Ottone Rosai. Vita e paesaggi dalla singolare identità espressiva

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"Ottone Rosai. Capolavori tra le due guerre"

«Ottone Rosai è un personaggio meraviglioso, forse da film, forse da romanzo». Lo descrive così, con entusiasmo, il professor Giovanni Faccenda, massimo esperto di Rosai e curatore del catalogo generale delle sue opere. Con 1175 opere raccolte e presentate tra incisioni, disegni, dipinti e acquerelli, il catalogo è un’opera immensa intesa a restituire e rilanciare completamente la figura di Rosai.

Alla riscoperta di Ottone Rosai

Ottone Rosai (Firenze 1895 – Ivrea 1957) è stato un maestro dell’arte del ‘900 dalla storia complessa e particolare, le cui opere catturano l’anima e lo sguardo dell’osservatore per la grande espressione di umanità che emanano tratteggiata con estrema delicatezza. Fu uomo dalle travolgenti passioni e un artista che scelse di leggere le novità del suo tempo alla luce della grande arte del ‘300/’400 toscano. Il suo pittore di riferimento fu Masaccio, quello che sentì più vicino e al quale si ispirò per il suo sentimento realistico.

«Non ebbe vita facile Ottone Rosai pittore, figlio di stipettaio con bottega in via Toscanella vicino piazza Pitti. Il carattere impulsivo lo aveva portato misteriosamente all’arte, seppure intesa per stati emozionali e non per disciplina di studi. Insofferente, aveva abbandonato l’Istituto artistico come poi l’Accademia. Rosai fu dunque sostanzialmente autodidatta, motivato seriamente a esprimere la vita attraverso le emozioni del segno e del colore» – Marco Moretti

Rosai è stato molto apprezzato sia a livello nazionale che internazionale. Soffici, De Chirico, Morandi, Savinio, Carrà lo sostenevano e lo ammiravano. Nel 1962 in un’intervesta televisiva, Francis Bacon lo annoverò fra gli artisti che lo avevano maggiormente colpito.

«Non esito a fare il nome di Ottone Rosai, uno fra i più grandi pittori di questo secolo: soprattutto gli autoritratti e i nudi che ha dipinto, gli uni all’inizio, gli altri alla fine degli anni Quaranta, hanno generato in me profonde riflessioni e non pochi trasalimenti»

Anche Georg Baselitz è un suo grande ammiratore tanto da averne acquistato alcune opere in epoca più recente, a dimostrazione di quanto la pittura di Rosai sia espressione di contemporanea sensibilità.

Uno sguardo oltre fraintendimenti e prime impressioni

Per conoscere realmente Ottone Rosai non si deve avere un approccio libero dagli stereotipi. Si può ampliare il campo esegetico che tocca la letteratura, la poesia e il cinema, cogliendo nella sua arte i riferimenti culturali a Dostoevskij e le affinità filosofiche con il pensiero di Schopenhauer e il pessimismo cosmico di Leopardi. Infine sgombrare il campo da certi frantendimenti che hanno inciso sulla critica, come le accuse di essere fascista e omosessuale.

L’artista, come tutti quelli della sua generazione, è stato fascista ma – spiega Faccenda – non va considerato un pittore fascista, in quanto le sue figure non sono di quelle che esaltano l’epopea fascista. In realtà Ottone Rosai ha piuttosto esercitato una doppia sessualità. Di fatto si è sposato con la donna che lo ha amato e che lo ha sostenuto per tutta la vita.

I disegni

Nel lavoro di Rosai è fondamentale il fatto che ogni dipinto viene preceduto da un disegno e tra questi ve ne sono alcuni inediti e molto importanti. Disegni fatti a matita, inchiostro o carboncino su carta cui talvolta l’autore toscano aggiunge acquerello – in realtà si tratta di acqua sporca e fondi di caffè – per creare una sorta di patina e dare un lieve tocco di colore o fluidità all’opera. A proposito dei suoi disegni, nel 1920 De Chirico lo definì il più bravo e il più talentuoso della sua generazione.

Con “Follie estive” (1918), ad esempio, al disegno dal sapore futurista segue il relativo dipinto, che però poi approda a risultati cubisti. Sorprendono i paesaggi con una propria identità dal punto di vista espressivo: case e strade con fughe prospettiche a fare da protagonista. Scorci di campagna non distante da Firenze, case coloniche e poggi ornati da olivi. Vengono tratteggiati i luoghi cari della sua città: una strada, una piazza, un cortile, la sponda dell’Arno, muri, alberi, incroci.

