilità tra l’infinità divina e le creature mortali. Gli dei non possono rendere infinita la materia né la perfezione e la felicità delle uomini. Giove cerca di riportare la gioia di vivere aumentando i confini del creato, ingrandisce la terra, introduce il mare, interrompe il cammino umano, rappresentando agli occhi – qui si coglie la concezione poetica leopardiana della percezione della natura tramite i sensi – la similitudine dell’immensità. Introduce monti e popola il cielo di stelle; cerca, insomma, di moltiplicare le apparenze di quell’infinito che gli uomini desideravano, una vera Sehnsucht.

A questo punto vengono generati i sogni, creata l’eco, ma gli uomini sono ingannati e Giove non può produrre esempi reali, non riesce a tradurre in atto questi sogni. Significative risultano in questa parte del testo le espressioni tipiche della poetica del vago e dell’indefinito: eco sordo e profondo, sogni, vasto ondeggiamento delle loro cime, immagini perplesse e indeterminate. Questo secondo periodo sembra durare più a lungo e l’uomo si sente confortato, illudendosi di rivedere le speranze dell’età verde.

Nella sua prosa argomentativa l’autore ricorre spesso alla congiunzione avversativa “ma” per introdurre il “tedio”, il culto dei morti, la morte e la malvagità. Si ingannano coloro i quali credono che l’infelicità umana derivi dall’iniquità, mentre accade il contrario: la malvagità nasce dall’infelicità. La storia del genere umano prosegue con il mito di Deucalione e Pirra che, scampati al diluvio mandato dagli dei per punire l’uomo, gettando pietre dietro le spalle, ricrearono la specie umana.

Giacomo Leopardi riflette sulla inconciliabilità tra verità e felicità

Segue il nuovo intervento di Giove, che si rende conto che agli uomini non basta vivere ed essere liberi da ogni dolore, così ricorre a nuovi mezzi. Invia nuovi mali e introduce negozi e fatiche per distogliere gli uomini dal desiderare la felicità; infonde nel genere umano il bisogno e l’appetito – il termine sottintende un desiderio voglioso – e invia Mercurio per fondare città, portare discordie e istituire leggi. L’intervento divino prosegue inviando le grandi illusioni come Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio e tra questi fantasmi anche Amore.

Con lucidità Giacomo Leopardi ci spiega che ad un certo punto ritorna di nuovo il fastidio e il desiderio di una felicità irraggiungibile. La fine della relativa felicità degli antichi è determinata dalla Sapienza che aveva promesso di mostrare la Verità. Gli uomini, a questo punto, pretendono da Giove l’invio della verità sulla terra, disprezzando le illusioni. Questa pretesa suscita l’ira divina – Leopardi usa il verbo “stomacavalo” – e Giove punisce gli uomini inviando la Verità, che agli dei mostra beatitudine ma ai mortali infelicità. La Verità fa cadere le illusioni, manca la rettitudine, regna egoismo e invidia.

Cogliamo la profonda contrapposizione tra gli antichi e i moderni, tra la felicità degli antichi secondo natura e l’infelicità dei moderni secondo verità. L’operetta si conclude con un nuovo gesto di pietà da parte di Giove, il quale decide di mandare Amore, con autorità di principe, a consolare gli uomini. Amore diffonde soavità, bene, adempie al primo voto dell’uomo di voler ritornare alla fanciullezza, rinvigorisce l’infinita speranza e le immagini degli anni teneri. È di natura magnanimo e mansueto e non presta attenzione a coloro che lo scherniscono. Si completa così la storia del genere umano, di vichiana memoria, con l’ultima fase delle conoscenza razionale, dopo quella dell’immaginazione e ancor prima del diletto dei sensi.

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