La “Medusa” di Bernini. Il mito di uno sguardo di morte e dolore

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La "Testa di Medusa" di Gian Lorenzo Bernini

La famosa scultura sita ai Musei Capitolini di Roma, “Testa di Medusa” di Gian Lorenzo Bernini, è stata creata dal ricordo del mito di una delle Gorgoni, figlie di divinità marine, che portava alla morte chiunque la guardasse tramutandolo in pietra. L’unico che riuscì a non morire, anzi ne causò la sua fine, fu Perseo. L’opera, di cui non si hanno notizie certe sulla commissione e sulla datazione, è una di quelle con cui Bernini indaga e ricerca l’individualità della figura, la sua introspezione psicologica e le caratteristiche fisiche.

La “Testa di Medusa” di Gian Lorenzo Bernini. Analisi e descrizione

La “Testa di Medusa” poggia su un basamento utile al suo slancio. Il tutto consiste nella rappresentazione della testa della donna, avvolta dai serpenti al posto dei capelli. Il viso è leggermente girato, la roteazione occorre per dare movimento al pezzo e connotare di vitalità il suo volto. Questo accenno dinamico, i dettagli e l’espressione dolorosa del volto concorrono nel creare un effetto di vitalità, ma soprattutto di inquietudine.

Nonostante la leggera roteazione, si è in grado di vedere l’opera in modo frontale, di entrare in contatto con quel viso carico di dolore, il volto di colei che con un semplice sguardo portava alla morte. Ora, con un semplice sguardo, introduce lo spettatore in un mondo di sentimenti, il suo.

La massa di serpenti sul capo di Medusa è pesante e abbondante. Si agitano nell’aria, alla ricerca probabilmente di qualche preda. La pesantezza viene sottolineata dal gioco chiaroscurale. Un connubio tra il classico, il ricordo del mito e dei precedenti artistici insieme alla naturalezza, alla realtà, al dolore espresso dal volto.

Un mostro come Medusa nell’arte. Ma davvero lo è?

La “Medusa” del Bernini non è la prima opera che tratta del famoso mito. Si ricorda dei precedenti in pittura lo “Scudo con la testa di Medusa” di Caravaggio e in scultura il “Perseo” di Cellini. In entrambi i precedenti artistici la testa della Medusa è mozzata, con le membra cadenti al di sotto del mento.

In questo caso, invece, la testa è isolata per far porre l’attenzione sul suo viso e la sua espressione dolorante. Il filone del dolore e dell’orrendo è sempre presente. Dallo sguardo agghiacciante della Medusa cavaraggesca, al dolore di Bernini che grida e si fa sentire. Verrebbe da chiedersi quale dolore può agghiacciare chi da assassina pietrificava chiunque sulla propria strada. Ma è una crudeltà imposta da una vendetta divina. Il triste destino di chi ha incosciamento sfidato la bellezza di una dea e ne ha subito le conseguenze.

Medusa non è nata “Medusa dai capelli serpentini”, “Medusa mostro”. È nata donna, bella, intelligente. Il suo destino non è una scelta, è una condanna di eterna solitudine e colpa, a cui è impossibile sfuggire. Un fato eterno e inesorabile come il vuoto, il silenzio, la solitudine. È in questo silenzio fatto di assenze, in questo vuoto d’affetto e amore, che si sprigiona tutto il dolore e la tragedia della Gorgone mitologica.

Una disperazione che trafigge il volto. Assurdità della vita è che le persone, pietrificate prima ancora di guarla in viso, non hanno mai potuto vedere la sua espressione di dolore e rimorso. Bernini però sì, la intuisce, e la mostra mettendola in primo piano, abbandonando la mutazione in pietra, le fattezze del corpo e il contesto, e scolpendo gli occhi sforzati dalla colpa, la bocca inclinata dal dolore e i serpenti implacabili, ladri della sua bellezza e della vita altrui.

Vi è anche l’ipotesi che il viso pieno di dolore di Medusa rievochi un periodo di malattia vissuto dallo stesso Bernini oppure il dolore per la relazione finita con la propria amante. In conclusione, qulsiasi siano state le intenzioni di Bernini, si è di fronte ad uno sguardo vivo, ricco di messaggi e comunicatore.