Tra i ritratti risalta quello strepitoso e commovente del padre che si riscalda al fuoco della legna da lui raccolta, caratterizzato da un evidente contrasto chiaroscuro. Impareggiabili per qualità, le scene di vita che lui aveva visto molte volte e che diventano elementi portanti del suo lavoro: i suonatori, i giocatori, i fidanzati, la coppia al caffè. Rosai ritraeva occasionali avventori all’osteria senza che loro nemmeno se ne accorgessero. Rappresentava gli umili come simbolo di riscatto esistenziale. Nel suo “Autoritratto” del ‘21 si riprende seduto, in posa riflessiva con il mento appoggiato sulla mano.

I dipinti

Tra i dipinti tornano paesaggi, ritratti e autoritratti, scene di strada: i temi e i soggetti sono gli stessi dei disegni.

«Sono opere che raccontano di come egli abbia guardato all’uomo moderno e lo abbia fatto senza indulgere ad alcuna compiacenza, perché nell’uomo ritrova sé stesso e si specchiava e specchiandosi vedeva la sua stessa sofferenza in quella di molti altri» – Giovanni Faccenda

Nei lavori del suo sommo periodo che va dal 1919 al 1922, si riscontrano temi più intimi narrati all’interno di composizioni naturali. In “Partita a briscola e Serenata”, entrambi del ‘20, Rosai ci presenta il suo mondo, quello che aveva conosciuto da ragazzo: il mondo delle osterie, delle sale da gioco e da biliardo, gli stornellatori, tutti personaggi contraddistinti da profili gotici. “Trattoria Lacerba”, del ‘21, è un quadretto importante e delizioso, perché mette in luce la passione dell’artista per la realtà poetica del mondo, la novità del colore e degli impasti, la scelta paesana dei soggetti.

«L’indagine fuor dalle righe del Rosai pittore comincia da lì, dall’identificarsi con la gente d’Oltrarno, il suo stesso quartiere, popolato da una varia e pittoresca umanità spesso in margine alla vita, ma che per innata sacralità di vincoli, nonostante le risse e baruffe, la faceva popolo, comunità identitaria di salda appartenenza» – Marco Moretti

Le tematiche preferite nelle sue opere

Ottone Rosai ritrae le donne molte volte nei suoi lavori, come le tre in mezzo alla strada in “Incontro in Via Toscanella”, del ‘22, un quadro ritrovato la cui atmosfera più che alla metafisica può essere accostata al realismo magico. Di fatto i pittori metafisici De Chirico, Morandi e Savinio lo apprezzavano e lo stimavano e ciò non fa che confermare la sua predisposizione in tal senso.

Anche in un altro quadro, “Donne sulla panchina” del ‘22, le due figure femminili sono assorte in un dialogo silente, sedute su una panchina d’Oltrarno con dietro uno sfondo che risulta già pittura informale. Altro capolavoro menzionabile è il “Il cieco e il chitarrista” del 1932, la cui poetica richiama il cinema di Charlie Chaplin, che il pittore toscano adorava. I due personaggi non sono caricature, ma sopportano con sofferenza e dignità quella condizione esistenziale che li inserisce nella più universale categoria del genere umano.

“Piazza del Carmine” del 1922 in realtà rappresenta non tanto quel luogo di Firenze dove si trova la Cappella Brancacci con Masaccio, quanto un luogo del cuore, simbolo del suo amore per il Maestro del ‘400. “Paesaggio” del ‘26 è un ritrovamento sensazionale. Si tratta di uno scorcio della Firenze vicina a via Giotto, con la collina di Fiesole in lontananza, che dialoga col Carrà migliore e in cui si trova un debito nei confronti di Cézanne e della sua concezione del paesaggio. Invece il “Paesaggio” del 1939 presagisce il crepuscolo di un’epoca, ovvero la sera prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Opera di una bellezza e di una forza straordinaria con toni madreperlacei che colorano il cielo.

Ottone Rosai in un crepuscolo leopardiano

«Si consolida una poetica che richiama da vicino il pessimismo cosmico di leopardi: tutte le creature viventi, e non solo gli uomini, sono infelici dalla nascita. Un sentimento idealizzato tenendo a pretesto case appartate, cipressi malinconici, strade in salita con la solita curva che piega verso il mistero dell’oltre» – Giovanni Faccenda

 Tutta la ricerca artistica di Ottone Rosai viene da lui condensata, in una lettera del 1941.

«Mi tortura il pensiero di quell’ombra nascosta dentro di me, che ritrovo in certi paesaggi, nelle strade, e soprattutto al fondo degli uomini. Non avrò pace finché non l’avrò imprigionata nella luce della pittura»

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