Peter Lindbergh. La forza del brutto nella moda del bello

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“White Shirts” di Peter Lindbergh
“White Shirts” di Peter Lindbergh

Il mondo della fotografia di moda si può distinguere in un prima e un dopo Peter Lindbergh. Attraverso il proprio obiettivo l’artista ha mostrato che la bellezza non risiede nella perfezione e che uno scatto deve raccontare una storia per potersi definire tale. La profondità del suo lavoro è riuscita a modificare l’immaginario di un’epoca e la rilevanza del suo messaggio fa risuonare ancora oggi la sua eco. Il rifiuto del fotoritocco e la valorizzazione della bellezza al naturale, caratteristiche fondamentali della sua fotografia, sono infatti temi estremamente attuali.

«Non è che mi preoccupa l’essere autentico, è che è l’unica cosa che mi interessa»

A partire dagli anni ‘80 fino alla sua scomparsa nel 2019, Lindbergh ha senza dubbio dominato il settore della fotografia di moda. Tuttavia i suoi meriti non si possono limitare a questo campo data la complessa personalità artistica. 

Cosa significa arte per il fotografo Peter Lindbergh. Le foto a Parigi

Nato nella Polonia degli anni ‘40, Peter Lindbergh ha plasmato il suo gusto artistico nella Germania del dopoguerra. Pur avendo trascorso un anno ad Arles nel tentativo di lasciarsi ispirare dalla stessa luce che aveva guidato Van Gogh, sono stati il cinema tedesco e l’arte concettuale di Kosuth e Weiner, con i suoi messaggi semplici e allo stesso tempo potenti, a catturare l’occhio del maestro e a influenzarne la fotografia.

Dopo aver lavorato come assistente di Hans Lux, il fotografo ha iniziato a collezionare successi in seguito al trasferimento in una delle capitali più rinomate della moda: Parigi. Lavorando su commissione per importanti riviste ed esponendo al contempo i propri lavori in galleria, si è fatto presto un’idea sulle tensioni insite tra la fotografia commerciale e quella artistica. Per il fotografo non considerare “artistica” la fotografia su commissione è una pericolosa forma di snobismo.

La validità di uno scatto non può essere valutata aprioristicamente attraverso un’etichetta, ma solo in base alle caratteristiche stesse dello scatto. L’arte può nascere in qualsiasi contesto e si annida nella capacità di creare qualcosa di inedito e sbalorditivo che riesca a dare un volto nuovo e un nuovo significato alle cose. Arte significa creare qualcosa che prima non esisteva in quei termini ed entrare in contatto con l’osservatore per indurlo ad ampliare il proprio punto di vista e modificarne la percezione.

È riuscito senza dubbio a creare qualcosa di nuovo. È riuscito a modificare l’immaginario di una generazione!

“White Shirts” di Peter Lindbergh e il nuovo stile nel mondo della moda

Quando “White Shirts” di Peter Lindbergh, venne pubblicata nella retrospettiva “On the Edge: Images from 100 Years of Vogue” – al fianco dei lavori di altri mostri sacri della fotografia, quali Richard Avedon, Horst P. Horst, Helmut Newton – è stata presentata dall’allora direttrice di “Vogue”, Anna Wintour, come la foto più importante del decennio. In effetti lo scatto di Lindbergh si distaccava decisamente dalle linee editoriali portate avanti dalla rivista fino agli anni ‘80. Proprio quello scatto, così diverso e così audace, riuscì a scalfire l’immagine di donna perfetta e stereotipata promossa dalle riviste patinate. Con quest’opera impose un nuovo modello di bellezza che dominò il mondo della moda per almeno 15 anni.

Tuttavia la visione della donna proposta dal fotografo non è stata accettata sin da subito e Peter, prima di veder pubblicato il suo lavoro, ha dovuto affrontare un grande rifiuto. Ha raccontato il fotografo che, cogliendo una sfida lanciatagli da Alexander Liberman, all’epoca direttore creativo di Condé Nast, decise di realizzare un servizio fotografico nel quale mostrava liberamente la bellezza femminile che meglio lo ispirasse. Riunì su una spiaggia di Santa Monica un gruppo di modelle, tra cui Linda Evangelista, Tatjana Patitz, Karen Alexander, e le ritrasse con indosso un velo di trucco e semplici camice bianche. Le immagini create, naturali, spontanee, vere, vennero inizialmente rifiutate da “Vogue America” perché troppo distanti dall’idea di bellezza in voga. Solo quando la direzione della rivista passò nelle mani della Wintour i provini di Lindbergh vennero rivalutati e pubblicati, segnando l’inizio di una nuova era della moda.

La narrazione dietro le donne di Peter Lindbergh

«Desideravo sganciarmi dall’immagine di una donna “perfetta”, formale, aderente a uno stile ben definito, troppo influenzato dalle tematiche dell’integrazione sociale e dell’accettazione, per rappresentare invece una donna schietta e avventurosa, padrona della sua vita ed emancipata dal controllo maschile. Una donna in grado di esprimere se stessa»

La rinuncia al fotoritocco e l’utilizzo di un bianco e nero poco contrastato -che permette di percepire dettagli come le trame di un tessuto, ma anche le imperfezioni della pelle– spesso abbinati ad un formato da 35 mm, rendono le fotografie di Lindbergh molto profonde e comunicative. Cadendo ogni sovrastruttura, il soggetto ritratto racconta la propria storia attraverso il suo sguardo, la postura, la gestualità.

La narrazione è una delle caratteristica fondamentali delle foto di Lindbergh. Oltre ai meravigliosi e intimi ritratti in cui le grandi personalità raccontano se stesse –indimenticabili i ritratti di Kate Moss, Mick Jagger, Marion Cotillard, Madonna– Peter ha creato fantastiche storie dietro ogni suo servizio fotografico. Per il servizio pubblicato sul numero marzo ‘90 di “Vogue Italia” mise addirittura in scena un breve racconto d’amore e fantascienza, in cui un alieno caduto sulla Terra si innamora della donna, Helena Christensen, che lo soccorre. L’ispirazione per le sue narrazioni, ha raccontato il maestro, non gli veniva dagli abiti, ma dalle più svariate suggestioni. L’idea per lo shooting dell’alieno ad esempio gli venne sfogliando le pagine di una rivista, “Skywather”, trovata in una sala d’aspetto di un ospedale di Parigi.

“Untold Stories” su Peter Lindbergh

La necessità di instaurare un dialogo con l’osservatore attraverso la narrazione di una storia emerge come non mai in “Testament” di Peter Lindbergh, una video installazione del 2013 con il quale ha tentato di riflettere sulle cause che conducono i condannati a morte alla loro condizione. “Testament” è stato inserito nella mostra “Untold Stories” su Peter Lindbergh, la prima ad essere stata curata dall’autore stesso.

Una raccolta di 140 fotografie che testimoniano la visione della sua opera e ne racchiudono gli step principali dai primi anni ’80 ad oggi. Il cortometraggio invita gli osservatori a rispecchiarsi negli occhi di Elmer Carrol, uomo condannato a morte per omicidio in Florida, generando un momento di profonda riflessione e introspezione. Il silenzio duro e impassibile di Carrol costringe ogni osservatore a porsi delle domande e come ha sostenuto Lindbergh.

«iniziare a provare a capire potrebbe essere l’unico modo…»

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