“Mon rêve familier” di Verlaine. Ninna nanna d’amore materno

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Poemes Saturniens. Mon rêve familier di Verlaine

Nel 1866 è pubblicata “Poèmes Saturniens” di Verlaine, una silloge di una quarantina di poesie, divisa in quattro sezioni. Nella prima, intitolata “Melancholia”, troviamo il sonetto “Mon rêve familier”.

Per meglio introdurre l’ode dobbiamo prima chiarire cosa intenda l’autore per Melancholia e per Saturnien. Paul Verlaine dedica la sua raccolta a tutti coloro che, come lui, vivono sotto l’influsso negativo del fauve planète (selvaggio pianeta) Saturno i loro destini miseri, beffardi e pieni di bile nera, cioè i “malinconici” – da qui il concetto di Melancholia -. Questi infelici si ergono, secondo il poeta, come prescelti alla lettura dei suoi versi in quanto con lui dividono lo stesso fato infausto: una sorta di pubblico prediletto.

Paradosso del sogno sconosciuto e familiare

“Mon rêve familier” di Verlaine evoca un sogno in cui si narra di una donna sconosciuta, misteriosa, ma al tempo stesso familiare. Per questo motivo la poesia appare fin da subito come un continuo paradosso: nel primo verso, infatti, il sogno è descritto come étrange, mentre nel titolo come familier, per poi diventare addirittura ricorrente attraverso il sapiente uso di avverbi come souvent e chaque fois.

La stessa chiave di lettura vale per la persona sognata, con cui il poeta sembra condividere un’intimità amorosa nei primi versi: «D’une femme inconnue, et que j’aime, et qui m’aime». Nella seconda parte della poesia, invece, appare a lui sconosciuta, infatti nelle terzine Verlaine chiede a sé stesso come fossero i suoi capelli, come suonasse le sua voce o come si chiamasse, senza per lo più darsi una risposta precisa.

“Mon rêve familier” di Verlaine. La morte e la donna-rifugio

È proprio nei versi finali che, descrivendo lo sguardo della fanciulla sfuocato dalla realtà onirica, sembra prendere forma qualcosa di tremendamente reale che trascende da lei, di cui il poeta ha timore e rifugge: la morte «che ha gli occhi delle statue e la voce di coloro che oggi tacciono». Con quest’ultimo elemento interpretativo possiamo azzardare che la figura della donna assurga al ruolo di rifugio per il poeta stesso, schiacciato da un’esistenza dolorosa pervasa dal mal di vivere e dalla morte. Ed è, forse, per questo motivo che Verlaine idealizza al punto tale il personaggio del sogno da renderlo, per certi versi, un’entità semi-divina calcandone la lontananza dal suo mondo con termini come: exila, lointaine, qui se sont tues.

Venuti a conoscenza di quest’ultima connotazione sovrannaturale della donna del sogno, non dobbiamo stupirci se abbia le prerogative di più figure femminili mescolate in sé. Non appare capace solo di amare, come in una prima analisi potrebbe apparire («que j’aime, et qui m’aime»), ma anche di comprendere e di colmare la sofferenza del poeta proprio come una madre. Questa chiave di lettura è suggerita dall’insistente uso del verbo comprendre e dell’immagine della consolatrice: cesse d’être un problème, Elle seule les sait rafraîchir, en pleurant.

“Poèmes Saturniens”. Regressione e allitterazione

La lettura della donna del sogno come di una madre amorevole si corrobora esaminando lo stile della poesia. Seguendo il Leitmotiv del paradosso. Il poeta descrive infatti il personaggio del sogno con allitterazioni e assonanze in “m”, “l” e “on”creando così suoni morbidi e tenui (me, mon; problème; blême; seule; comprend; m’aime; blonde; son nom). Per contro i versi che esprimono il dolore del poeta sono caratterizzati da aspri toni in cui prevalgono consonanti dentali e liquide (rafraîchir; moiteurs).

L’uso massiccio di queste figure retoriche contribuisce così a donare una grande musicalità alla poesia che scorre via con la dolcezza del dondolio di una ninna nanna, facendo sprofondare il lettore in un onirico microcosmo infantile, ove la mamma è il punto di riferimento a tutto ciò che c’è di ignoto e oscuro nel mondo.

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