“Memento” di Christopher Nolan. Il neo noir sull’inattendibilità

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“Memento” di Christopher Nolan

“Memento” di Christopher Nolan nasce dal racconto “Memento Mori” di Jonathan, suo fratello, da cui Chris estrapolò la sceneggiatura. Come “Inception”, rientra nel genere neo-noir di cui mantiene la confusione e il disorientamento, oltre al senso di ambiguità. Stando al cineasta, il film può essere considerato un thriller psicologico. Il protagonista è un “everyman”, uno di noi, che dimostra quanto sia difficile assumere la realtà in modo oggettivo e quanto invece sia facile manipolare i ricordi e le interpretazioni. 

Il secondo lungometraggio del regista e sceneggiatore inglese ha conquistato circa 30 premi, tra cui 4 Independent Spirit Awards – inclusi miglior film, miglior regista e miglior sceneggiatura – e un British Independent Film Awards per il miglior film straniero in lingua inglese. Inoltre, è stato considerato dal NBR e dall’AFI uno dei migliori dieci film del 2001 e dalla BBC uno tra i più grandi 100 film del XXI secolo, insieme a Zodiac, The Dark Knight, Brooklyn, Inception e Moonrise Kingdom

«Quando incontro qualcuno, io non so se lo conosco. Allora lo guardo negli occhi per cercare di capire chi è. Il mio lavoro mi ha insegnato che il modo migliore per capire le persone è lasciarle parlare, guardarle negli occhi, osservare i loro gesti.» – Lenny 

“Memento” di Christopher Nolan. Il montaggio nella mente di Lenny

«Come posso guarire se non riesco a sentire il tempo?» – Lenny 

La peculiarità di “Memento” sta nel modo in cui vengono presentati gli eventi. La prima sequenza che si vede è lo sviluppo di una Polaroid ma, piuttosto che schiarirsi e mostrare l’immagine scattata, sbiadisce. Dunque è presentata all’indietro. Il montaggio vuole portare lo spettatore alla stessa condizione di Leonard Shelby (Guy Pearce), negandogli quelle informazioni che sono negate al protagonista stesso a causa del suo disturbo. Quando Lenny incontra un personaggio, non si sa dove l’abbia incontrato prima e se ci si può fidare. Proprio per entrare nella mente del protagonista, la storia viene frammentata in scene di 15 minuti: lo stesso tempo in cui Lenny riesce ad immagazzinare nuove informazioni. 

«La nostra memoria non è perfetta e può tradire a volte […]. Fatti, non ricordi. […] La memoria può cambiare la forma di una stanza, il colore di una macchina. I ricordi possono essere distorti. Sono una nostra interpretazione, non sono la realtà. Sono irrilevanti rispetto ai fatti.» – Lenny 

Mentre il protagonista è all’oscuro di alcuni eventi perché non li ricorda, lo spettatore ne è all’oscuro perché ancora non li ha visti. Il montaggio deve confondere lo spettatore, proprio com’è confuso Lenny nel cercare di mettere in ordine i suoi ricordi. Si ha quindi un punto di vista soggettivo in cui è facile immedesimarsi. Tale semplicità di identificazione, però, porta all’inabilità di assumere la realtà oggettiva per quella che è, tanto che persino per lo spettatore sarà difficile credere alla verità spiegata da Teddy (Joe Pantoliano).  

La fotografia e i punti di vista

«Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente. Ma devo convincermi che le mie azioni hanno ancora un senso. […] Tutti abbiamo bisogno di ricordi che ci rammentino chi siamo, io non sono diverso.» – Lenny 

La fotografia di Wally Pfister divide il lungometraggio in due. Da una parte, ci sono delle scene a colori mostrate in backwards. Dall’altra, scene in bianco e nero che seguono l’ordine cronologico. Insieme al montaggio, la fotografia crea una sovrapposizione dei punti di vista. Difatti, le scene a colori, che rappresentano la soggettività di Leonard – i suoi pensieri e la sua mente -, vengono alternate a quelle in bianco e nero, che invece ritraggono il punto di vista oggettivo. Ad esse si aggiungono dei flashback – la memoria a lungo termine – antecedenti gli altri eventi mostrati. 

