“La Primavera di Praga” con Josef Koudelka. Foto che fa la storia

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La Primavera di Praga raccontata da Josef Koudelka

«Sono arrivati i russi!». Josef Koudelka non sa se l’amica che l’ha svegliato con una telefonata alle quattro del mattino stia scherzando o meno, ma dopo aver riattaccato decide di affacciarsi alla finestra del suo appartamento di Praga per controllare. Subito il suono di aerei militari che volano sopra la sua testa lo mettono in allerta. La mattina del 20 agosto 1968 i carri armati sovietici entrano nella capitale cecoslovacca e mettono fine a quella che fu chiamata “Primavera di Praga”, una protesta del popolo Cecoslovacco che esplose il gennaio dello stesso anno per liberare la nazione dal controllo dell’Unione Sovietica.

“La Primavera di Praga” con Josef Koudelka

Quando Josef Koudelka si rende conto di quello che sta accadendo, si veste di fretta e mette in una borsa la sua macchina fotografica e tutti i rullini che gli sono rimasti dal suo ultimo reportage in Romania conclusosi appena due giorni prima. Scende in strada nel momento in cui le prime luci dell’alba illuminano le strade della capitale e, mentre carica il primo rullino nella fotocamera, si avvia verso il centro.

La prima cosa che vede è un automobile d’epoca con il tetto scoperto che suona senza sosta il clacson per svegliare la città con a bordo quattro ragazzi e una bandiera ceca. Gridano la stessa frase sentita al telefono: «I russi sono arrivati!». Le vie della città cominciano a riempirsi di cittadini praghesi arrabbiati e stanchi del giogo sovietico, una massa indistinta di persone che sventola bandiere, tira sassi ai carri armati e ribalta camion per bloccargli la strada, o che abbatte cartelli stradali per confondere le truppe russe.

Il fotografo ceco scatta senza fermarsi un attimo, cambia rullini come se la sua fotocamera fosse una mitragliatrice, scatta non per fare reportage ma per un bisogno primario di raccontare cosa sta accadendo nella sua città:

«Mi sono trovato davanti a qualcosa più grande di me. Era una situazione straordinaria, in cui non c’era tempo di ragionare, ma quella era la mia vita, la mia storia, il mio Paese, il mio problema.» – Josef Koudelka

Durante la Primavera di Praga non sono mancati fotoreporter mandati a raccontare gli eventi per conto di diverse testate, ma nessuno di loro è riuscito a catturare gli avvenimenti con altrettanta intensità e completezza. In ogni luogo in cui è avvenuto qualcosa di importante, Koudelka era presente.

Il fotografo di Praga che ha vinto la censura

Incurante del rischio, non esita a infilarsi in mezzo agli scontri o ad arrampicarsi sui mezzi corazzati nemici per trovare l’angolazione migliore e cogliere l’azione da vicino. Nelle sue foto sono impressi i momenti fondamentali di questa rivolta contro gli invasori: il popolo che armato di pietre scende per strada e contro le truppe russe, le repressioni violente, i visi sconvolti ma anche i volti dei molti giovani cittadini praghesi che orgogliosamente sfrecciano sulle auto con bandiere sventolanti contro i militari.

Sfortunatamente per i praghesi, la Primavera di Praga si sarebbe conclusa con una violenta repressione poco dopo. Quando ciò avvenne le strade della capitale cominciarono a svuotarsi, le persone si chiudevano in casa o cominciavano a fuggire dal paese… fu allora che Josef Koudelka fece il celebre scatto della via centrale della città completamente vuota, un vuoto soffocante, simbolo dell’invasione.

La censura sovietica costrinse il fotografo a usare canali clandestini per spedire i rullini all’agenzia fotografica della “Magnum Photos” e da lì al periodico “The Sunday Times”, che li pubblicò nel 1969 in maniera anonima usando la firma P.P, ovvero Prague Photographer (Il Fotografo di Praga), per evitare ritorsioni contro lui e la sua famiglia. L’anno dopo, il suo reportage storico sulla Primavera di Praga vinse la Robert Capa Gold Medal dell’Overseas Press Club per il grande coraggio dimostrato nel raccontare l’evento. Grazie all’agenzia Magnum, nel 1970 riuscì ad ottenere un visto per lavorare in Inghilterra dove chiese “asilo politico”, e tornò per la prima volta nel suo paese natale solo 20 anni dopo, nel 1991.


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