Il Mito di Medusa. L’eterna condanna: i serpenti e lo sguardo di pietra

Solitamente il mito di Medusa viene citato in relazione alla sua sconfitta da parte di Perseo, ma c’è una storia prima di questo episodio, che riguarda solo la Gorgone, ed è possibile trovare nelle “Metamorfosi” di Ovidio, spesso punto di riferimento mitologico per Gian Lorenzo Bernini. Dalla “Teogonia” di Esiodo si scopre che Medusa, Steno ed Euriale erano tre Gorgoni, figlie di Forco e Ceto, che viveano ai confini del mondo, oltre l’Oceano.

Medusa, l’unica mortale delle tre sorelle, era tanto bella da sedurre tutti gli uomini con il suo solo sguardo. Per sua sventura un giorno il Dio Poseidone la vide, se ne invaghì e si accese di desiderio. La raggiunse per giacere con lei con la forza -secondo alcune versioni in un tempio della dea Atene-. Fu proprio questo episodio a scatenare l’ira della dea oltraggiata dalla bellezza stessa della giovane Medusa oppure, secondo altre versioni del mito, offesa dalla profanazione del suo tempio.

La dea Atena, a cui non mancava la dote dell’intelligenza, si vendicò in modo strategico e impietoso. Trasformò gli splendidi capelli di Medusa in orrendi serpenti, deturbandone la bellezza, e rese quello sguardo, di cui in tanti si erano innamorati, una sentenza di morte. Il mito narra infatti che chiunque guardasse gli occhi di Medusa venisse subito tramutato in pietra.

Il mito di Perseo e Medusa. Lo stratagemma per ucciderla

Medusa conduceva così la sua vita, reclusa e in disparte rispetto al genere umano. Intanto il re di Serifo, Polidette, per conquistare l’amore di Danae, doveva riuscire ad uccidere Perseo, il figlio di lei. L’impresa era tutt’altro che semplice considerato che Perseo era figlio di Zeus, così lo mandò in una missione -apparentemente suicida-. L’ordine era di uccidere la Gorgone Medusa, la speranza che fosse lei a pietrificare lui.

Ma Perseo, figlio di Zeus, fu aiutato dalle altre divinità con una serie di doni. Ade gli dette l’elmo dell’invisibilità, Ermes un paio di sandali alati e Atena una spada da Efesto. A seconda delle varianti del mito, Perseo uccise Medusa nel sonno oppure attraverso uno stratagemma. Per evitare il suo sguardo, e di venire così pietrificato, orientò la direzione della sua spada guardando il riflesso della Medusa nello scudo e spostandosi in aria con i sandali alati. 

Perseo decapitò Medusa. La testa decapitata di Medusa continuava però a pietrificare le persone che la guardavano e finì così per diventare strumento di guerra per Perseo. Il mito racconta che dal sangue del collo di Medusa nacque Pegaso, il cavallo alato che avrebbe accompagnato Perseo in altre avventure. Grazie all’elmo dell’invisibilità poi Perseo riuscì a tornare a Serifo incolume, dopo aver affrontato altre peripezie.

La “Testa di Medusa” di Gian Lorenzo Bernini. Ipotesi di committenza e datazione

La “Testa di Medusa” di Gian Lorenzo Bernini è una delle sue opere più discusse. Non è dato sapere in modo certo né la committenza né la datazione.

Per lo studioso Wittkower la scultura venne realizzata in un momento di malattia vissuto dallo scultore. Gian Lorenzo Bernini, chiuso in casa perché malato, avrebbe realizzato la scultura nel 1636. Per lo studioso Avery la scultura si colloca tra il 1638 e 1639, nel periodo in cui la relazione con Costanza Bonarelli si era conclusa in malo modo. Il viso di Medusa, alla luce di questa ipotesi, ricordarebbe la giovane amante.

Per la committenza diverse sono le ipotesi. L’unica da rimarcare a causa di un precedente collega l’opera con la famiglia Barberini. La testa di Medusa era infatti spesso usata negli emblemi di questa famiglia, quindi crea un precedente e fortifica il collegamento dell’opera al potente casato.

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