"Le notti bianche" di Dostoevskij: gli ultimi sprazzi di un idealismo trasognato - il Chaos

“Le notti bianche” di Dostoevskij: gli ultimi sprazzi di un idealismo trasognato

Un lampione si staglia sul blu di un cielo innevato rendendo l'atmosfera magica delle notte bianche di Dostoevskij

“Le notti bianche” di Fëdor Dostoevskij è un racconto pubblicato nel 1848 sulla rivista letteraria “Annali Patrii”. Scritto negli anni giovanili, narra la storia di un amore fugace e deluso e del tentativo di superare i propri limiti. Tuttavia dirlo è ben più facile che farlo, e questo Dostoevskij lo dimostra con solennità lirica.

“Le notti bianche” di Fëdor Dostoevskij: 4 giorni tra realtà e sogno

Infatti, lo scritto possiede un particolare stile poetico che raramente si riscontra nell’età più matura dell’autore. Tale peculiarità lo rende ancor più riconoscibile e significativo: sono gli ultimi sprazzi di un idealismo trasognato, delle atmosfere rarefatte e dell’impalpabile dimensione in cui vive il sognatore. L’ambientazione del racconto è proprio immersa in una specie di magia che viene favorita dal susseguirsi di quattro notti. Ma non di solo vagheggiamento onirico vive il racconto.

Nelle ore in cui tutti dormono, il protagonista e la giovane Nasten’ka passeggiano, conversano e si scambiano confidenze su due livelli distinti, quello fantastico della notte e quello concreto della realtà. Quest’ultima componente non è del tutto assente ne “Le notti bianche”, anzi spinge per venire fuori anche durante le notti più romantiche e idealiste dei due protagonisti. Tuttavia, per quanto entrambi lottino per rimanere nel sogno il più a lungo possibile, la realtà prima o poi deve fare il suo ingresso, doloroso quanto necessario.

San Pietroburgo simbolo della lucida realtà

La componente del reale sopraggiunge al mattino, dopo la quarta notte, ma a ben riflettere è sempre stata dietro l’angolo, rappresentata dalla città di San Pietroburgo. Se, infatti, il sogno si rivela nelle ore notturne e nel silenzio deserto delle strade, la pragmatica concretezza torna protagonista nelle prime luci di un giorno nuovo, quando le vie di Pietroburgo acquistano di nuovo dettagli definiti e gli edifici contorni solidi.

Dostoevskij dà vita ad un’operazione di attenta descrizione degli ambienti della città, alla cui vita diventa partecipante intorno alla fine degli anni Quaranta del XIX secolo. Il protagonista – un 26enne anonimo, narratore in prima persona – si muove nella zona centrale e la descrive con minutezza, ma solo in alcuni passaggi: la sua posizione reale perderà d’importanza quando incontrerà Nasten’ka.

L’amore per Nasten’ka e il tranello narrativo: è solo

L’incontro con Nasten’ka costituisce per il protagonista una genuina boccata d’aria fresca. È proprio a lei – e di rimando, quindi, a chi legge – che confida le proprie debolezze, connesse con la sua anima sognatrice dalla quale la giovane sembra affascinata e al contempo portata ad allontanarsi. Nelle quattro notti consecutive che i due trascorrono insieme, si raccontano a vicenda ciò che li ha condotti a vagare da soli per le strade di San Pietroburgo e si uniscono in un legame prima fraterno e poi amoroso. Il tutto in pochi giorni.

Dostoevskij tenta di unire due nuclei distinti – i due giovani solitari – in un unico centro, ma architettando allo stesso tempo un vero e proprio tranello. In particolare il protagonista maschile è un illuso, perciò ha il destino già scritto: anche lui, come tutti i sognatori, è solo.

Le notti bianche del sognatore si infrangono: un estraneo a se stesso

«Nel frattempo senti come, tutt’attorno a te, vortica e rumoreggia nel turbine della vita la folla degli uomini, senti, vedi come vive la gente, come vive in realtà, vedi che per loro la vita non è proibita, che la loro vita non se ne vola via come un sogno, come una visione, che la loro vita eternamente si rinnova, che è eternamente giovane, e non una sola delle sue ore assomiglia a un’altra, quando invece malinconica e monotona fino alla trivialità è la timida fantasticheria, schiava dell’ombra, dell’idea, schiava della prima nube che improvvisa offusca il sole e serra con l’angoscia l’autentico cuore pietroburghese, che tanto caro ha il proprio sole.» 

Il giovane lotta contro la sua natura e la rifiuta, desiderando appartenere ad un mondo più concreto e vivere senza immaginare ogni istante. In altri passi spiega a Nasten’ka cosa si prova a non partecipare attivamente neanche alla propria esistenza e a preferire osservarne un’altra idealizzata, costruita sul modello dei propri sogni.

La sensibilità dell’autore è tale e tanta da condurre davvero chi legge nella dimensione descritta e ad indurre anche lui ad una lotta interna ad ogni opposizione dell’interlocutrice. Infatti, quando il protagonista si mostra per com’è e non tace le proprie fragilità, lei gli offre il suo aiuto per tirarlo fuori da una spirale di immobilismo fisico e fatica mentale. Al sogno si contrappone la realtà, ed anche chi legge è tirato da una parte e dall’altra.

La similitudine di Dostoevskij: il sognatore come una tartaruga

Cercare rifugio nel sogno ma non trovarvi consolazione, è un’attività logorante. Pertanto, comporta un’unica inevitabile reazione: se vivere nel mondo reale è impossibile ed il conforto del sogno è illusione, non rimane che affidarsi al destino. Deciderà lui per chiunque altro. Ed il fato giunge proprio sul finale, con il bacio del risveglio, bruciante e penoso. Non c’è scampo per le fragilità del sognatore, questa è la lezione di Dostoevskij, che lo paragona ad una tartaruga: quando l’esterno non le aggrada, porta con s’è l’illusoria salvezza del carapace intimo e caldo dove poter trascorrere gli intervalli onirici.

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Per sempre studentessa di latino e greco, lettrice da una vita. Pessima autobiografa.

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