Olimpiadi 1968. L’orgoglio nero cambia la storia

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Olimpiadi 1968. L'orgoglio nero

È il 16 ottobre 1968. Nello stadio di Città del Messico suona l’inno nazionale americano. Sul podio dei 200 metri piani ci sono Tommie Smith soprannominato “the Jet”, oro olimpico e primo uomo a scendere sotto i 20 secondi con il primato mondiale di 19,83 secondi, mentre al secondo posto l’australiano Peter Norman, ed al terzo John Carlos. Fin qui tutto normale, ma riavvolgendo il nastro della storia, si assiste ad un evento che ha segnato la storia in maniera definitiva insieme all’attentato alle Olimpiadi di Monaco 1972.

Martin Luther King e il razzismo

Le olimpiadi che si disputarono a Città del Messico nel 1968 rappresentano il punto più alto dell’orgoglio nero, di denuncia e di ribellione verso un sistema razzista. Il 1968 verrà ricordato per l’assassinio di Martin Luther King, strenuo promotore dei diritti civili, avvenuto il 4 aprile a Memphis in Tennessee. Quattro anni prima questo straordinario uomo aveva ricevuto il premio Nobel per la pace, ed il 28 agosto del 1963 aveva guidato la marcia della libertà a Washington. Lì di fronte ad una folla senza precedenti pronunciò il suo famoso discorso, “I have a dream”.

In America i diritti dei neri sono una questione centrale in quegli anni. I pullman sui quali non è permesso salire alle persone di colore ed altre forme di discriminazione dilagano in tutta America, quasi come se la lancetta del tempo si fosse fermata secoli prima, quando il colonialismo bianco utilizzava ogni forma di razzismo nei territori occupati.

Del razzismo di quegli anni ne fa un ritratto fantastico Boaz Yakin con il suo film, “Il sapore della vittoria”. Il protagonista è uno straordinario Denzel Washington, allenatore di una squadra di football liceale, che riesce ad integrare nella sua squadra ragazzi bianchi e di colore negli anni del razzismo, a superare quelle barriere ideologiche imposte dalla società. Il razzismo e l’idiozia che ne consegue non sa rispondere ad una semplice domanda. Ma se i nostri figli bianchi e neri vanno in guerra in Europa, e combattono sotto la stessa bandiera in Vietnam, perché poi discriminarli? La questione del razzismo va di pari passo alla guerra in Vietnam, osteggiata da forti manifestazioni in tutta America, ma ritenuta giusta dal Governo americano. Una guerra che miete ogni giorno innocenti giovani vittime americane e che assume i contorni di un inferno.

 La strage de la “Plaza de las Tres Culturas”

L’olimpiade di Città del Messico è segnata anche dalla strage perpetrata il 2 ottobre, pochi giorni prima della cerimonia di apertura, in “Plaza de las Tres Culturas”. Gli studenti universitari manifestarono contro il governo di Gustavo Diaz a causa della crisi sociale che imperversava nel paese. Tre milioni di ragazzi tra i 6 ed i 14 anni, che non frequentavano la scuola, 11 milioni di messicani analfabeti ed almeno 8 milioni di messicani vivevano in stato di estrema povertà. Durante la manifestazione nulla lasciava presagire il tragico epilogo.

Un elicottero che sorvolava la piazza illuminò con un raggio verde i manifestanti, fu il semaforo verde per i granaderos che poterono intervenire. Scariche di fucili si abbatterono sulla piazza, uccidendo diverse centinaia di manifestanti. Per la polizia le vittime furono solo 29, ma molti dei cadaveri furono portati via dalle forze dell’ordine e cremati, per ridurre al minimo il numero delle vittime. Un’ allora giovane e in erba Oriana Fallaci fu ferita in quella strage. Su questi eventi ha scritto un libro, “1968. Dal Vietnam al Messico”.

L’orgoglio nero nelle Olimpiadi del 1968 con Tommie Smith, John Carlos e Peter Norman

Torniamo alla cerimonia di premiazione. I due atleti statunitensi Tommie Smith e John Carlos si presentano scalzi, per sottolineare la povertà del popolo afroamericano, indossando perline in onore delle vittime di colore uccise da schiavismo e razzismo ed una coccarda dell’”Olympic Project for Human Right” di cui fanno parte, indossata anche dall’atleta australiano in segno di solidarietà. Appena risuonano le note dell’inno statunitense i due atleti statunitensi stringono in aria i pugni con dei guanti neri in segno del black power. Dopo l’inno, il pubblico fischia e condanna l’episodio, il presidente del CIO – Comitato Olimpico Internazionale Avery Brundage espelle i due afroamericani dal villaggio olimpico.

Tornati in America subiscono insulti e minacce di morte, e la loro carriera di fatto finisce sul podio di Città del Messico. Verranno riabilitati solo nel 2008 durante gli Espy Awards, quando riceveranno il premio Artur Ashe per il loro coraggio nell’intraprendere quell’azione. L’atleta australiano Peter Norman, arrivato secondo nel 1968, subisce le conseguenze di quella coccarda indossata in onore dei due afroamericani. Gli viene impedito di partecipare all’Olimpiade di Monaco 1972. Muore nel 2006 a causa di un infarto, dimenticato a causa di un gesto di enorme coraggio. Al suo funerale, a reggere la bara furono Tommie Smith e John Carlos, come ringraziamento per un uomo che aveva pagato a caro prezzo un gesto semplicissimo, ma che i due atleti afroamericani non hanno mai dimenticato. L’orgoglio nero.

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