La Pasqua più Classica: l’Ave Verum di Mozart, ovvero la perfezione della semplicità

Era una torrida estate del 1791 e Costanze, la bella moglie di Wolfgang Amadeus Mozart, si trovava a Baden “a passare le acque”. Era in attesa del sesto figlio, e Wolfgang pensò bene di raggiungerla anche solo per trascorrere un breve periodo di riposo con lei. Fu lì che compose questo gioiello della musica sacra, un diamante forse non troppo noto ma che conquista al primo ascolto. Il catalogo Kochel (chiamato così grazie a Ludwig von Kochel, che ne curò la prima edizione nel 1862) lo classifica come Ave Verum Corpus K 618 in re maggiore. I musicisti lo definiscono mottetto. Gli storici lo riportano basato su un omonimo inno eucaristico risalente al 1300. Sappiamo, oggi, che tra le tante composizioni ispirate a quell’antico mottetto, questa di Mozart rimane la più celebre. E la meglio riuscita in assoluto.

Come è nata l’Ave Verum

Il genio di Salisburgo si recò a Baden, distante solo 30 chilometri da Vienna, per cercare un pò di ristoro che lo sottraesse dal vortice della corte viennese, dove lavorava senza soste. E fu nella notte tra il 17 e il 18 giugno del 1791 che compose questa chicca per coro misto, archi e organo. I suoi biografi narrano che lo abbia fatto per accontentare sua moglie: la coppia era stata in debito morale, per alcuni favori ricevuti in passato, nei riguardi di Anton Stoll. Stoll era direttore del coro e Kapellmaister della chiesa parrocchiale di Baden. Constanze e Wolfgang erano stati invitati da Anton alla messa solenne del Corpus Domini, che si sarebbe svolta a fine giugno proprio nella sua chiesa. Ecco, dunque, trovato il dono perfetto: un mottetto solenne inedito, e firmato da Mozart.

La chicca d’eccellenza nella produzione mistica

Ricordiamo che il nostro paladino non aveva mai mostrato alcuna predilezione per la musica sacra. Del resto, lo dimostra la sua scarsa produzione “mistica”: certo, ci sono pervenute diverse messe e litanie. Ma se si considera che la maggior parte della sua musica sacra fu composta quando era organista alla corte dell’arcivescovo di Colloredo, si intuisce ancor più la rilevanza di questo Ave Verum. Se per l’arcivescovo doveva scrivere sotto contratto (e controvoglia) spartiti sacri, a Baden si prese tutta la libertà di creare qualcosa di puramente ispirato dall’amicizia e dall’estro musicale più schietto. Come altrettanto lodevoli, del resto, sono i suoi ultimi inni sacri, quelli composti nell’ultima fase della sua vita: la Messa in do minore K 427 e il Requiem K626. Due opere di monumentale bellezza, nonostante siano entrambe partiture “incompiute”.

L’Ave Verum Corpus è, invece, una partitura compiutissima, seppur brevissima (dura solo 4 minuti), ma di una tale intensità da risultare toccante. Siamo di fronte a un piccolo capolavoro che rappresenta il tipico stile “neoclassico” che caratterizzò l’ultima produzione mozartiana. Il grande musicologo tedesco Alfred Einstein lo trattegiò così:

Nell’Ave Verum la perfezione della modulazione e della scrittura delle parti, con quella leggera polifonia introdotta come ad intensificare il finale, non viene più percepita. In esso gli elementi liturgici e quelli personali confluiscono assieme. Il problema dello stile è risolto

E come contraddirlo?

Ave Verum di Mozart: la complessità nel dettaglio

La partitura originale del mottetto fu scritta per coro a quattro parti, orchestra di soli archi e organo, e su di essa Mozart indicò soltanto due dettagli personali: la data presunta di composizione (quella del 17 giugno 1791, appunto) e l’indicazione “sotto voce”, che in due parole racchiude tutto il genio applicato a questa musica. Si tratta di un brano di semplice esecuzione, composto da sole 46 battute totali.

L’introduzione è affidata agli archi, seguiti poco dopo dal coro. La musica si sviluppa elegante e senza nessun salto cromatico, fino a che l’orchestra giunge alla conclusione. In quel tempo l’imperatore Giuseppe II aveva attuato alcune specifiche riforme che riguardavano anche la musica sacra, che doveva essere rigidamente sobria e di semplice comprensione. Ecco dunque, la disarmante semplicità del brano, dovuta in parte alle indicazioni della corte viennese. Ma tale “imposta” massima essenzialità pretesa per le opere religiose non ha affatto sminuito il valore, né la bellezza, di questa piccola opera d’arte. Anzi, proprio per questo l’Ave Verum è considerato un gioiello: nella sua linearità si cela un’enorme espressività.

