“Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg. Il legame della parola

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"Lessico famigliare" di Natalia Ginzburg

Cercare e trovare una definizione soddisfacente per il concetto di “famiglia” è un’impresa vera e propria.A provare di delinearne una ci si perde nei vortici delle più disparate possibilità e combinazioni. In questo marasma di riflessioni si inserisce “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg. Ci sono voluti solo paio di mesi – come ha dichiarato a più riprese la stessa autrice – per creare le fondamente concettuali del romanzo. Edito nel 1963, ha avuto uno straordinario successo non solo in Italia. Un fatto molto curioso se pensiamo che moltissime espressioni nel romanzo sono in forma dialettale!

“Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg parte dalla parola

Per comprendere il punto di vista di Ginzburg sul tema “famiglia”, non bisogna andar molto lontano. La risposta è nel titolo. Così a caratterizzare il suo nucleo d’origine è proprio il lessico. La scelta delle parole, la coloritura dialettale e le frasi ricorrenti sono il vero cuore del romanzo. Tutto è racchiuso qui. Vivere e osservare la propria famiglia, esserci e al tempo stesso estraniarsi per valutare o capire: questo è il fulcro principale.

È fondamentale sottolineare che ci si trova di fronte ad un romanzo da capo a piedi. Tanto che nel corso della lettura lo si potrebbe confondere con una cronaca. Tuttavia al centro non vi sono tutte le vicende della famiglia d’origine dell’autrice – la famiglia Levi -, ma solo alcune storie selezionate dalla memoria di chi le ha vissute in prima persona. Questo modus operandi è ben chiaro in una sorta di precisazione che la Ginzburg fa sul suo scritto.

«Nel corso della mia infanzia e adolescenza mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me. Questo è, in parte, quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito.» 

L’infanzia come luogo delle prime prove linguistiche

A partire dall’infanzia fino agli anni cruciali della Seconda guerra mondiale, ci si accorge che l’essenza della sua famiglia risiede in quelle piccole espressioni ricorrenti, dialettali e molto simpatiche, che colorano tutto il romanzo. Certamente l’esperimento linguistico è arduo da portare a termine. Potrebbe sembrare infatti che Ginzburg non abbia risposto ad alcuna logica narrativa, prediligendo la ricerca lessicale. Questo primo impatto si smentisce dopo poche pagine. Ogni personaggio ha la propria storia e il proprio vissuto, l’autrice stessa mette un po’ di sé e al tempo stesso porta avanti con coerenza il proprio punto di vista. Per lei la sua famiglia è il modo in cui si esprime.

«Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia […], per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole.»

Proprio il tempo dell’infanzia è quello che sembra ricevere maggiori premure dall’autrice, che rispolvera con un lieve tocco ciò che ha visto e vissuto. Ogni situazione e frase ascoltata viene messa nero su bianco e brilla di una luce nuova per effetto della magia più antica del mondo: la scrittura. Nonostante la presenza ingombrante e assoluta dell’esercizio mnemonico, chi legge “Lessico Famigliare” non si trova escluso da un gruppo familiare a cui non appartiene per nascita.  

L’estraniamento dal romanzo e la memoria protagonista

Proprio qui si inserisce un’altra grande prova autoriale. Natalia, bambina, ragazza o madre, non emerge mai. Forse non è nemmeno mai davvero presente. Preferisce valutare da un angoletto le sensazioni antiche anziché buttarsi a capofitto in quella che in fin dei conti è anche la sua storia. Non è mai invadente, e per questo chi legge la sente al suo fianco e non in una posizione di onnisciente e costante presenza.

Così se da un lato lascia al resto dei personaggi la possibilità di emergere, dall’altro tira le redini anche per loro. La Torino antifascista ospita gli esponenti culturali del XX secolo. Eppure leggendo non si ha mai la percezione di una penetrazione totale negli ambienti torinesi. Benché si svelino il linguaggio e le dinamiche interne dei componenti della famiglia Levi, la loro psicologia non viene mai fuori. Semplicemente non importa. La scrittura di Ginzburg è fatta di piccoli impulsi mnemonici, di attimi di ricordo, quelli che bisognerebbe afferrare una volta per non lasciarli andare mai più.

“Lessico Famigliare” di Natalia Ginzburg è un romanzo che non si risparmia nel parlare di eventi traumatici del secolo scorso. L’ascesa del fascismo, le persecuzioni e poi la guerra. Al tempo stesso celebra anche i piccoli momenti di vita domestica. È un romanzo che sa stare al mondo, ma che ogni tanto sente il bisogno di chiudersi un po’ nel proprio universo personale. Il modo più autentico per farlo è attraverso l’attenzione al linguaggio. La famiglia, per Natalia Ginzburg, è tale quando i componenti condividono espressioni distinguibili anche a chilometri di distanza.

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