Le poesie di Eduardo De Filippo e l’amore per la scrittura

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Le poesie di Eduardo De Filippo

“Le poesie di Eduardo” è una raccolta poetica pubblicata per la prima volta nel 1975. Racchiude i componimenti poetici scritti da Eduardo De Filippo durante tutto l’arco della sua vita.

«Dopo aver scritto poesie giovanili […] questa attività divenne per me un aiuto durante la stesura delle mie opere teatrali. Mi succedeva, a volte, riscrivendo una commedia, di impuntarmi su una situazione da sviluppare, in modo da poterla agganciare più avanti a un’altra, e allora, messo da parte il copione, […] mi mettevo davanti un foglio bianco e buttavo giù versi che avessero attinenza con l’argomento e i personaggi del lavoro interrotto. Questo mi portava sempre più vicino all’essenza del mio pensiero e mi permetteva di superare gli ostacoli.»

Con queste parole, Eduardo De Filippo spiega dettagliatamente la maniera attraverso cui, nell’arco della sua esistenza, ha creato il dolce suono della poesia. Il procedimento creativo da lui descritto è tipico di ogni artista che crea: qualora giunga a un momento di stanchezza e offuscamento nel corso di una sua opera, ha bisogno di mutare registro per poter riprendere ciò che ha lasciato incompiuto con maggiore alacrità. Per questo le poesie di Eduardo De Filippo potrebbero essere definite estemporanee divagazioni riconducibili all’Arte della Commedia, istanti precisi in cui il drammaturgo, collocato nel camerino, indugia tra i suoi pensieri e li depone su carta.

Le poesie di Eduardo De Filippo. La segreta inquietudine

Analizzando i componimenti su un piano strettamente tecnico e stilistico, si nota fin da subito che l’endecasillabo è il metro più praticato insieme al settenario. Non mancano quinari e senari sparsi qua e là, tutti dotati di una notevole scioltezza ritmica. Il linguaggio adoperato è il dialetto napoletano, un dialetto che si differenzia notevolmente da quello utilizzato nelle sue commedie, in quanto manca di una autentica matrice popolare; si tratta del linguaggio parlato nei primi del Novecento a Napoli, dalla piccola e media borghesia cui appartenevano scrittori napoletani del calibro di Eduardo Scarpetta e Salvatore Di Giacomo.

Eduardo De Filippo, nelle sue poesie, delinea in maniera magistrale spaccati di umanità che riescono a far riflettere il lettore, talvolta strappandogli un sorriso, talvolta una lacrima di commozione. Si tratta di tematiche esistenziali che toccano ognuno di noi. De Filippo cede ad una sorta di descrittivismo sentimentale e lascia trapelare – data la forte intimità dei contenuti – una sorta di inquietudine, un ansioso turbamento fisico e morale, difficile da decifrare e motivare. Come nel seguente stralcio di poesia che, difficilmente, riuscirebbe a lasciare indifferente qualsiasi lettore vi si ritrovi di fronte:

«Penziere mieje, levàteve sti panne,/ stracciàtev’ ‘a cammisa, e ascite annuro./ Si nun tenite n’abito sicuro,/ tanta vestite che n’avit’ ‘a fa?/ […] Currite ncopp’ ‘a cimma ‘e na muntagna,/ e quanno ‘e piede se sò cunzumate:/ un’ànema e curaggio, e ve menate…/ nzerrano ll’uocchie, primm’ ‘e ve menà!/ Ca ve trovano annuro? Nun fa niente./ Ce sta sempe nu tizio canusciuto,/ ca nun ‘o ddice… ca rimmane muto…/ e ca ve veste, primm’ ‘e v’atterrà.»

Spugliare annuro ‘e penziere: un invito a non aver paura, a non lasciarsi intrappolare nella gabbia dei pensieri che, se non condivisi, potrebbero difficilmente trovare un appiglio, qualcuno che sia in grado di rivestirli, prima di atterrarli.

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