La scrittura corale è omofonica ma molto attenta al significato delle parole. I timbri sono tersi, nitidi, e sempre sommessi. La complessità dell’arte mozartiana si ritrova in pochi precisi dettagli: la modulazione al tono lontano di fa maggiore, ad esempio, o le entrate a canone nel finale. Eppure, queste dotte specifiche appaiono quasi dissimulate, e non sbiadiscono minimamente la purezza e la semplicità che da sempre incanta sia gli studiosi più smaliziati, sia ascoltatori meno edotti.

Una magia che si ripete dal 1808, data della sua prima pubblicazione a Vienna, fino ai nostri giorni. E la rilevanza del brano è anche confermata dalle tante rivisitazioni che nei secoli sono state proposte da altri compositori. Tra queste, ricordiamo quelle di Franz Liszt e di Pëtr Il’ič Čajkovskij: il primo trascrisse il mottetto nel 1862, adattandolo prima al pianoforte e poi all’organo; il secondo lo inserì, rielaborandolo, nella “preghiera” del terzo movimento della Suite n. 4, Op. 61, proprio per questo nota come “Mozartiana”.

Ma cos’è, tecnicamente, un Ave Verum Corpus? Il significato

Come già accennato, si tratta di un inno eucaristico tratto da una poesia molto famosa nel Pieno Medioevo. L’inno testimonia il dogma tipicamente cattolico della presenza del corpo di Cristo nell’eucaristia. E le sue origini letterarie sono italiane: la libreria storica di Chicago ha rilevato la sua prima presenza mai attestata prima in un manoscritto francescano proveniente dall’Italia centrale. Un altro manoscritto, ritrovato sull’isolotto di Reichenau (sul lago di Costanza), riporta la firma di un non meglio precisato “Papa Innocenzo” e risale al XIV secolo.

L’inno è strettamente legato alla Pasqua perché durante il Medioevo lo si cantava durante l’elevazione eucaristica, o durante la benedizione del Santissimo Sacramento. L’etimologia del termine, “mottetto”, deriva dal francese mot, che non significa solo parola ma, soprattutto nel contesto liturgico, vale come “breve componimento”. E in effetti il genere liturgico del “motet” nasce nel 1200 circa grazie alla Scuola di Notre Dame. Siamo dunque nella seconda fase di quella che definiamo Ars Antiqua, e il motet designava specificamente una forma polifonica vocale da eseguire in ambito liturgico. La forma si rifà allo stile melismatico delle clausole basilari degli organa: queste sezioni vengono isolate, e trattate come composizioni autonome; ma il mottetto è prettamente politestuale, cioè con il duplum e il triplum che cantano al contempo testi differenti, a volte in lingue diverse.

Il mottetto con l’Ars Nova

Col passaggio all’Ars Nova, il mottetto si sgancia dal contesto liturgico e si apre anche all’utilizzo di testi in volgare, ampliando anche la propria complessità. Specialmente dal punto di vista della marcata politestualità. Anche per questo, forse, il mottetto divenne ben presto una forma musicale destinata ai più colti e amata soprattutto dagli intellettuali più esigenti. Ricordiamo, ad esempio, alcuni deliziosi mottetti di impronta isoritmica (cioè costruiti su proporzioni aritmetiche) scritti da Philippe de Vitry, Guillaume de Machaut, Guillaume Dufay e Johannes Ockeghem.

Fu solo dal 1500 in avanti che il mottetto perse il rilievo di cui aveva fino ad allora goduto: forse perché la moda musicale abbandonò il contrappunto, o forse perché si preferiva il madrigale, il mottetto fu sempre meno praticato. Tant’è vero che fu relegato quasi del tutto all’ambito sacro. Eppure, non possiamo dimenticare alcuni splendidi esempi barocchi come i Sei Mottetti di J. S. Bach, celebri per il loro arcaismo e l’elegante contrappunto; mottetti che sono tuttora ai vertici della letteratura polifonica mondiale, e tra i più grandi capolavori del repertorio corale di sempre.

In sintesi, siamo di fronte a un mottetto ogni volta che notiamo alcune caratteristiche fondamentali e contestuali: l’autonomia ritmico-melodica delle parti; la politestualità; la musica ficta (note alterate); la tecnica del contrappunto. Nel caso del mottetto mozartiano K 618, Ave Verum Corpus, siamo davanti a un capolavoro.

Note

  • La prima esecuzione mai registrata nella storia è datata 1958, e a cantare fu il Coro del Saint Johns’ College, a Cambridge.
  • Gli esperti sostengono che tra le migliori vi sia l’esecuzione diretta da Bernstein nell’aprile del 1900, con la Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks.

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