“L’isola di Arturo” di Elsa Morante sull’eterno conflitto edipico

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"L'isola di Arturo" di Elsa Morante

“L’isola di Arturo” di Elsa Morante si è guadagnaoto un Premio Strega nel 1957. Il protagonista è subito introdotto con dei suoi primi vanti, il nome. Quarantotto anni prima Luigi Pirandello faceva il suo esordio narrativo pubblicando il “Fu Mattia Pascal” nella cui Premessa l’io narrante scriveva:

«Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal.»

Per Arturo il suo nome è un vanto perché è il nome di una stella, ma anche il nome di un celebre re di Bretagna; per  Mattia Pascal  è la sua unica  certezza  «e me ne approfittavo.»

La trama dei due romanzi si concentra sulla storia dei  protagonisti alla ricerca della propria identità in un percorso esistenziale che si rivelerà impossibile per Mattia il quale, indossata la maschera di Adriano Meis, cerca invano di interpretare il nuovo ruolo nella “grande pupazzata” che è la vita; il percorso per Arturo sarà invece necessario e diventerà adulto proprio quando lascerà la sua isola e affronterà il proprio conflitto edipico.

«Secondo le mie oramai numerose esperienze, i genitori hanno la parte principale nella vita psichica infantile di tutti i futuri psiconevrotici: l’amore per l’uno, odio per l’altro dei genitori, fanno parte di quella riserva inalienabile di impulsi psichici che si forma in quel periodo ed è così significativa per la semiologia della futura nevrosi. […] A sostegno di questa conoscenza, l’antichità ci ha tramandato un materiale leggendario, la cui incisività profonda e universale riesce comprensibile soltanto ammettendo un’analoga validità generale delle premesse anzidette, tratte dalla psicologia infantile. Intendo la leggenda del re Edipo e l’omonimo dramma di Sofocle.» – Sigmund Freud, “L’interpretazione dei sogni”

“L’isola di Arturo” di Elsa Morante: il locus amoenus di Arturo

Arturo è un giovane che vive sull’isola di Procida, la sua isola, tra spiagge e scogliere, un  locus amoenus di origine vulcanica con rocce torreggianti dove nascono fiori spontanei, ginestre dall’odore selvatico. Il narratore ci introduce in poche pagine, tramite una prosa asciutta e concreta, che non disdegna l’uso di qualche termine più elevato, ma priva di orpelli e lenocini stilistici, alla scoperta di questo luogo incontaminato dove non attraccano imbarcazioni eleganti e la natura selvaggia risuona con la sua potenza misteriosa.

L’isola è il grembo materno, mentre la casa “malefica e meravigliosa” è un luogo «intorno a cui la solitudine fa uno spazio enorme.»

Elsa Morante narra di luogo dall’atmosfera quasi fiabesca, che riesce a catturare in poche righe il lettore a tal punto da immaginare di incontrare su una di quelle scogliere il nostro Arturo, scalzo e con i capelli al vento, intento ad aspettare pazientemente il padre. Le sue giornate sono infatti scandite, nel corso ciclico delle stagioni, da partenze ed altrettante attese del piroscafo su cui viaggia il padre.

«Consideravo ogni soggiorno di mio padre sull’isola come una grazia straordinaria da parte di lui, una concessione particolare, della quale ero superbo.»

Nel  capitolo  intitolato “La bellezza”, Elsa Morante ci presenta “il bastardo, così chiamato dalla voce corale,  ma che al ragazzo risuona come un titolo di prestigio. Viene sottolineato, con un allusivo gioco cromatico, il contrasto tra i capelli neri e gli occhi mori del ragazzo, come quelli di uno zingaro, e i capelli di un colore biondo opaco e gli occhi di un turchino-violaceo di Wilhelm Gerace, il “bastardo”.

Arturo è affascinato dalla figura paterna al punto da ispirargli il Codice della Verità assoluta

  • L’autorità del padre è sacra!
  • La peggior bassezza è il tradimento. Se poi si tradisce il proprio padre… si arriva all’infimo della viltà!

Il conflitto edipico nella cultura letteraria del Novecento

Arturo vive in solitudine, come fosse una condizione naturale interrotta solo dai gesti monotoni e  forastici – un aggettivo ricorrente nelle pagine del romanzo – del padre, cui Arturo vorrebbe chiedere di partire con lui e, quando questo accade, si sente rispondere che è  un “guaglioncello“.

