“Miseria e Nobiltà” di Mario Mattoli. Una realtà tragicomica

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"Miseria e Nobiltà" di Mario Mattoli

Con la volontà di analizzare il cinema napoletano e la sua teatralità, il Napoli Teatro Festival ha organizzato le proiezioni di diverse pellicole che vanno dagli anni ‘40 ai ‘60. Nel suggestivo Cortile delle Carrozze del Palazzo Reale, sotto le stelle, si prende visione di “Miseria e Nobiltà”. Una delle tante collaborazioni tra Totò e il regista Mario Mattoli che mette in scena l’omonima opera teatrale del commediografo Eduardo Scarpetta, in una versione ridotta e dialogata da Ruggero Maccari. È interessante tener presente che il pubblico si trova in un palazzo della nobiltà – similmente ai protagonisti nella casa del cuoco benestante – e a pochi passi dalla postazione di lavoro di Felice e Pasquale, vicino al Teatro San Carlo. 

“Miseria e Nobiltà” di Mario Mattoli. La commedia della verità

«In una casa povera come la nostra, ti permetti il lusso di svegliarti con l’appetito?» – Pasquale 

Accompagnata dalla colonna sonora di Pippo Barzizza, “Miseria e Nobiltà” di Mario Mattoli mette in scena la realtà di fine ‘800 in una nota tragicomica. Felice Sciosciammocca (Totò), uno scrivano, e Pasquale (Enzo Turco), un fotografo, condividono un’abitazione dall’aria malridotta e povera. Insieme alle rispettive famiglie non mangiano da giorni. Il lavoro non funziona e spesso sono costretti a lasciare coperte e abiti in pegno. Sin da subito è evidente la situazione di miseria che però viene presa con scioltezza e spontaneità. Si pensi alla sequenza che vede l’entrata del marchesino Eugenio Favetti (Franco Pastorino) e la ricerca della “sedia migliore”, o a quella in cui un cuoco porta da mangiare in casa e tutti pensano sia un’allucinazione.  

«Qua si mangia pane e veleno!» – Pasquale 
«No Pasquà, solo veleno!» – Felice 

La serietà viene però mantenuta in situazioni comuni come il pagamento della pigione. Il padrone di casa don Gioacchino (Enzo Petito) arriva in scena per riscuotere il pagamento. Sottolinea che se non viene pagato, questa volta, arriverà ad una sentenza e al sequestro dei beni della famiglia. Quando però mette gli occhiali e si guarda intorno, si rende conto che non può sequestrare niente perché gli inquilini sono nullatenenti. Non hanno più vestiti, neanche quelli delle feste. Difatti alla richiesta del marchesino di indossare l’abito migliore, Felice gli mostra quello che indossa, che indosserà a Pasqua, Capodanno e Ferragosto. 

Un’opera teatrale

Per celebrare l’opera di Eduardo Scarpetta, la pellicola si apre in teatro dove il programma presenta i titoli di testa. La bravura attoriale si evince non solo dalla voce e l’intonazione degli interpreti, ma dalle espressioni e in particolar modo dai movimenti del corpo e dalla gestualità delle mani. In effetti, seppure le inquadrature vanno dalla figura intera al mezzo primo piano, vengono sempre mostrate le mani che accompagnano il discorso. Inoltre i personaggi non stanno mai di spalle, poiché si tiene in considerazione la presenza del pubblico. Tutto è perciò reso in modo particolarmente teatrale ed enfatico e, allo stesso tempo, autentico e genuino. 

Nonostante le tematiche profonde, le scene sono sempre esilaranti e mantengono una costante comicità grazie alle sagome del cinema napoletano. Si pensi alla sequenza in cui, per scappare da don Gioacchino, Felice e Pasquale entrano in casa della signorina piemontese (Franca Faldini) e con il piccolo Peppeniello (Franco Melidoni) si contendono una fetta di pane, burro e marmellata. Anche la famosa scena degli spaghetti è finalizzata a sottolineare la fame. Invece la difficoltà del lavoro è ben chiara negli episodi della scrittura della lettera al contadino e della fotografia ai neosposi. I dialoghi sono spassosi persino nei litigi tra Luisella (Dolores Palumbo) e Concetta (Liana Billi). 

«Hai fame? E lascia crescere, è segno di salute.» – Pasquale 

Come l’inizio, anche la chiusura si svolge in teatro. Alla fine della vicenda, Felice e gli altri personaggi si voltano verso la camera. L’inquadratura si allontana, mostrandoli sul palcoscenico.

«La miseria vera è la falsa nobiltà. […] Torno nella miseria però non mi lamento. Mi basta di sapere che il mio pubblico è contento»

“Miseria e Nobiltà” di Mario Mattoli. Vite contrapposte

La vita dei protagonisti si intreccia e si contrappone a quella del marchesino Eugenio e della ballerina Gemma (Sophia Loren). I giovani innamorati attuano un piano, grazie al quale Felice, Pasquale, Concetta e Pupella (Valeria Moriconi) passano dalla miseria alla nobiltà: devono fingere di essere la famiglia del marchesino. Dalla fotografia di Karl Struss e dalla scenografia di Alberto Boccianti e Piero Filippine è evidente la differenza delle abitazioni e quindi delle classi sociali dei personaggi. La casa del facoltoso cuoco don Gaetano (Gianni Cavalieri) presenta, infatti, una grande entrata, vetrate decorate e marmi. I dipinti ai muri, i lampadari, i tavoli eleganti e le tende sottolineano la sfarzosità del luogo. A differenza del freddo grigiore della casa di Felice e Pasquale, qui prevalgono colori più caldi come il rosa e l’arancione pastello, a rappresentare il calore della dimora. 

La nobiltà nella miseria

La prolungata situazione di disagio spinge i personaggi ad agire con comportamenti all’apparenza discutibili. Quando Peppeniello spiega di aver sporcato di grasso una delle lettere del padre, si accende il nervosismo di Luisella che lo caccia di casa. Dalla debolezza del digiuno, nessuno lo va a cercare. È una bocca in meno da sfamare. Forse è meglio che Peppeniello trovi un altro posto dove stare e magari una vita migliore. 

Malgrado la situazione in cui versano, Felice riesce a dimostrare la sua umiltà. Accolti come parenti del marchesino nell’abitazione del cuoco, Felice pare voglia rubare delle posate. Le prende, ma subito dopo le ripone sul tavolo. In questo piccolo gesto, mostra quindi la sua reale nobiltà. Diversamente Pasquale, sul finale, dimostra di aver sottratto alcune posate. Spinti costantemente da una vita predominata dalle ristrettezze economiche, i coinquilini rappresentano due facce della stessa medaglia. In alcuni casi, la povertà spinge a reagire in modo negativo sugli altri, facendo dimenticare la propria educazione e umanità. In altri, invece, valorizza l’umiltà e la nobiltà d’animo. 

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