“Our Life in the Shadows” di Tania Klein. L’isolamento dell’essere

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"Our Life in the Shadows" di Tania Klein

Guardando la serie “Our Life in the Shadows” di Tania Klein, la prima cosa che si sperimenta è un vortice di emozioni che vanno dall’ansia alla malinconia fino allo stress esistenziale e sono proprio  queste le vere protagoniste dei suoi scatti. Nata nel 1990 in Mexico City, Tania ha sviluppato il suo lavoro sulla documentazione del comportamento umano nella vita sociale contemporanea influenzata dai media e dal permeante consumismo, che inevitabilmente producono instabilità emotiva. 

Nella sue foto, la fotografa crea un insieme di immagini in cui viene usata l’ambientazione tipica di un’allegro spot americano degli anni ’60 rivolto alle casalinghe, per creare un’atmosfera dai toni più cupi in cui le sensazioni sono tutt’altro che gioiose. Ricorda vagamente le atmosfere isolanti di Hopper. Ottiene ciò dedicando una particolare attenzione alle luci, le cui tonalità spaziano dai rossi accessi ai blu cobalto e che passano in secondo piano rispetto alle ombre preponderanti in quasi ogni suo scatto.

“Our Life in the Shadows” di Tania Klein indaga lo sguardo assente dell’uomo

Ma anche le presenze umane e come vengono rappresentate svolgono un ruolo importante nel racconto. In buona parte delle foto compare la stessa Tania mentre indossa una parrucca voluminosa, riccia e occhiali retrò con cornice quadrata. I personaggi che rappresenta ogni volta fanno gesti languidi e sono perennemente sull’orlo del collasso, i loro occhi sono spesso concentrati ma vuoti, la prova che non sono del tutto affatto presenti nel mondo intorno a loro. Anzi, l’ambiente stesso diventa un peso. In una delle sue foto, troviamo la stessa Klein incastrato tra i cuscini del divano, o distesa nuda e in posizione scomoda sul pavimento di un bagno sterile illuminato di un verde pallido, scene che vogliono esprimere quanto sia soffocante il mondo circostante.

Questa sofferenza, causata dallo scontro tra la propria tumultuosa vita interiore e l’ambiente in cui è immersa, viene risolta in modo drastico con un fuga virtuale dalla realtà. La scena riprende una stanza da letto anonima con una televisione al centro in cui è mostrata un’immagine spettrale in bianco e nero con la fotografa seduta sul letto. In qualche modo questa è l’unico modo in cui il proprio personaggio può trovare pace, ovvero sparire e perdersi nell’immagine di se stessa.

La forza di queste foto sta anche nella scelta accurata dei colori con i quali Tania riesce a esprimere un forte senso di malinconia e malessere. I toni scoloriti di un paesaggio vicino casa quelli accessi di una camera da letto i netto contrasto, rendono quindi più evidente l’espressione vuota dell’essere umano.

Un bambino abbandonato in un auto diviene simbolo della solitudine dell’uomo

L’attenzione quasi maniacale per i dettagli la si può notare in una delle foto in cui non è lei il soggetto, ma un bambino. Per preparare la scena in cui un bambino giace in una macchina,  Klein è andata a setacciare tutte le macchine parcheggiate nel suo quartiere e, dopo aver trovato un’auto con il colore e l’interno strutturato che voleva, ha lasciato un biglietto per il proprietario, chiedendo di poter usare la sua macchina per le riprese il giorno seguente.

Ottenuto il permesso, ha programmato la scena e ha preso in prestito il bambino di un amico per la foto. L’immagine che ne esce fuori è snervante. Un neonato solitario immerso in una luce soprannaturale rosea che giace incustodito a faccia in su sul sedile posteriore di un’auto. Non ci sono cinture di sicurezza, seggiolini per auto o adulti in vista, cosa che rende questa scena, altrimenti ordinaria, estremamente strana. Guardando l’immagine, viene automaticamente da domandarsi sulle condizioni del neonato. Sentimenti di empatia che, come rimarca la fotografa, non si hanno per adulti in simili situazioni e che quindi potrebbero averne comunque bisogno. Quello che l’immagine trasmette, quindi, esula dall’età. “Our Life in the Shadows” di Tania Klein ci mostra che siamo tutti vulnerabili e, in termini egoistici, alla fine da soli. È proprio la sensazione di isolamento che permea tutto il lavoro.

«Molte persone si sentono sole. Questo è un grosso problema. Stiamo soddisfacendo il nostro ego, ma ci sentiamo più soli che mai

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