“Memento” di Christopher Nolan per ogni scena spiega come si è arrivati al punto mostrato nella scena precedente. Vale a dire che ogni evento è spiegato nella sequenza successiva che diventa quindi un approfondimento di quella precedente. La storia non è presentata in ordine cronologico. Le immagini mostrate all’inizio del film, in effetti, sono quelle mostrate alla fine. Tuttavia, la fine del film non è il suo finale. Cosa vuol dire? Mentre la storia va avanti, le scene a colori sono sempre meno soggettive e quelle in bianco e nero meno oggettive. Si va sempre più nella mente di Lenny. Così, le sovrapposizioni diventano più corte, man mano che il film progredisce. Le due prospettive sovrapposte si incontrano nel finale che, cronologicamente, è la parte centrale del film.  

“Memento” di Christopher Nolan. Immaginazione e i ricordi

“Memento” sottolinea quanto siano importanti l’immaginazione e i ricordi. Questi possono essere alterati, manipolati e falsificati, come i sogni in “Inception”. Leonard soffre di amnesia anterograda, un disturbo che non permette al soggetto di immagazzinare nuovi ricordi, ma gli consente di ricordare ciò che è stato già accumulato in passato. Per questo, quando Lenny racconta la storia di Sammy Jankis (Stephen Tobolowsky), il pubblico gli crede senza porsi domande. Ma non è un caso che proprio il tatuaggio “Remember Sammy Jankis” sia sulla mano del protagonista e, di conseguenza, ben visibile. Come spiega Nolan, una persona con problemi di memoria ha bisogno di crearsi un circolo di abitudini per ricordare alcuni fatti. Leonard, guardando quel tatuaggio, si ripete la storia di Sammy così tante volte che inizia a crederci e la ricorda come evento precedente al suo incidente, perché ormai è installata nel suo subconscio.  

«Mento a me stesso per sentirmi meglio.» – Lenny 

Eppure, la verità è un’altra. La storia di Sammy è una proiezione esterna, creata da Lenny, della sua stessa storia. È un estraniamento da una realtà troppo difficile da accettare. Invero, in una sequenza che mostra Sammy seduto in una clinica psichiatrica, con la voce in fuori campo di Lenny che racconta, al passaggio di una figura anonima il personaggio viene coperto per poi far vedere che lì seduto al suo posto c’è Leonard. Il protagonista ha bisogno di credere in qualcosa che gli dia uno scopo e gli permetta di ottenere vendetta contro gli aggressori della moglie (Jorja Fox). Non può accettare di averla ucciso lui stesso con le iniezioni di insulina. Quindi, chissà da quanto tempo ormai, continua a cercare un certo “John G.”, servendosi del verbale della polizia di cui però ha lui stesso eliminato degli elementi che non coincidono con la storia da lui creata. 

Temi e riferimenti. L’incontro tra “Memento” e “Fight Club”

La fiducia, come l’identificazione, è uno dei temi principali del film. Non solo la fiducia negli altri, ma anche quella in sé stessi. Non potendo fare affidamento sulla sua memoria, Leonard si basa su principi quali l’ordine, il metodo, il condizionamento e l’agire d’istinto. Non scrive appunti confusi, utilizza polaroid e tatuaggi per ricordare. Ciononostante, dovendosi creare la propria realtà, è lui stesso che manomette gli oggetti a cui si affida. Quando non gli fa più comodo ascoltare Teddy, scrive sulla sua fotografia di non credere alle sue bugie. In questo modo, può agire nella maniera che in quel momento ritiene più opportuna, trasformando Teddy, John Gammell, nel suo “John G.”. 

«Tu non vuoi sapere la verità, tu crei la tua verità.» – Teddy 

Sulla fotografia scattata a Teddy, c’è il suo numero di telefono: 555 – 0134. È lo stesso numero di Marla Singer di “Fight Club del regista David Fincher. Il riferimento non è una pura citazione, ma riguarda il ruolo di entrambi personaggi nelle rispettive pellicole. Marla è colei che evidenzia l’ambiguità e l’inattendibilità del Narratore, così come Teddy è colui che mette Leonard in faccia alla realtà, dicendogli di essere lui stesso a creare la trama della sua vita. Leonard, come il Narratore, è un impostore. Il protagonista di “Memento” più volte ripete che il problema di Sammy è psicologico, non fisico, quindi potrebbe guarire. Pertanto, anche lui potrebbe guarire ma preferisce la versione della realtà che ha plasmato. 

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