L'assassinio di via Belpoggio di Italo Svevo quasi dimenticato - il Chaos

“L’assassinio di via Belpoggio” di Italo Svevo condensa l’ideologia della coscienza

L'assassinio di via Belpoggio di Italo Svevo

“L’assassinio di via Belpoggio” di Italo Svevo. Il quasi dimenticato

“L’assassinio di via Belpoggio” di Italo Svevo è un noir psicologico, una delle prime prove narrative dell’autore degna di nota. Precede l’uscita dei suoi primi romanzi, “Una vita” e “Senilità”, ma sono già presenti alcuni dei temi che saranno centrali nella sua opera più importante, “La coscienza di Zeno” pubblicata nel 1923. La Gilgamesh Edizioni ne ripropone la stampa allegando al suo interno illustrazioni fotografiche della città di Trieste, lungo le strade dove si svolgono i fatti raccontati.

Il racconto, pubblicato a puntate nel 1890 sul quotidiano triestino “L’indipendente”, è composto da 3 capitoli e presenta l’alternanza tra la narrazione in prima persona filtrata dai pensieri e dalle riflessioni del protagonista Giorgio e quella oggettiva in terza persona. Questo espediente serve a Svevo per introdurre l’elemento dell’ambivalenza narrativa che gli permette di mettere in risalto la vera protagonista del racconto, ossia la coscienza di Giorgio.

La coscienza di Italo Svevo in 3 punti. L’opera che preannuncia “La conscienza di Zeno”

Sono 3 gli accorgimenti che Svevo utilizza per focalizzarsi sull’interiorità. Le auto giustificazioni del protagonista hanno l’obiettivo di ridimensionare l’effettiva gravità dei gesti da lui compiuti. È poi fondamentale la presenza dei sogni, anche se sarebbe più corretto chiamarli incubi, se non addirittura allucinazioni. Infine è presente la crisi d’identità che lo porta a sentirsi un inetto, un individuo incapace di agire nel mondo circostante.

«Ebbe una violenta allucinazione mentre gli rimaneva abbastanza di coscienza per capire che non era altro che un’allucinazione. Intese un enorme fragore, il rumore di cose che crollavano, le imprecazioni di una folla armata e vide dinanzi a sé Antonio che rideva sgangheratamente, le mani nelle tasche, nelle quali aveva riposto il suo tesoro riconquistato.» – “L’assassinio di via Belpoggio”

La successione dei fatti segue ancora l’ordine cronologico tipico dei romanzi naturalisti, teppure rappresenta un caso letterario particolare. Appare infatti come un cartone preparatorio de “La coscienza di Zeno”, uno dei libri più importanti della letteratura italiana incentrato sul flusso di coscienza interiore piuttosto che su la successione cronologica causa-effetto. Ne “L’assassinio di via Belpoggio” però non sono presenti ricostruzioni scientifiche dell’antefatto che scatena l’intera vicenda, ma fin da subito pensieri, tormenti e interrogativi del protagonista sono al centro della narrazione.

“L’assassinio di via Belpoggio” di Italo Svevo. L’invana ribellione dell’inetto

Giorgio possiede tutte le caratteristiche dell’inetto. È incapace di vivere nella società contemporanea e di far seguire alla propria vita il cammino desiderato; sempre angosciato e indeciso. Tuttavia, rispetto gli altri inetti di Italo Svevo, Giorgio si considera migliore ed è proprio questa sua assurda superiorità che alla fine rende più repentina la sua sconfitta.

Alfonso Nitti in “Una vita” sceglie la via del suicidio; Emilio Brentani in “Senilità” vorrebbe una vita piena e soddisfacente, ma nei fatti non vive nulla. Zeno Cosini in “La coscienza di Zeno” impara a ridere della sua condizione, soprattutto nel momento in cui si rende conto che l’inettitudine è una malattia di cui soffre l’intera umanità.

