Lo scrittore nel rapporto tra psicoanalisi e letteratura nel Novecento - il Chaos

Lo scrittore nel rapporto tra psicoanalisi e letteratura nel Novecento

Un uomo in un ambiente mosso e sfocato mostra il suo subconscio

La psicoanalisi ha portato un’evoluzione nel campo scientifico con esiti davvero notevoli. Gli studi freudiani e junghiani hanno rinnovato il rapporto tra l’uomo e la psiche, e cambiato quello tra l’uomo e la letteratura del suo tempo. La scoperta dell’inconscio, dell’interpretazione dei sogni, della complessità della psicologia umana, ha influenzato la vita sociale e privata dell’uomo novecentesco. Ciò è accaduto anche a causa del panorama storico sociale mutato.

Il Novecento letterario: una nuova figura di scrittore

Il periodo delle due guerre mondiali è connotato da incertezze e dubbi. La società risente di questi mutamenti, crollano le certezze offerte dal positivismo scientifico per cedere il passo all’ignoto, allo studio sull’isteria, sui lapsus che emergono nel colloquio clinico tra terapeuta e paziente.

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In questa realtà storico-sociale si inserisce la psicoanalisi influenzando a sua volta la letteratura attraverso l’indagine di molti scrittori e poeti, che hanno unito alla personale vocazione introspettiva i nuovi strumenti per indagare il mistero dell’inconscio. Le associazioni libere, ad esempio, da tecnica psicoanalitica diventano parte della narrazione letteraria novecentesca. Si può notare non solo nella “Coscienza di Zeno” di Italo Svevo, ma anche in “Aracoeli” di Elsa Morante o ne “La cognizione del dolore” di Carlo Emilio Gadda.

Lo scrittore non è più colui che descrive il reale, come accadeva nel panorama verista, ma è colui che si fa portavoce dei drammi interiori, descrivendo la misteriosa realtà dell’inconscio e della psiche umana. La psicoanalisi ha dato voce a nuovi stimoli creativi e narrativi cambiano anche la struttura e la tecnica scrittoria.

Nella narrazione si adotta ora una visione soggettiva, passando dalla terza alla prima persona con l’utilizzo del monologo interiore, del flusso di coscienza (Ulisse di James Joyce) e dei flashback.

La psicologia e il conflitto familiare con Ledda e Kafka

La psicologia dei personaggi lascia emergere il dissidio interiore che gli scrittori novecenteschi provano. Anche le complesse relazioni familiari tra padre e figlio influenzano la sfera interiore e sociale delle persone. Un esempio autorevole è rappresentato dall’opera autobiografica “Padre Padrone” di Gavino Ledda (1975), che rivela la complessità dei drammi familiari e la voglia di un riscatto che, poi, libererà il protagonista dalla schiavitù pastorale, impostagli dal padre.

Anche uno dei più importanti scritti della letteratura tedesca riflette sul difficile rapporto con la figura paterna, dominante e soffocante. Si tratta dell’opera autobiografica di Franz Kafka, “Lettera al Padre” (prima edizione 1952). Da queste pagine emerge l’immagine di un padre prevaricatore, incapace di sorreggere emotivamente Kafka, destinato a soccombere sotto tanto peso.

«Bastava che io nutrissi un po’ d’interesse per qualcuno – data la mia natura non accadeva tanto spesso – che tu, senza riguardo alcuno per i miei sentimenti e senza rispettare il mio giudizio, attaccavi con gli insulti, le calunnie, le umiliazioni. Dovevano pagarne le spese persone innocenti e infantili, come l’attore jiddisch Lowy. Senza conoscerlo, lo paragonasti in un modo orribile, che ho già dimenticato, a uno scarafaggio, e quanto spesso per le persone che mi erano care ti saliva automaticamente alle labbra il proverbio dei cani e delle pulci.

“Chi va a letto coi cani si leva con le pulci” […] Dell’attore ho un ricordo molto vivo perché allora presi nota delle tue affermazioni su di lui, con questa osservazione: “Mio padre parla così del mio amico[…] ,soltanto perché è un mio amico. Glielo potrò sempre rinfacciare quando mi rimprovererà per la mia mancanza di amore filiale e di gratitudine.» – “Lettera al padre” di Franz Kafka

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