Niccolò Paganini, il Violinista del Diavolo che vendette l’anima

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Niccolò Paganini, il Violinista del Diavolo

Niccolò Paganini incarna quella che è in assoluto e senza dubbio una delle figure musicali più virtuose e talentuose della storia. Conosciuto per la sua vocazione di violinista e compositore, pur provenendo da una famiglia modesta e ricevendo una povera istruzione musicale, Paganini riuscì in poco tempo e già in tenera età a farsi un nome nelle corti italiane e straniere.

Le sue esibizioni furono apprezzate ed elogiate in ogni dove nella penisola: corti di Parma, Toscana, e successivamente a Lucca, Firenze, e così via. Fin da subito, infatti, si distinse per tecnica e virtuosismi, creando uno stile unico e impossibile da riprodurre. Ma la sfortuna, insieme alla fama, non tardò a farsi raggiungere: dovette affrontare numerosissime malattie, all’epoca rare e difficili da curare. Le cure forzate, a volte anche con metodi erronei, unite ai malori e ad un inverosimile talento, fecero sì che la figura del Paganini assumesse lati e sfaccettature misteriose, quasi oscure. In poco tempo nacquero miti e leggende su come avesse acquisito quelle poderose abilità, rendendogli la fama di Violinista del Diavolo.

Il Violinista del Diavolo tra storia e folklore

Fu così che iniziarono a circolare storie inverosimili sul conto del compositore. La sua immagine venne spesso ricollegata a Satana: molti si convinsero che gli avesse venduto l’anima per riuscire a suonare in quella maniera. Il violino poi è da sempre visto come lo strumento del diavolo. Neanche il suo violino venne risparmiato infatti, si pensava che le corde derivassero direttamente dalle viscere delle amanti che il musicista uccideva una ad una, per poi farle rivivere nella sua musica in limbo eterno tra vita e morte.

Un altro mito riguarda le corde di violino che durante le sue violente esibizioni solevano spesso rompersi, tutte tranne quella del sol. Nacque dunque la storia che Paganini fosse finito in prigione per un duello d’amore, e lì gli fosse stato concesso un violino per esercitarsi ma che col passare del tempo avesse perso tutte le corde tranne il sol. Probabilmente invece, Paganini incideva le corde prima di ogni concerto, in modo che si spezzassero tutte tranne l’ultima. L’aria del mistero avvolgeva dunque la sua figura e così anche se peccava in bellezza, quell’alone di mistero lo rendeva irresistibile soprattutto per le donne.

Il talento diabolico di Niccolò Paganini

Paganini era consapevole delle leggende che correvano sul suo conto e, forse per una questione di immagine oppure economica, cercava addirittura di alimentarle.
Manteneva le proprie partiture di una difficoltà disarmante, compiendo salti di diverse ottave, suonando lunghi passi di accordi che ricoprivano tutte e quattro le corde, e alternava velocemente note con l’arco a pizzicati con la mano sinistra.

Le partiture dovevano rimanere segrete, nei concerti le consegnava all’orchestra solo qualche ora prima, in modo che gli altri strumentisti non avessero tempo per impararle e si vedevano costretti a suonarle in maniera semplificata. Per questa ragione infatti, venivano richiesti musicisti particolarmente abili nella lettura a prima vista. Così facendo Paganini rimaneva l’unico ad esibirsi nel repertorio completo, che suonava ancora più complesso e arzigogolato alle orecchie del pubblico.

Non fu tuttavia solo la sua abilità con lo strumento ad avvolgerlo nel mistero. Ogni cosa del suo aspetto faceva pensare a una figura diabolica. A causa della sifilide si mostrava scarno, il volto cinereo e gli occhi rientrati nelle orbite. Era solito presentarsi alle esibizioni vestito di nero, a bordo di una carrozza trainata da scuri destrieri. Per chi lo guardava suonare era lampante l’associazione, tanto più che molti lo definirono uno scheletro in frac, con il violino incastonato sotto la mascella. Addirittura si narra che a Palermo, durante uno dei suoi concerti, un ascoltatore tra il pubblico giurò di aver visto Paganini suonare e dietro di lui, l’ombra del diavolo muovere l’archetto.

I 24 Capricci per Violino

Sebbene il popolo usasse espressioni quasi all’orlo della superstizione, Paganini era molto apprezzato dai musicisti del suo rango. Da Schubert, a Schumann e Chopin, tutti lo consideravano un fenomeno unico. L’opera della “Campanella” venne ritenuta dalla critica un vero capolavoro, tanto da spingere Franz Lizst a trascriverla in un pezzo per pianoforte. Rossini disse di lui:

«Solo due volte ho pianto in vita mia: quando un tacchino infarcito di tartufi mi cadde accidentalmente nell’acqua e quando sentii suonare Paganini.»

Tra le opere per violino ricordiamo i “24 Capricci”, composizioni dal carattere estremamente virtuosistico. Si distinguono per i contenuti che abbracciano una vastissima varietà di tecniche violinistiche, come picchettati, ricochet, ottave, decime e pizzicati a mano sinistra. Una particolarità di questi Capricci è rappresentata dalle indicazioni espressive di Paganini, che lasciava suggerimenti scritti come “imitando il flauto” o “imitando il corno”. Le sue opere infatti spesso si basavano su imitazioni dei suoni della natura, il canto degli uccelli, o strumenti come flauto e corno.

«Paganini non ripete!»

Della vita di Niccolò Paganini, dedicata per intera all’abile arte dello strumento e della continua sperimentazione musicale, ci rimane l’iconico violino soprannominato il Cannone, oggi esposto nel Palazzo Tursi a Genova. Ancora adesso, riascoltando i suoi capolavori, corre effettivamente il dubbio che la sua musica provenga da un’altra dimensione, che lui fosse il tramite tra il mondo mortale ed uno invisibile agli occhi ma raggiungibile solo attraverso le sue note tormentate. Alla fine dei concerti spesso si ritrovava con i polpastrelli lesionati, come se uno spirito si fosse impossessato di lui durante l’esecuzione. In una di queste, rifiutò perfino il bis per il re Carlo di Savoia e da lì nacque il detto: «Paganini non ripete!»
Ed effettivamente, fu irripetibile.

Niccolò Paganini
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