“La Vergine delle Rocce” di Leonardo da Vinci in due versioni

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"La Vergine delle Rocce" di Leonardo da Vinci

“Madonna col Bambino, San Giovannino e un angelo”, o meglio conosciuta come “Vergine delle Rocce” di Leonardo da Vinci, è l’iniziale denominazione, quella originale della grandiosa opera di cui si conoscono due versioni, una primaria collocata al museo del Louvre e una successiva al National Gallery. Due versioni che riportano differenze e similitudini, analogie e contrasti. In un uguale sfondo di tipo naturale caratterizzato da rocce, dal quale si fa derivare il titolo dell’opera, si svolge la scena, la stessa scena con gli stessi personaggi: la Vergine, Gesù e san Giovanni bambini e un angelo.

“La Vergine delle Rocce” di Leonardo da Vinci a confronto

Lo sfondo, caratterizzato da svariati elementi floreali e piante, denota in entrambe le opere la conoscenza di Leonardo in questo campo e la sua maestría nel renderlo realtà dipinta. Tuttavia già da questo primo elemento, dallo sfondo e dalle piante che lo arricchiscono, Leonardo dipinse delle diverse specie nelle due versioni. I personaggi, in entrambe le opere, sono raffigurati con le stesse pose. La Vergine abbraccia San Giovannino con modi materni, dall’altra parte Gesù Bambino lo benedice con la mano. Tuttavia, una modifica è presente nel gesto dell’Angelo: se nella prima versione indica il San Giovannino conferendone più importanza a lui che agli altri personaggi, nella seconda versione Leonardo arricchisce il suo sguardo con una carica emotiva maggiore, raffigurando l’angelo che medita su se stesso.

L’angelo occupato ad esaminarsi, quindi, non volge più gli occhi allo spettatore; gli stessi occhi che nella prima versione fungevano da mezzo per introdursi nell’opera stessa. I personaggi nella seconda versione sono più grandi, Leonardo si concentra meno sui dettagli, sui panneggi, conferendone, allo stesso tempo, una grande imponenza. I colori dello sfondo e del cielo così come i colori dei panneggi e dei corpi dei santi personaggi differiscono e ce ne accorgiamo immediatamente: più scuri nella prima versione, più chiari nella seconda. I colori così chiari, ma con una gradazione di tipo fredda della seconda versione rendono l’opera meno solenne, meno aulica, attenuando il livello del soggetto narrato.

La prima versione nel dettaglio

Questa prima versione, databile agli anni 1483-1486, è l’opera che Leonardo da Vinci dovette eseguire per la Compagnia della Concezione, per il proprio altare collocato in San Francesco Grande a Milano. La cappella fu edificata nel 300 per volontà di Beatrice d’Este, consorte di Galeazzo I Visconti, purtroppo poi distrutta nel 1576. Cassiano del Pozzo, afferma di aver visto questa opera nel 1625 a Fontainebleau. Per la maggior parte dei critici, Ludovico il Moro fu coinvolto certamente nella realizzazione del dipinto e ne reclamava diritti come proprietario. Sembra che inviò l’opera a Massimiliano d’Asburgo, in occasione delle sue nozze con Bianca Maria Sforza. In un secondo momento il dipinto fu inviato in Francia per un’altra occasione religiosa, il matrimonio di Francesco I.

Per la realizzazione dell’opera i compiti furono divisi tra Leonardo, che si occupò della realizzazione della parte centrale, Ambrogio dè Predis, che si occupò della realizzazione delle porzioni laterali dell’opera e Evangelista, fratello di Ambrogio, che si occupò di colorare e dorare l’ancona. La cornice, invece, viene attribuita come opera dell’intagliatore Giacomo del Maino, che la realizzò tra il 1480 e 1482.

Lo sfondo dell’opera, un paesaggio con rocce disposte tutte in modo geometrico e accurato, arricchito da diverse varietà di fiori e piante che ne fanno da padrone dimostrano una conoscenza certa di Leonardo in questo campo, viene ulteriormente arricchito da un corso d’acqua che si può notare in lontananza. In primo piano quattro personaggi occupano lo spazio e ci narrano una storia tramite l’Angelo che, guardando lo spettatore, sembra quasi invitarlo a guardare la scena. Il suo dito indica San Giovannino. Accanto a quest’ultimo notiamo la Vergine, che con un fare materno tocca il piccolo bambino, quasi proteggendolo. Dall’altra parte il Bambino Gesù, guardando suo cugino, lo benedice con un gesto.

La seconda versione nel dettaglio

Di questa seconda versione, databile agli anni 1495-1508, ne entrò in possesso nel 1785 il pittore Hamilton. Fino a quel momento l’opera fu alloggiata e ubicata sull’altare della Compagnia della Concezione in San Francesco Grande a Milano. Giunse al museo che tuttora l’ospita, il National Gallery, nel 1880, passando prima per altre due collezioni inglesi. Entrambe le versioni, come si può comprendere, derivano dallo stesso posto, dalla stessa mensa sacra, ma sono create in due tempi diversi, con l’intenzione di sostituire il dipinto iniziale con il secondo adattamento.

Come nella prima versione, anche in questo caso, Leonardo contò sulla collaborazione di altri artisti per la realizzazione del dipinto. Aiutato dal suo allievo Ambrogio dè Predis, il grande Maestro vigilò sull’intero lavoro pittorico. L’opera risulta simile alla prima raffigurazione, ma con differenze precise e volute da Leonardo stesso. È sempre ambientata nel paesaggio pietroso, che è ben organizzato, ornato ugualmente da varietà di elementi vegetali. Questa seconda versione è creata con una colorazione più nitida, meno scura. I personaggi sullo sfondo sono nuovamente l’Angelo, che non invita più lo spettatore con lo sguardo ad osservare la scena con Maria e i due santi, San Giovannino e Gesù, con le sembianze di bambini.

“La Vergine delle Rocce” di Leonardo da Vinci. Conclusioni definitive

Dell’opera analizzata si conoscono molteplici versioni create da vari artisti italiani e non, a dimostrazione e affermazione della grandezza del Maestro toscano. L’opera è un capolavoro in cui Leonardo esprime tutta la sua genialità. L’uso della luce per produrre contrasti e mettere in risalto i vari componenti del dipinto; un accenno di sfumato e di prospettiva area, le due più grandi innovazioni tecniche leonardesche e lo scenario del tutto naturale derivano da un personale studio dal vero che ricorda, nuovamente, come per il grande Maestro l’arte parta dall’osservazione diretta della natura.

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