Lo scandalo di Klimt. I Quadri delle Facoltà rifiutati e incompresi

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I Quadri delle Facoltà di Klimt

Nel 1893 Gustav Klimt e il suo socio Franz Matsch realizzarono i Quadri delle Facoltà, tre pannelli rappresentanti “Filosofia”, “Medicina” e “Giurisprudenza” sul soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna. L’incarico arrivò direttamente dal Ministero della Cultura che così confermava la fama e la bravura dell’artista, raggiunta dopo la decorazione del Kunsthistorisches Museum con personificazioni in memoria di epoche passate. Questa volta la decorazione doveva vertere sulle allegorie che richiamavano la cultura. Purtroppo delle tre composizioni non restano che delle foto dell’epoca. Le opere andarono completamente bruciate durante un incendio del 1945.

I Quadri delle Facoltà di Gustav Klimt. La nuova arte rompe con la tradizione

Con questa committenza il pittore scelse i modelli del desiderio dei sensi, della psiche, della visione onirica. Mancò, in questo modo, le aspettative della critica di una celebrazione di natura storicista sui modi adoperati invece precedentemente al Burgtheater e al Kunsthistorisches Museum. Da una parte, la nuova ideologia venne apprezzata fino alla premiazione all’Esposizione Universale di Parigi, conferendo al pittore austriaco una medaglia d’oro per la migliore opera straniera. Dall’altra, in patria, lo attendevano le critiche più spietate, reputando l’intero progetto come indecoroso e immorale.

I critici più moderni consideravano il nuovo stile come necessario, un modo unico e sentito per affrontare temi così delicati. Al contrario, i committenti e l’opinione pubblica si aspettavano una raffigurazione solita, seguendo i consueti canoni, quelli imposti e sempre presenti nelle opere del medesimo genere. Uno stile nuovo, un messaggio completamente innovativo spaventarono la critica e l’opinione sociale. Klimt si faceva portavoce di una nuova visione del progresso razionale che riteneva di non poter fornire sempre una valida e deduttiva spiegazione. Di fronte a questo progetto ogni certezza del Positivismo veniva meno. Quello che spaventava maggiormente era la nuova capacità accordata all’arte. Le tre allegorie, le tre scienze logiche e metodiche perdono la loro razionalità nella dimensione artistica Klimtiana.

« La mera intelligenza non conduce in alcun modo all’arte. La scienza può comprendere razionalmente, nell’opera d’arte ci si può soltanto immedesimare» – membri della Secessione

I Quadri della Facoltà. La Filosofia 

Klimt realizza il primo pannello dedicato all’allegoria della Filosofia nel 1900, mostrandola durante la settima mostra della Secessione. Il risultato fu di gran lunga diverso dalla precedente commissione del Kunsthistorisches Museum. Il pubblico si ritrovò davanti ad uno stile nuovo e le critiche non tardarono ad arrivare.

Una costruzione imponente e mai vista, un’autentica invenzione. Sulla sinistra del pannello si nota una torma di esseri umani, abbracciati, avviluppati e sensuali. Simbolicamente rappresentano la nascita, la crescita e la decandenza. Uomini e donne di diverse età della vita colti in posizioni che esprimono sentimenti dall’amore all’angoscia. Il pittore austriaco decide di stagliarli su di uno sfondo ornato da stelle. La metà destra è riempita da un unico volto enigmatico e fortemente d’impatto: il mondo come mistero. Nella parte inferiore, un volto femminile, avvolto da una chioma turgida di capelli di color nero, simboleggia la Filosofia, la sapienza

«In quest’opera Klimt propose una visione da inferno dantesco dell’umanità: corpi nudi avvitati a grappolo che galleggiano dolenti nel vuoto cosmico. Dalle tenebre emerge solo una Sfinge maestosa: il globo terrestre, l’enigma del mondo – come recitava il catalogo dell’esposizione. Una figura dallo sguardo cieco e dai colori sfocati che pare indifferente al dramma umano che si svolge dinnanzi a lei. Nel bordo inferiore della tela appare una donna misteriosa e ammantata di nero: la Sapienza dallo sguardo di veggente che sembra penetrare oltre la visione dello spettatore.» – Barbara Meletto sulla “Filosofia” di Klimt

Le prime critiche

Le reazioni del pubblico, dei critici e degli altri artisti furono sommariamente negative. C’è chi ammirò il risultato finale, la novità della raffigurazione e del nuovo stile, ma anche chi invece la considerò incomprensibile, enigmatica a tal punto da non far cogliere il soggetto e il messaggio. L’opera fu premiata all’Esposizione Universale di Parigi, ma 87 Professori dell’Ateneo decisero di protestare contro il Ministero per aver dato l’incarico al pittore austriaco. Klimt, sentendosi non appoggiato e compreso dal suo committente, decise allora di restituire gli anticipi del compenso.

