Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello profumano di vita

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Le cinque rose di Jennifer di Gabriele Russo

Con le parole della canzone “Quatt’ore e tiempo” si apre il sipario su “Le cinque rose di Jennifer” di Annibale Ruccello con la regia di Gabriele Russo che va in scena al Teatro Bellini di Napoli. I panni di Jennifer e Anna sono vestiti rispettivamente da Daniele Russo e Sergio del Prete, che hanno dato vita con naturalezza a due personaggi di una verve tale da scuotere il pubblico.

«E n’aeroplano cca 
s’ha da fermà 
chi mo diceva 
ca turnava a te. 

Quanno ‘o destino ce mette ‘a mano 
sto scennenno in terra 
a sta città.» 

I due attori si sono lasciati condurre nell’interpretazione da un testo intriso di una napoletanità tout court senza mai sfociare nel volgare. Una visceralità della parola che trasuda dalle tante creazioni di Annibale Ruccello e che gli ha fatto raggiungere l’olimpo della nuova drammaturgia napoletana del dopo-Eduardo (ndr. De Filippo).

“Le cinque rose di Jennifer” di Annibale Ruccello

Jennifer è un travestito romantico che abita in un quartiere popolare della Napoli degli anni ‘80. Trascorre la maggior parte del suo tempo chiuso in casa per aspettare la telefonata di Franco, l’ingegnere di Genova di cui è innamorato. In realtà riceve costantemente chiamate – anonime e non – da parte di altre persone e mai da parte del suo amato. Ciononostante Jennifer nei confronti di Franco, che rappresenta proprio il Leitmotiv di questo atto unico, non perde mai il romanticismo, dedicandogli di continuo alla radio “Se perdo te” di Patty Pravo «dalla sua Jennifer che lo aspetta fidente». Intanto l’emittente continua ininterrottamente a riportare notizie di cronaca riguardanti un serial killer che uccide i travestiti del quartiere.

Jennifer è un personaggio pervaso da una esuberanza e una vitalità artificiosamente femminili. Si identifica in tutto e per tutto con una donna, dalle movenze alla sinuosità del corpo, al cambio d’abito e al trucco. Una donna che parla di sé mediante i testi delle canzoni alla radio e che lei stessa canta; una donna imponente che si afferma sulla scena sottolineando la tragedia più dolorosa. La variazione di registro e i passaggi repentini dal drammatico, al tragico e al comico rendono la scena ricca di personalità, ma un tipo di personalità che non stanca mai lo spettatore.

La solitudine di una rosa

La profonda solitudine – caratteristica di molti personaggi di Annibale Ruccello – è costante in Jennifer nella continua ricerca di Franco e di una felicità mai sbocciata, a tratti sfociata in delirio. Paura, angoscia, solitudine, delirio: tutte emozioni che si intervallano in questo viaggio interiore di Jennifer, soprattutto dopo l’incontro con Anna.

Anna rappresenta una figura onnipresente sul palco sin dall’inizio dello spettacolo, una figura che è empaticamente in simbiosi col personaggio di Jennifer, rimanda alla sua essenza in un’operazione quasi di smascheramento. Ma Anna si palesa poi sulla scena soltanto in seguito, nelle vesti di una vicina di casa, un travestito che irrompe nella sua vita intrattenendo un rapporto inizialmente di circostanza che le permette di avvicinarglisi, ma che smantella poi dopo le menzogne create da Jennifer la quale identità è inafferrabile.

Il fascino e la sensibilità da un lato, l’essenza dall’altro

Jennifer è Napoli, come la intende Enrico Fiore e come la cita più volte anche il regista Gabriele Russo. È la Napoli che si manifesta con verve, ma anche con tanta irruenza in tutta la sua originaria e originale passione. È contraddizione, che solo un napoletano accoglie e vive a pieno. È ambiguità. È la vulnerabilità di un uomo che si pensa disperatamente donna, si sente donna e poggia la sua intera vita su questa menzogna.

Anna è l’essenza di questo spettacolo. È ciò di cui Jennifer non potrebbe esistere senza, è voce interiore, è dolcezza, fragilità… paziente rimando a se stessi. Anna si palesa in una dimensione altra, nel frastuono interiore di Jennifer, un po’ come un suo alter ego che vive in simbiosi con lei soffrendo al contempo. La sua presenza scenica, il linguaggio del corpo, il copioso silenzio, lo sguardo fisso che di tanto in tanto dedica a Jennifer, invitano costantemente lo spettatore a riflettere e interrogarsi entrando in empatia con i personaggi, uscendone confusi.

Annibale Ruccello e il teatro di parola

Annibale Ruccello è scomparso nel 1986 all’età di 30 anni dopo averci lasciato un compendio di creazioni che si sono ben presto affermate come simbolo profondo della nuova drammaturgia napoletana. Laureato in antropologia culturale, pone effettivamente il suo sguardo antropologico nelle sue opere, delle quali lui stesso è autore, attore e regista.

Alla tenera età di 24 anni scrive “Le cinque rose di Jennifer”, testo teatrale che si è rivelato effettivamente come un’autorappresentazione di Napoli. Le sue opere, come quelle di altri autori contemporanei, si inscrivono in quello che è il teatro di parola. Un teatro in cui l’incisività della parola declinata in tutte le sue emozioni e il timbro dialettale sono «scandaglio dentro l’anima torturata». Questa la definizione dell’italianista e professore Matteo Palumbo, profondo conoscitore ruccelliano al quale dedica spazio nell’incontro tenutosi al Teatro Bellini appena il giorno dopo la prima dello spettacolo.

“Le cinque rose di Jennifer” di Annibale Ruccello è teatro di parola e teatro da camera. Camera intesa non solo come luogo fisico, ma anche come spazio in cui affiorano le paure, le angosce e i desideri, mettendo a nudo l’anima del personaggio. Il teatro diventa lo spazio in cui i personaggi passano dal patetico al grottesco, dal drammatico al tragico ed al comico, ma anche spazio scenico ristretto, in cui gli attori si ritrovano a recitare la follia dei personaggi.

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