Wilhelm Gerace è per Arturo un angelo, il solo amico sulla terra al quale si illude di poter confessare tutto. Ma il padre è sempre assente e dannatamente distratto, arrogante e impaziente, superficiale e insofferente e con lui Arturo non riesce a creare un sereno e complice rapporto padre-figlio. Ne “L’isola di Arturo”  di Elsa Morante un tema centrale nella cultura del Primo Novecento, quello del conflitto edipico padre-figlio.

La narrativa pullula di padri assenti, padri autoritari, padri affettuosi, padri complici e padri “assassini”. Il poeta triestino Umberto Saba indaga il conflitto edipico nel famoso sonetto Mio padre è stato per me “l’assassino” scritto nel 1922 e, rievocando la figura del padre, conosciuto con l’appellativo dato dalla madre “assassino”, ricorda il loro primo incontro avvenuto a vent’anni e ne coglie un ritratto diverso da quello che la madre gli aveva disegnato:

Mio padre è stato per me “l’assassino”;
fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.
Allora ho visto ch’egli era un bambino,
e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto.

Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto.
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d’una donna l’ha amato e pasciuto.

Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.

“Non somigliare – ammoniva – a tuo padre”:
ed io più tardi in me stesso lo intesi:
Eran due razze

I padri: da Umberto Saba a Italo Svevo fino a Franz Kafka

 Lo scrittore Italo Svevo, nel suo più famoso romanzo “La coscienza di Zeno” del 1923, ci presenta il protagonista Zeno Cosini al capezzale del padre morente al quale cerca di dare qualche sollievo, ma riceve un unico gesto: uno schiaffo prima della sua morte.

Zeno Cosini, diversamente da Arturo e da Saba, si mostra un inetto, pronto a cercare qualsiasi alibi:

«Non è colpa mia! Fu quel maledetto dottore che voleva obbligarti di star star sdraiato! Era una bugia. Poi, ancora come un bambino, aggiunsi la promessa di non farlo più: – Ti lascerò…. Nella solitudine tentai di riavermi. Ragionavo: era escluso che mio padre, ch’era sempre fuori di sensi , avesse potuto risolvere di punirmi e dirigere la sua mano con tanta esattezza da colpire la mia guancia»

Se Zeno Cosini cerca in ogni modo di giustificarsi, nella lettera al padre del 1919 Franz Kafka scrive di temere il padre e di sentirsi bloccato da lui, tornando ancora una volta al tema del conflitto edipico:

«Riassumendo il tuo giudizio su di me, se ne ricava che tu non mi rinfacci atteggiamenti poco dignitosi o malvagi (escludendo forse il mio ultimo progetto matrimoniale), ma freddezza, estraneità, ingratitudine. E me le rinfacci come se la colpa fosse solo mia, come se con una sterzata io avessi potuto sistemare tutto in un altro modo, mentre tu non avresti nessuna colpa, se non quella di essere stato troppo buono con me.»

Intanto ne “L’isola di Arturo” arriva Nunziatella

La condizione naturale in cui vive Arturo sull’isola viene bruscamente interrotta quando Wilhem ritorna con la nuova moglie e per Arturo è  il segnale che presto tutto cambierà. Alla figura paterna si sostituisce quella della matrigna Nunziatella che non riuscirà mai a chiamare per nome. Ma perché?

«C’è una difficoltà misteriosa che mi proibisce queste sillabe  così semplici. Nunziata, Nunziatella….dovrò seguitare  anche a chiamarla ella, o essa, o lei…. Potrò mettere N. o Nunz.» – “L’isola di Arturo”  di Elsa Morante

La vita in famiglia porterà pian piano Arturo, tra stupore e smarrimento, diffidenza e rancore, risentimento e gelosia per la nascita del fratellastro, alla scoperta di amare N. e, dopo il tentativo di suicidio,  alla dolorosa scoperta che il  “bastardo”  è una parodia.

«Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta», pronuncia Anselmo Paleari ad Adriano Meis nel noto romanzo pirandelliano. Si strappa il cielo di carta, crollano le illusioni e Arturo prenderà finalmente quel battello che tante volte aveva visto attraccare e salpare con suo padre. L’isola non si vedrà più, non sarà più la sua isola, ma inizierà finalmente il viaggio tanto desiderato.

«Io sempre incalzato dalla smania dell’andare.» – Vittorio Alfieri, da “Vita scritta da esso”, epoca terza, cap. IX

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