Aveva voluto ritrarre da un lato l’umanità intera – i sentimenti dell’animo così misteriosi, la famosa ventura che appartiene a tutti gli uomini e a cui ogni filosofo ha cercato di attribuire un senso – e dall’altro la razionalità di Atena. La novità allora non risiede solo in uno stile nuovo, metafisico e fluido, in rottura con la tradizione, ma anche nel modo in cui ha saputo unire due sentimenti completamente opposti, instinctus e ratio.

«La mia opera, a cui ho faticosamente atteso per anni, è stata accolta com’è noto con ogni genere di insulti […] Per terminare il lavoro che mi ha impegnato per tanti anni devo poterlo eseguire con gioia, e che gioia posso avere se, data la situazione, devo considerarlo solo una committenza statale? […] Ora intendo rinunciare restituendo con tanti ringraziamenti gli anticipi che mi erano stati elargiti gli anni passati» – Lettera di Klimt al ministro Von Hartel

La Medicina di Klimt

Nonostante le proteste e i commenti negativi insorti alla presentazione della prima allegoria dei Quadri delle Facoltà di Klimt, il progetto artistico continuò prevedendo la realizzazione della seconda con il medesimo stile. Nasce così la “Medicina”, che funge da pendant alla “Filosofia”. Nuovamente il pittore austriaco decise di riproporre il turbinio di corpi, la schiera di anime avvolte.

Questa volta decise di inserire una nuova figura, uno scheletro della morte ammantato. Sulla destra una delle anime si stacca, ora è lì separata dal dolore. Fluttua da sola, libera e disgiunta dal resto. In primo piano, Klimt pone la figura di Hygeia, la figlia di Asclepio il cui nome dal greco significa proprio “salute, rimedio” e simboleggia la Medicina. È posta in basso al centro della composizione, stante, rivolta verso lo spettatore, quasi come per introdurlo al dramma che si svolge alla sue spalle. Come informò Hevesi, nella prima allegoria si notano colori freddi come verde e blu, in questo caso Klimt adoperò colori molto caldi, quali porpora e rosa. Uomini, donne, vecchi e bambini sono ritratti nudi e vulnerabili, avvolti dal manto nero della Morte.

Le critiche non tardarono ad arrivare. Il numero con i bozzetti contenuti nel “Ver Sacrum” – rivista di arte austriaca fondata dallo stesso Klimt – venne persino requisito e il pittore accusato di ricercare la fama tramite la raffigurazione di nudi deplorevoli. Una parte dei critici, fortunatamente, non considerava Gustav Klimt allo stesso modo, anzi, erano grati al pittore austriaco per aver modificato il clima artistico locale, dando nuovo lustro al proprio territorio. Non si dimentichi l’affermazione dello scrittore Hermann Bahr sull’Austria, considerata alla stregua di una «provincia asiatica».

La Giurisprudenza

Nel 1903 alla 18esima mostra della Secessione, dedicata interamente all’artista, venne mostrata la terza e ultima allegoria dei Quadri delle Facoltà: la Giurisprudenza di Klimt. Rispetto alle altre due precedenti dipinte con colori caldi e freddi, qui il pittore decise di adoperare solo nero e oro, considerati non veri colori. In più viene abbandonata la struttura dei corpi del turbine di anime a colonna su metà superficie – come nel caso di “Filosofia” e “Medicina”-. Piuttosto, in “Giurisprudenza” preferì concentrarsi su elementi ornamentali e figure prive di rilievo, che divengono una decorazione.

La decisione di adoperare uno stile così diverso, una composizione molto lontana da quella impiegata anteriormente, deriva sia dall’esperienza artistica del “Fregio di Beethoven” e sia da due viaggi che Gustav Klimt fece a Ravenna, dove ebbe modo di studiare i mosaici, riprendendone la bidimensionalità e l’uso dell’oro. Se nelle prime due allegorie il pittore austriaco decise di catechizzare in modo celato, di descrivere in modo velato, questa volta non c’è spazio per le allusioni.

Il debole corpo del corrotto viene completamente attorniato dai tentacoli di un polipo che simboleggia la coscienza. Viene circondato da tre figure femminili che personificano le Parche, dee mitologiche che sorvegliano il percorso della vita umana. Sullo sfondo, in alto, vengono poste le allegorie della Legge e della Verità che circondano quella del Diritto. Anche in questo caso, l’opera fu aspramente condannata dalla critica. Se però di fronte alle disapprovazioni delle prime due, l’artista austriaco decise di procedere con il suo progetto, in questo caso scelse di ricomprare le tre creazioni e di chiudere questa esperienza lavorativa.

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