L’inquietudine di vivere. Messaggi in bottiglia dall’antica Roma

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L'inquietudine di vivere. Messaggi dall'antica Roma

Si è abituati a concepire il mondo antico come bloccato in un cristallo di resina, ridondanti precetti latini letti fuori dal tempo, come se non fossero affatto correlati al presente. Si studiano le tanto mortificate “lingue morte” e intanto si prosegue con la propria vita moderna, scattante, energica, viva, appunto. Eppure questa grigia ed estenuante corsa sembra essere solo tanto movimento fine a se stesso, come chi si sente affogare e divincola senza senso braccia e gambe in modo compulsivo e scoordinato. L’immagine riassume bene la condizione media dell’uomo moderno e la sua inquietudine di vivere, allora tocca chiedersi se si stia intraprendendo il giusto cammino, se ad un certo punto sia stato commesso un clamoroso passo falso. Ed ecco giungere in nostro aiuto piccoli messaggi dall’antica Roma, custoditi in bottiglie che hanno solcato le onde del tempo.

L’inquietudine di vivere nell’uomo del Novecento

Il Novecento ha mosso i suoi primi passi su un tappeto di esistenzialismo filosofico, come contraltare agli stili di vita del “nuovo mondo” che già si cominciava a delineare. Intanto il mondo antico sempre lì, sommerso con Atlantide dal mare del tempo. Eppure negli autori dell’antica Roma quanto nei filosofi del Novecento vi è un’attenzione assoluta all’esistenza, al senso di solitudine, inquietudine, angoscia, noia, all’incapacità di trovare il proprio posto nel mondo e un senso al proprio vivere. Paura e smarrimento offuscano la vista dei moderni, ma si dimentica che l’uomo è sempre stato uomo, che basta allungare la mano per spezzare il tempo e trovare la guancia rossa di pianto di un “antico” romano. 

Cosa resta se si vive senza memoria? Si perde la propria voce nel mondo, si lascia vivere la vita al proprio posto e si prosegue il cammino assillati da falsi consigli, trascinandosi la paura del domani, senza sapere quali domande porsi e col peso di troppe risposte. C’è il sentore di volere qualcosa che in realtà non esiste e la profonda incomprensione che inesorabile separa da tutti. Volgendo lo sguardo in un mondo lontano ci si può riconoscere in questi sentimenti, si ritrova l’insoddisfazione di sé, l’angor – angoscia – e il taedium vitae – noia – che, nella riflessione lucreziana, è un’eccessiva voglia di vivere che fa desiderare qualcosa di nuovo e coinvolgente ogni qual volta si raggiunge un traguardo, illusorio.

Insegnamenti dall’antica Roma come scialuppe di salvataggio. Lucrezio

«La paura ha creato gli dei. […] Se riesci ad avere chiaro tutto questo, la natura ti apparirà improvvisamente libera e priva di superbi padroni, capace di realizzare ogni cosa spontaneamente da se stessa, senza interventi divini.» – Tito Lucrezio Caro

I demoni che ci portiamo dentro, altro non sono che creazioni della paura. E dal passato Lucrezio ci fa capire come la felicità sia in realtà più vicino di quanto pensiamo, che per raggiungerla basta solo cambiare il modo di pensare, di concepire il mondo. Usare la ragione per uccidere il timore. Vivisezionare ogni pensiero, segmentare ogni frase ed arrivare all’irriducibile: prima di nascere non si ha esperienza di vita e così non se ne avrà al momento della propria morte; tra i due punti di questo viaggio c’è la vita che, quindi, vale la pena di essere vissuta a pieno attraversando ogni giorno come se fosse unico. In quest’ottica le ansie, le preoccupazioni perdono gradualmente di importanza e cedono il posto agli obiettivi da raggiungere con uno slancio energico, perché, alla fine, di cosa c’è d’aver paura? 

La modernità e la globalizzazione hanno avuto la conseguenza di un appiattimento generale, un’intrinseca inquietudine di vivere. Tutti devono avere le idee chiare, sapere dove andare, avere amici e amori, essere belli, essere sicuri, essere felici. Eppure la sera si ritorna a casa in silenzio tra i rumori del traffico e lo sguardo spento della gente, eternamente distratti. Si scopre sulla propria pelle che la realtà è un’altra. Il mondo corre e molti restano fermi nel flusso; si sogna in grande ma si ha paura di diventare grandi, ci si impegna a rispondere alle aspettative, ad avere amori, ad avere amici, ma non tutti si sentono parte di questa realtà. 

Seneca e Orazio

«Fino a quando sempre le stesse cose? Svegliarsi e andare a dormire, mangiare ed aver fame, aver freddo e soffrire il caldo? Nessuna cosa finisce, ma tutte sono collegate in uno stesso giro: si fuggono e si inseguono. Il giorno è cacciato dalla notte, la notte dal giorno; l’estate ha fine con l’autunno, questo è incalzato dall’inverno, che a sua volta è chiuso dalla primavera: così tutto passa per tornare. Non faccio né vedo mai niente di nuovo. Ad un certo punto, di tutto questo si prova la nausea» – Lucio Anneo Seneca 

Nelle sue “Lettere a Lucilio”, Seneca dà tanti consigli ai giovani del suo tempo che, nell’immutabilità dell’animo umano, si possono adattare bene anche ai nostri giorni. La vita scorre e la morte è una certezza che attende ciascuno di noi, allora non resta che fare il possibile per non perdere tempo. Cominciare ad appropriarsi di se stessi, dare molta più importanza al riflesso che lo specchio restituisce la mattina piuttosto che alle parole delle persone. In fin dei conti basta avere una forte volontà di cambiamento e progresso; qualunque traguardo sembra irraggiungibile finché non si fa un passo in quella direzione. 

Si cambiano rotte, si parte senza una meta, si cambiano progetti alla ricerca della risposta, del momento epifanico in cui la verità si svelerà a noi e tutto sarà chiaro. Non succede quasi mai. I demoni svestiti di paura, diventano animaletti indifesi, e se si smette di ricorrere il tempo e si vive senza sprecarlo, si possono raggiungere gli obiettivi. Ma se non ci si ferma a riflettere e a cercare con la ragione ciò che il cuore cela, non servirà a nulla attraversare acque e terre lontane. In fin dei conti è questo il messaggio sigillato e spedito anche per noi in una bottiglia dall’antica Roma, cioè che in questo viaggio tutte le risposte si celano dentro di noi, ma bisogna fermarsi a riflettere e a meditare razionalmente per trovarle.

«Nei momenti difficili ricordati di conservare l’imperturbabilità, e in quelli favorevoli un cuore assennato che domini la gioia eccessiva.» – Quinto Orazio Flacco

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