È però fondamentale che nessuno dei tre pensa di giustificarsi per la propria inettitudine, sanno di esserlo e lo accettano. Mentre gli eventi avanzano repentini, Giorgio non è in grado di reagire, si muove sempre nel campo dell’incertezza e della non-azione, radicando la sua inettitudine. Ci sono addirittura momenti in cui non è in grado di riconoscersi. Il fastidio provato da Giorgio lo porta a dubitare di chi sia davvero. Ciò non soltanto fa emergere la sua inettitudine, ma addirittura appare come un inizio di follia.

Lo stile di Italo Svevo: la scrittura dell’io

Il lessico e la sintassi di Italo Svevo sono considerati dalla critica arcaici, ma questa fu un’accusa rivolta a tutta la sua produzione letteraria. L’autore pur prediligendo modelli di lingua e sintassi classici e tradizionali, con il dialetto triestino inserisce elementi di una lingua viva e che si sente in grado di padroneggiare.

“L’assassinio di via Belpoggio”, sebbene sia soltanto il primo serio esperimento narrativo di Italo Svevo, è quindi già centrato sulla scrittura dell’io. Per Svevo diventa fondamentale annotare pensieri e riflessioni in un diario privato, questo è il primo passo che lo porta ad indagare la propria psiche attraverso lo scavo nella sua coscienza. Riesce nell’intento per mezzo della scrittura, come si può capire da una frase tratta dal suo diario privato.

«Io voglio soltanto attraverso queste pagine arrivare a capirmi meglio. L’abitudine mia e di tutti gli impotenti di non saper pensare che con la penna in mano mi obbliga a questo sacrificio.» – Italo Svevo

“L’assassinio di via Belpoggio”: influenze letterarie e di pensiero

Lo scrittore percorre con determinazione questa strada, forte anche del confronto e dell’influenza de “L’interpretazione dei sogni” di Freud. L’opera dello psicoanalista austriaco descrive l’inconscio e si sofferma sul ruolo determinante dei sogni nella sua decifrazione.

Fondamentale è anche l’amicizia tra Svevo e lo scrittore irlandese James Joyce, trasferitosi a Trieste nel 1905. Joyce impartì a Svevo e alla moglie lezioni private d’inglese, occasione perfetta per scoprire e comprendere meglio l’innovativo concetto joyciano di flusso di coscienza. Il succedersi di pensieri e percezioni sensoriali del mondo esterno senza un ordine logico preciso sarà uno dei punti cardine della produzione sveviana. La mente umana non è sempre razionale, al contrario procede per libere associazioni o per accostamenti in apparenza privi di logicità.

Leggi anche: “Ulisse” di James Joyce. Una Odissea di antieroi nell’inconscio

Suggestivi legami possono intravedersi anche tra “L’assassinio di via Belpoggio” e “Delitto e castigo” di Dostoevskij, che si incentra su un delitto e si basa – ancora una volta – sulle riflessioni dei protagonisti. Il pensiero del filosofo Schopenhauer si inserisce nell’opera sveviana, specialmente per quanto concerne il rapporto tra la volontà delle persone e il succedersi degli eventi che li circondano.

Sono tanti i motivi per cui vale la pena leggere “L’assassinio di via Belpoggio” di Italo Svevo. È un piacevole racconto da riscoprire ed è interessante notare come, in maniera inconsapevole, possieda già tutte le caratteristiche della produzione letteraria di Svevo. Una breve lettura della coscienza in grado di coinvolgere in maniera totale il lettore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

©il Chaos, Logo dal 2018 ad oggi

Testata Giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli 2022

© 2018 - il Chaos. All rights reserved.

"il Chaos"
Rivista online di arte e cultura

Tutte le immagini che non presentano il logo "il Chaos" sono prese da internet. Qualora foste i legittimi proprietari, basterà una segnalazione tramite email e provvederemo subito a rimuoverle.

To Top