Lucio Fontana e lo Spazialismo. Tagli dentro e oltre il visibile

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Lucio Fontana e lo Spazialismo

Pittore, scultore e noto ceramista, Lucio Fontana iniziò una prima fase della sua formazione a Milano. Con lo scoppio della prima guerra mondiale fu costretto ad arruolarsi. Successivamente ritornò nel suo luogo di nascita, Rosario, per intraprendere un lavoro nell’officina del padre, specializzata nella produzione di monumenti funebri per le ricche famiglie italiane emigrate in Argentina. Mostra fin da subito un acuto interesse e una certa propensione verso la scultura. Dopo anni di ricerche e svariati studi, arriva ad acquisire un suo modo di operare, che fin da subito si distingue dal resto della massa. Nel corso degli anni nutre un forte desiderio di intraprendere nuove strade per realizzarsi come scultore autonomo, allontanandosi così dalla bottega paterna. Tornò in Italia frequentando i corsi di Adolfo Wildt, all’Accademia di Brera a Milano, rimanendo estremamente colpito dalla sua scultura simbolista e anti naturalista ed elaborando un proprio stile personale.

Lo Spazialismo di Lucio Fontana

Dopo la fondazione del “Manifesto Bianco” nel 1949, si dedicò alla produzione di un movimento che definì Spazialismo, attraverso l’esplorazione dello spazio come potenziale concetto di estensione pittorica, nonché sua prerogativa fondamentale. Artista sorprendente ed enigmatico, le sue opere si distinguono per un’insolita originalità manuale.

«Io volevo, sì, superare il disegno. Ma per superarli credevo mi fosse necessario prima conoscere a fondo queste forme tradizionali. Quando sono entrato all’Accademia volevo dare alle mie ricerche una base classica. Invece, appena uscito, ho preso una massa di gesso, le ho dato una struttura approssimativamente figurativa di un uomo seduto e le ho gettato addosso del catrame. Così, per una reazione violenta. Wildt si è lamentato e che cosa potevo dirgli? Avevo una grande stima di lui, gli ero riconoscente, ma a me interessava trovare una nuova strada, una strada che fosse tutta mia»

Infrangendo la tela con buchi e tagli, l’artista supera la tradizionale barriera da sempre esistita tra pittura e scultura, con lo scopo di mettere in comunicazione la tela con l’ambiente circostante. Il maestro dell’arte concettuale aspira alla percezione di uno spazio differente dal contesto, completamente astratto da qualsiasi realtà intrinseca o estrinseca. L’osservatore proverà con occhio scaltro a scavare per poter cogliere il significato profondo nascosto all’interno della tela rappresentata. Lucio Fontana vuole manifestare il suo interesse verso un universo non estendibile all’esterno delle sue opere, ma di un’arte manifestatasi oltre i limiti della tela. Il fine ultimo dell’opera d’arte è condurre lo spettatore dentro e oltre i limiti del visibile, per superare la bidimensionalità e trasportarlo nella tridimensionalità.

Gli enigmatici tagli della tela

Tra le sue opere si distinguono i suoi tagli precisi e determinati: con un solo colpo ferisce la tela con decisione esponendo la luce al buio e il buio alla luce. I primi quadri dello Spazialismo hanno una superficie ricoperta da aniline, successivamente, la maggior parte di queste opere si caratterizzerà per l’idropittura. Questi tagli, netti e decisi, hanno lo scopo di esplorare una dimensione ultra sensoriale spaccando e oltrepassando la superficie terrena. In passato Lucio Fontana è stato ampiamente criticato in quanto si pensava che chiunque potesse replicare le sue opere con estrema facilità. Non a caso le imitazioni sono state molte, ma nessuno mai è stato capace di eguagliarlo. I suoi tagli si distinguevano per la concentrazione, la cura e il significato dei contenuti intravisti. Non erano tagli fatti a caso, ma nascondevano un bagaglio carico di emozioni e preziosità.

«Scoprire il Cosmo è scoprire una nuova dimensione. È scoprire l’Infinito. Così, bucando questa tela – che è la base di tutta la pittura – ho creato una dimensione infinita. Qualcosa che per me è la base di tutta l’arte contemporanea».

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