L’impero delle luci di René Magritte sulla dicotomia giorno notte

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L’impero delle luci di René Magritte
1954

“L’impero delle luci” di René Magritte è un’opera enigmatica, sconcertante, e allo stesso tempo anche un potente antidoto contro il torpore indotto dal pensiero convenzionale. La chiave di lettura di questo dipinto non si nasconde nel tentativo di scioglierne gli arcani, ma si materializza al cospetto di chi si arrende a seguire il percorso alogico tracciato dall’artista.

Una casa immersa nel silenzio e protetta dalla frenetica vita cittadina grazie ad una folta coltre di alberi, uno specchio d’acqua che riflette e amplifica la calda luce proveniente dal lampione e dalle finestre aperte dell’abitazione. Sono tutti elementi che inducono l’osservatore a pensare di trovarsi davanti a un delicato brano paesaggistico. Ma poi, scrutando meglio il dipinto, si genera un cortocircuito. Il cielo che dovrebbe essere blu notte è in realtà di un azzurro luminoso e invece di essere tempestato di stelle è costellato di candide nubi. Quello che potrebbe sembrare un paesaggio non lo è affatto, proprio come la famosa pipa dell’artista non è affatto una pipa.

“L’impero delle luci” di René Magritte. Il potere della pittura

La pittura di Magritte è pensiero libero, è pura poesia, e non può essere rigidamente etichettata. Utilizzava il proprio pennello per rendere visibile qualcosa di assolutamente impalpabile e aleatorio, come un pensiero.

«La concezione di un dipinto, vale a dire il pensiero, non è visibile sulla tela: non è possibile vedere un pensiero con gli occhi. Un quadro rappresenta ciò che è visibile, l’oggetto o gli oggetti per i quali era necessario quel pensiero. Questi oggetti sono anche ciò che viene raffigurato ne L’impero delle luci» – René Magritte

Il vero obiettivo della sua pittura era quello di dar vita a un’idea, o, come nel caso di questo particolare dipinto, a due idee, legate indissolubilmente tra loro per la propria natura dicotomica: il giorno e la notte.

«Ne “L’impero delle luci” ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un paesaggio notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia»

René Magritte indugiò spesso nelle sue opere sul rapporto degli opposti e sulla loro commistione, intuendone certamente il formidabile potenziale di stupefazione. Dipinse degli scarponcini con le dita dei piedi – o dei piedi con le stringhe da scarponcini. Dipende dai punti di vista! – sirene con la testa di pesce al posto delle gambe, finestre che si aprono sul nulla. Eppure, scorrendo il catalogo delle opere magrittiane, si nota una certa predilezione per il tema del giorno e della notte. “L’impero delle luci” infatti non è l’unica opera ad affrontare tale soggetto, sebbene probabilmente sia la versione più nota e meglio riuscita.

La contemporaneità degli opposti: il giorno e la notte

Sembra quasi che il connubio tra giorno e notte sia stato un pensiero particolarmente caro all’artista. Una suggestione che si fece largo nulle sue tele a più riprese tra la fine degli anni ‘40 e il sopraggiungere della sua morte. Esistono ben 3 tele diverse intitolate “L’impero delle luci”– l’ultima rimasta incompiuta nel 1967 a causa della morte dell’artista -, ma in realtà il pittore approfondì la propria ricerca sul tema anche in altre opere.

Una prima sperimentazione avvenne nel 1948 con il “Salone di Dio”. In questo dipinto, probabilmente ispirato da “La casa cieca” di William Degouve, Magritte immagina un paesaggio illuminato da una intensa luce meridiana. Le strette ombre proiettate sul prato sotto gli alberi indurrebbero chiunque a pensare che nel cielo stia splendendo un alto sole di mezzogiorno e invece, a disilludere ogni aspettativa, il centro del cielo è occupato da una snella mezzaluna coperta da nubi in maniera assolutamente provocatoria.

«Posso pensare a un paesaggio soleggiato sotto un cielo notturno. Ma vederlo e riprodurlo in pittura non è possibile se non si è un Dio. Attendendo di diventarlo, abbandono questo progetto.»

Dopo qualche tempo tornò sul tema modificandone l’impostazione, giungendo così alla soluzione che Paul Nougé, scrittore e poeta belga – nonché amico -, intitolerà “L’impero delle luci”, alludendo per contrapposizione all’impero delle tenebre citato nelle Sacre Scritture.

Magritte nel “Regno incantato”

Questa versione dovette convincere maggiormente René Magritte, dato che decise di inserirla nel “Regno incantato”, il monumentale fregio pittorico che realizzò per il grande salone del Casinò Knokke-le-Zoute. Gli 8 enormi pannelli che ricoprono le pareti della sala – andando ad occupare una superficie di 70 metri di lunghezza – accolgono gran parte delle soluzioni pittoriche indagate dall’artista fino a quel momento. Rappresentano dunque una summa dell’universo pittorico magrittiano.

Ecco che, tra un gruppo di uccelli/foglia e una enigmatica donna scultorea che tiene tra le mani una colomba ed un piccolo uovo, prende posto la sublime poesia magrittiana che unisce le tenebre alla luce. Il rovesciamento della realtà, un tipo di disegno studiatamente semplice e disarmante, l’impiego di titoli lontanissimi dal senso suggerito dalle immagine rappresentate nelle opere. Sono questi i trucchi illusionistici che René Magritte utilizza per destare le coscienze assopite dei suoi interlocutori, ricordandogli che:

«Nella vita tutto è mistero»

Il "Salone di Dio" di René Magritte
“Salone di Dio”
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